lunedì 20 dicembre 2010

Ecologia del vivere: Natale e i regali del cuore.


di Stefania Taruffi
Si avvicina il Natale e con esso il momento dello scambio dei doni. Per molti questo momento è diventato più un problema, che un piacere. Forse perché, come per molte cose, non ci si mette più amore nel farli e sono diventati un fatto commerciale, uno scambio dovuto e sempre meno sentito. Il regalo è considerato per lo più solo un oggetto materiale da scegliere in fretta, acquistare, far incartare al negoziante e di cui sbarazzarsi al più presto, consegnandolo nelle mani di familiari e amici, che se lo aspettano. E meno amore si mette nel farlo, più si corre il rischio che non sia gradito e sia relegato nel cassetto del riciclo o in cantina, in attesa di un destino incerto.

Possiamo regalare le cose più costose e importanti, ma non dobbiamo mai dimenticare che il valore di un regalo è stabilito dall’amore con cui lo scegliamo per una certa persona e dall’energia che infondiamo in quell’oggetto. Energia che sgorga al cuore e che l’oggetto assorbe e rilascia a chi lo riceve. E’ semplice acquistare qualcosa, più difficile è trasmettere gli auguri del nostro amore agli altri, per avvolgerli di luce e ricordare alle persone che amiamo quanto siano importanti per noi e quanto vogliamo loro bene, attraverso un regalo materiale che ci rappresenta materialmente e spiritualmente. Per chi sa andare ‘oltre’ il regalo diventa un modo per donare qualcosa di sé, in maniera unica e personale. Alcuni popoli antichi, nella loro saggezza, infondevano nel rito del dono un’aurea di sacralità ed esso diveniva un modo per dimostrare i propri pensieri e sentimenti, proprio perché l’oggetto materiale era pieno dell’anima di chi lo donava e l’anima era considerata sacra. Ogni oggetto può avere un’anima, ma siamo noi a dargliela. Basterebbe poco. Un bigliettino personale nel quale esprimere affetto, vicinanza, affinità. Una telefonata che lo preceda. Un gesto affettuoso che lo accompagni. Una confezione fatta con le proprie mani scegliendo con cura ogni dettaglio, dal disegno della carta che lo avvolge al bigliettino, al messaggio immateriale che lo accompagna.

Gli eletti invece, quelle poche persone che sanno dare un grande valore ai sentimenti e al benessere interiore che gesti e sentimenti sanno generare, non hanno bisogno di acquistare nulla nei negozi, né di ricevere doni materiali. Per queste persone lo scambio dei doni avviene a un livello più alto che sottintende il dono di sé, del proprio amore, di un gesto che renda felice l’altro e lo colmi di quanto più bello esista al mondo, il dono d’amore. Vi auguro davvero un Natale pieno di questi doni!

Foto: Albetta19.wordpress.com

mercoledì 15 dicembre 2010

Ecologia del vivere: molte cose si possono aggiustare.


di Stefania Taruffi
Negli anni passati abbiamo assistito a un tracollo finanziario mondiale, che ha prodotto un radicale cambiamento nelle economie di tutti i paesi. Anche se non se ne parla molto in termini catastrofici, la grande crisi scatenata dal deficit accumulato dai governi e dalle speculazioni finanziarie internazionali ha prodotto degli effetti sistemici generalmente sottovalutati.

La cultura del breve termine, diffusa fino a qualche anno fa ovunque, ha generato in passato ricchezze volatili e facile accesso al credito da parte di aziende e di privati, spingendo a un consumismo sfrenato attraverso l’indebitamento e portando molti a vivere oltre le proprie possibilità. Ora i tempi dell’usa e getta sono finiti e anche la società italiana ha subito uno scossone e si è ridimensionata. La maggior parte degli italiani non arriva più a fine mese. L’euro continua ad avere uno scarso potere d’acquisto e i prezzi ancora oscillano in balia degli interessi delle categorie e dei costi di produzione, mentre gli stipendi non aumentano e spesso sono troppo bassi per far fronte alle crescenti spese. Le piccole medie imprese sono in difficoltà, le attività commerciali non ce la fanno, soprattutto nelle grandi città. In generale dunque si consuma meno, ma sta succedendo una cosa molto importante: il cittadino sta imparando a valutare e a scegliere. E sceglie in base al giusto rapporto qualità/prezzo, a volte sceglie anche di rinunciare per necessità. Non viene più tanto sedotto dal frenetico consumismo.

Questo fenomeno di riduzione rilevante dei consumi produce un ritorno all’antico valore del rammendo, del rattoppo, dell’’aggiustare’ anziché gettare via un prodotto cui si tiene. E in questi momenti rispuntano sul mercato piccole attività gestite da artigiani, spesso stranieri che, con poco, ci aggiustano ogni cosa. Qualche anno fa erano scomparsi i piccoli laboratori d’informatica. Ora sono riapparsi e con poco risolvono piccoli-grandi problemi senza dover ricomprare un pc. La bottega del mio calzolaio è gestita da ragazzi peruviani e la comparsa dell’attività in zona è stata molto gradita: allungano la vita delle scarpe di qualche anno e non è poco, con quello che costano. Il negozio è pulito, ordinato, pieno di accessori di ogni tipo, da loro entri con una scarpa da buttare e te la restituiscono, con un sorriso, aggiustata e lucidata a nuovo. La piccola sartoria gestita da donne ucraine è sempre piena: rammendano, restringono, allungano, rattoppano e spesso, fanno dei veri e propri miracoli. Il tutto a costi bassissimi.

Soprattutto le donne sono molto felici di queste piccole realtà, perché nessuna ha più molto tempo, ma diciamo la verità, anche la capacità: poche sanno attaccare un bottone. Sono lontani i tempi in cui le madri insegnavano il ricamo e il punto a croce alle proprie figlie. Le macchine da cucire sono considerate strumenti per professionisti, quando invece ogni donna dovrebbe averne una a casa e saperla usare all’occorrenza. E’ facile come cucinare. Forse manca in generale la voglia di fare. L’emancipazione femminile ha fatto scomparire anche queste piccole virtù, che all’occorrenza, sono molto utili. Tuttavia credo che di questi tempi molte donne, (ma anche uomini), si siano almeno muniti di ago, filo e buona volontà. Necessità fa virtù. Per tutto il resto, sono tornate di moda le botteghe artigiane.

Foto in licenza CC: Christian Demma

lunedì 6 dicembre 2010

Ecologia del vivere: Bambini e montagna, è davvero vacanza?


di Stefania Taruffi
Premesso che i miei genitori mi hanno messo sugli sci a sei anni e che da allora faccio (almeno) una settimana bianca l’anno, anche in questo autunno, in prossimità del freddo e di una partenza in avvicinamento, mi trovo a fare le stesse riflessioni sul delicato argomento. Sarà che nonostante gli anni passati sugli sci, nessuno è riuscito a farmi innamorare del freddo e della fatica che provo ogni volta che vado in montagna d’inverno. Amo i paesaggi montani innevati e finché ero senza figli, riuscivo anche a trovare le energie necessarie per attraversare indenne quella settimana infinita. Poi è accaduto l’irrimediabile. Con due bambini in crescita, ogni anno occorre rinnovare completamente l’abbigliamento. Per non parlare del lungo viaggio in macchina deliziato da ore di lamenti, nausee e continue necessità alimentari o e fisiologiche. Per non parlare delle favole o le canzoni dello Zecchino d’oro, in onda per ore per deliziare i pargoli. Poi c’è il freddo e i bambini odiano il freddo. Affitta gli sci, prova cento scarponi per capire se calzano, insegna loro a camminare con quei pezzi di plastica ai piedi in bilico sulla neve ghiacciata, iscrivili alla scuola sci e finalmente arriva il primo giorno di lezione in cui già sogni due orette di libertà. Falso! Uno dei due bambini stai sicuro che piange perché non ci vuole andare e in genere ti ritrovi a passeggiare con lui per il paese deserto e noioso, ragionando sui motivi di questa ‘assurda’ mancanza di coraggio. Quando finalmente entrambi i figli si sono convinti di andare a lezione di gruppo, inizia la faticosissima corsa mattutina alla colazione/vestizione. Superata la prima, con lunghe soste al buffet, già in notevole ritardo, ci si deve vestire: per mettere tutti gli strati a ciascuno ci s’impiega una vita e guai a dimenticare i calzini, gli occhiali o i caschetti nella stanza: pena non trovi più nessuno alla paletta della scuola sci e passi tutta la mattina a rincorrere il maestro sulle piste, con figlio al seguito. Il tempo in montagna è sacro, ancora più che in città. Infilarsi tutti gli scarponi e riuscire a guadagnare un posto sull’eventuale funivia che porta agli impianti è un’altra impresa ardua. Pressati come sardine in una cabina di ferro non è poi il massimo, specie per i piccoli gnomi che si guardano intorno disperati e il cui sguardo perso sembra voler dire: ”Ma tutti questi giganti dove vanno?”.

Alla fine si raggiunge l’ambito traguardo della vetta, dove i maestri di sci attendono genitori e figli con un ghigno sulle labbra, che di solito non piace ai bambini che, guarda caso, proprio in quel momento si ricordano di dover andare in bagno. Sembra facile con tutti quegli strati d’abbigliamento! I bisogni primari in montagna dovrebbero diventare secondari, perché quasi impossibili da realizzare. Sospiro di sollievo. In realtà la vera vacanza dei genitori è racchiusa in quelle due ore di corso dei propri figli, con l’orologio in mano e solo percorsi brevi, che permettano di rientrare in orario per riprendere la ciurma. Poi arriva il pranzo. Le baite sono strapiene di gente affamata e anche quella meta è impegnativa, tanto da far passare la fame.

Certo è bellissimo osservare i fiocchi di neve appoggiarsi sui rami, ma di poetico, in tutto il resto, c’è poco. Gli alberghi pieni di bambini sono un concentrato di virus senza paragoni e certamente, qualcuno prima o poi se li prende, uno ma anche due o tre insieme. I virus montanari sono noti per la loro potenza e per aver uno spiccato spirito di gruppo. Allora è davvero finita! Il famigerato virus è di solito in cerca di tante vittime ed è ben felice di far ammalare entrambi i figli, ma non insieme, troppo facile. A distanza di due giorni, a catena. In modo tale da costringere uno dei genitori o entrambi, a turno, a restare chiusi nella stanza d’albergo tutto il giorno, tutta la settimana.

Finita la vacanza ce ne vorrebbe un’altra per riprendersi!. I genitori appassionati di neve, che intendono tramandare la pratica di questa disciplina e l’amore per la montagna ai propri figli, sono dei veri e propri eroi. E il risultato non è poi neanche garantito. Capace che i figli, come me, non vedano l’ora di attaccare gli scarponi di plastica al chiodo e sognino un atollo in cui girare scalzi e in pareo, al caldo tepore dei tropici. Dove anche i bambini, secondo me, sarebbero più sereni. E poi, c’è sempre lo sci d’acqua.

Foto in licenza CC: Daniele Romagnoli

lunedì 29 novembre 2010

Ecologia del vivere: Essere, senza fretta.


di Stefania Taruffi
Tutti andiamo sempre di corsa, in bilico sulle lancette frenetiche di una giornata. La sintesi diviene virtù necessaria al raggiungimento della meta prefissa. La liquidità condensata delle azioni, dei pensieri, delle emozioni, forma necessaria per barcamenarsi nel mare magnum dell’agenda giornaliera. E la frase più banalmente ricorrente diviene: “Scusa non ho tempo” o “Che giornata stressante” o “Come vola il tempo!”.

Tra le poche cose che mi pare di aver capito, una è questa: che spesso a renderci infelici è il desiderio di essere là mentre si è qua, nel domani mentre si è nell’oggi. L’ansiosa attrazione per un altrove che non spalanca l’orizzonte del presente e lo rende angusto come una cella. Allora, forse , il segreto della felicità è nel saper stare nel hic et nunc (qui e ora). Saperci stare, poi, così intensamente, da riuscire a sottrarsi alle coordinate dello spazio e alla corsa del tempo, facendo largo a quelli che Virginia Woolf chiamava “momenti d’essere”: quando la fretta non esiste più e il tempo lineare, ingannato sul serio, ci scorre accanto come un vorticoso fiume in piena che non ci tocca.

I momenti d’essere sono per ognuno diversi. Io li ritrovo nel fermare l’attimo e coglierlo ovunque io sia, nello scrivere, nel respirare il profumo del mare, osservando il cielo, correndo sulla spiaggia. In certi luoghi e in gesti semplici, nel riordinare, nel dedicarmi con amore alla famiglia, in molti altri umili territori femminili abbandonati tumultuosamente dall’emancipazione. E’ l’amore che fa la differenza. Ho imparato a ritrovare la stessa pienezza d’essere ogni volta che posso, almeno in parte delle cose che faccio e che faccio sempre con passione.

Perfino in coda alla posta, sorridendo agli altri esseri umani. Ma è soprattutto mentre ascolto la musica che “l’essere” si fa vivo con me, dando forma a pensieri ed emozioni in grado di proiettarmi in nuove dimensioni atemporali, dove c’è solo spazio per sogni, fantasie e progetti positivi. Sono momenti ad alto tasso di creatività, in cui ci si ricollega con il proprio nucleo interiore. E a voi dove capita?

Foto in licenza CC: visionaria27_2

lunedì 22 novembre 2010

Ecologia del vivere: Lasciamo ai bambini il diritto di essere bambini


di Stefania Taruffi

E’ finita la settimana dell’infanzia. Personalmente, avendo bambini e amandoli, vivo il loro mondo ogni giorno. Tuttavia, ogni tanto, celebrarlo è divertente. E c’è anche chi l’ha fatto in maniera molto simpatica e originale come il popolo di Facebook. Sul diffusissimo social network un anonimo ha creato un link in cui s’invitavano tutti a pubblicare, come foto del profilo, l’immagine dell’eroe dei cartoni animati più amato. Un modo come un altro per tornare indietro nel tempo e riprendere a giocare, se non altro con i ricordi. E’ stato divertente relazionarsi con la Capo ufficio Trilly o il collega Batman, o il fidanzato che si è per qualche giorno trasformato in principe azzurro.

E sono stati soprattutto gli adulti a divertirsi di più, spogliandosi della seria maschera quotidiana e scegliendo, seppur a breve termine, una personalità fiabesca. Noi adulti siamo strani e quanto ci piace ancora giocare! Tuttavia chi è genitore, non dovrebbe solo ritrovare il bambino che è in sé, quanto piuttosto valutare meglio se il proprio figlio è messo in condizione di poter giocare, di vivere realmente la propria infanzia. Sempre di più, per problemi organizzativi, i genitori che lavorano, giustamente per vivere o vivere meglio, sono fuori di casa tutto il giorno. Il tempo pieno nelle scuole risolve gran parte della giornata e dopo? E nelle vacanze? La domanda che si sente più spesso è questa:”Oddio, dove lo metto?”. Neanche fosse una lampada.

Ed ecco allora che la complessa macchina organizzativa del mondo dei genitori cerca e trova i più disparati impieghi che occupino il proprio figlio nelle restanti ore con attività non solo piacevoli, ma soprattutto educative e ‘utili’. Però che fatica!!! Credo che gli adulti a volte dimentichino di avere a che fare con dei bambini. E neppure tengano conto dei loro limiti fisici e mentali, per non parlare dei loro desideri. I bambini sono fragili, non riescono a sopportare il peso di responsabilità troppo grandi, ma soprattutto hanno bisogno di spazi, tempi e luoghi diversi per crescere. E anche di silenzio e di momenti vuoti, da riempire con la loro fantasia, con l’energia del loro mondo incantato.

Ben venga lo sport che da sempre è sano per il loro equilibrio psico-fisico e una sana crescita. Oppure qualche ora di musica o quant’altro. Però non bisognerebbe esagerare. Ci sono bambini chiamati a stare 12 ore fuori casa, impegnati in mille attività diverse, oltre lo studio. Stare seduti otto ore sui banchi di scuola a sette-otto-dieci anni è già impegnativo. Quando escono, i ragazzi sono distrutti dalla stanchezza. Se devono trascorrere anche il restante delle ore imparando l’inglese, lo strumento musicale, a cantare o quant’altro, o tutto insieme, dove lo trovano il tempo per giocare?. Ricordo con piacere immenso i miei pomeriggi liberi, chiusa nella stanza da sola o con le amiche.

Spente le televisioni, i pomeriggi erano intrisi di me, di noi: pittura, musica, suonate di fisarmonica senza alcuna cognizione, chiacchierate, letture, scritture, futili giochi inventati con nulla. Perché i bambini non hanno neanche bisogno di tutti quei giocattoli di cui li sommergiamo. Ce ne accorgiamo quando gli mettiamo in mano un pennello e loro, liberi di intingere negli acquarelli, ci mostrano la loro anima. Momenti di creatività pura in cui misurarsi con se stessi, con i propri desideri, con la propria fantasia. E perché no, anche con il silenzio o il nulla. Perché queste ore vuote devono essere riempite da contenuti personali ed emozionali, che arricchiscono l’essere umano anche di più di mille nozioni.

Che senso ha mandare un ragazzino di sei anni a imparare l’inglese quando ancora non sa leggere e scrivere l’italiano? Spesso dimentichiamo che stiamo parlando di bambini, non di adulti. E che certe nozioni possono anche essere insegnate loro più tardi, oppure giocando. C’è tempo per essere grandi. Credo che sempre più spesso vogliamo portare i bambini nel nostro mondo e non siamo più in grado di calarci nel loro. I risultati, purtroppo, si vedono: I bambini sono diventati troppo seri, responsabili e tristi. Quasi non sorridono più. E questo è davvero un peccato. Credo sia molto utile osservarli, parlare con i nostri bambini, ascoltare i loro richiami. In tal modo non solo faremo il meglio per loro, ma impareremo anche qualcosa noi.

Foto in licenza CC: Wall e Permano Laboratori creativi

lunedì 15 novembre 2010

Ecologia del vivere: Di padre in figlio,Visibilia ex Invisibilibus, il sogno deve continuare.


di Stefania Taruffi
Il falegname che mi sta montando l’armadio è un uomo ancora giovane e ha una piccola azienda di falegnameria a gestione familiare. Il suo è uno di quei mestieri come l’idraulico, l’elettricista, il muratore tuttologo, diciamo anche il ciabattino, la sarta, il pasticciere e anche il panettiere e quant’altri, che potremmo definire ‘artigianali’.

In questi mestieri la manualità è data principalmente da una tradizione familiare e da una pratica tramandata di padre in figlio. Tuttavia il suddetto falegname si lamenta che il figlio, quasi maggiorenne, non solo non ha voluto seguire le sue orme, ma addirittura, vorrebbe non studiare più per fare l’attore! C’è chi sosterrebbe che questo ragazzo ha il pane (azienda avviata, padre esperto, privilegio di poter imparare per poi ereditare l’attività), ma non ha i denti, in altre parole non ha il mordente, il desiderio di continuare una tradizione, motivazioni sufficienti a restare su una strada già battuta.

Secondo l’ultimo rapporto della Confartigianato, che elabora i dati del rapporto 2010 Excelsior-Unioncamere, anche le imprese sono a corto di personale specializzato: mancano cuochi, panettieri, falegnami, pasticceri installatori e tanti altri artigiani. Nonostante la crisi e la dilagante disoccupazione, certi mestieri non li vuole o, soprattutto, non li sa più fare nessuno. E molte botteghe chiudono con la pensione, o la morte dell’ultimo discendente, mentre le aziende, nell’83,3% dei casi, restano senza trovare il personale che cercavano. Alla base di questa situazione c’è sicuramente una componente di fatica fisica e spesso anche di mancanza di volontà o motivazioni.

A volte anche di opportunità formative. Nel caso delle piccole imprese artigiane è un vero peccato, perché queste potrebbero non solo garantire continuità di lavoro al proprio nucleo familiare, contribuendo a far sopravvivere un mestiere importante, ma potrebbero diventare dei veri e propri ‘laboratori-stage di formazione’ che accolgano i giovani interessati a imparare il mestiere, da destinare poi alle aziende che ne abbiano bisogno. Il problema della continuità spesso non riguarda solo le piccole imprese artigianali, ma anche l’universo delle imprese familiari in genere, che rappresenta i due terzi del totale delle imprese italiane. C’è un’ombra che incombe su questo vasto universo: il passaggio generazionale.

L’European School of Economics di Milano ha ben presente il problema: “Per comprendere la rilevanza economico-sociale di questo fenomeno e l’importanza del family business in Italia e nel mondo, basti pensare che l’operazione di “cambio della guardia” interessa ogni anno 66.000 imprenditori per lo più ‘over 60’ e altrettante imprese che danno lavoro a oltre 220.000 dipendenti coinvolti nel passaggio del testimone da padre a figlio. Due su tre di queste imprese falliscono nel periodo di passaggio tra la prima e la seconda generazione e l’80% delle aziende a conduzione o controllo familiare scompare entro la terza generazione”. Secondo loro il problema è riconducibile a un concetto antico: ’Visibilia ex invisibilibus.

Il visibile nasce dall’invisibile’: “dietro capannoni, automezzi e macchinari, oltre a uffici e magazzini, al di là dell’esercito di dipendenti, dirigenti e fornitori, c’è il sogno di un uomo, quel colpo di diapason che ha fatto nascere tutto questo e che ancora fa vibrare ogni cellula dell’organizzazione. Consulenti e professori universitari, e professionisti di ogni genere studiano e affrontano il fenomeno del passaggio generazionale dai più diversi aspetti e sotto ogni profilo: tributario, legale, successorio, finanziario e perfino psicologico, per le ripercussioni di carattere umano, affettivo, emozionale, che originano dalla perdita dell’imprenditore o, in ogni caso, dalla sua uscita di scena.

E tuttavia qualcosa di importante sfugge a tutti: Il re è la terra e la terra è il re. Ciò significa che il destino di un’impresa, e tutto quello che ha conquistato in anni e anni di attività, è legato a filo doppio alla figura del suo fondatore, e perfino dall’integrità fisica del suo leader”. Guidato da queste intuizioni, o ipotesi pre-scientifiche, l’Istituto di Sociologia delle Organizzazioni dell’European School of Economics ha fatto ricerche nel campo dell’economia e del business scoprendo che: “ il destino di interi imperi industriali e finanziari dipende dall’integrità del ‘sogno’ imprenditoriale da cui sono nati, dall’impeccabilità del leader.

Grandi imprese, fortune imprenditoriali, così come nazioni e intere civiltà, si formano e prosperano, o si ammalano e muoiono, con il loro leader, con il loro fondatore-ideatore. Una piramide organizzativa è legata al respiro del suo leader. Un filo d’oro salda la sua immagine e il suo destino personale a quello della sua organizzazione e dei suoi uomini. Il suo sé corporeo coincide con la sua economia, come fu per gli antichi sovrani”.

Possiamo dedurne che sia nell’impresa familiare artigianale, sia in quella più articolata, a livello industriale, è sempre il Re che deve trasmettere in tempo il Sogno ai discendenti. Come riuscirci? Forse basterebbe semplicemente parlarne di più e più in profondità, credo si tratti di una questione d’imprinting. L’educazione dei figli implica anche questo, non disperdere le energie acquisite nel tempo. I vincenti lo sanno bene.

Foto: costella.it

lunedì 8 novembre 2010

Ecologia del vivere: Il possesso virtuale. Come cambia il mondo.


di Stefania Taruffi
Dobbiamo abituarci al fatto che ormai la vita vola a ritmi indiavolati. Navighiamo a vista sui byte dei motori di ricerca. Abbiamo acquisito il dono dell’ubiquità, dell’onniscienza, dell’intangibilità, del sesso incorporeo e dei viaggi nel tempo. Schiocchiamo le dita e ci viene dato! Ciò che vale oggi, domani sarà già obsoleto. Tutto cambia costantemente, vince il movimento, l’aggiornamento continuo e rapido, il divenire. E ne guadagna e vince chi sa restare al passo.

Abbiamo tante opportunità in più in ogni campo grazie ad Internet e a potenti mezzi di comunicazione che ci spostano velocemente da una parte del mondo all’altra, da una dimensione fisica a un’incorporea, dal passato al presente. Non tocchiamo quasi più nulla: i soldi viaggiano nelle banche online, paghiamo con carte di plastica e codici numerici, approfondiamo e studiamo virtualmente su Google e Wikipedia, che hanno letteralmente ucciso le enciclopedie cartacee e ogni sistema di catalogazione che non si aggiorni automaticamente. Leggiamo le notizie sul web e con esse le opinioni della gente, senza dover andare in edicola. Ogni tanto ci facciamo una passeggiata in forum, siti e blog per aprire la nostra finestra sul mondo.

Entriamo nelle vite dei nostri amici, degli sconosciuti, di chi ammiriamo. Non ci sono più segreti. Tutto scorre in video intangibili, nell’etere, via satellite, in digitale. Non serve più acquistare e possedere alcune cose. Possiamo prenderle, scaricarle, abbonarci e averle virtualmente per un minuto, un’ora, un giorno, per sempre o solo per una notte. Usufruirne senza toccarle. Cerchiamo, troviamo, prendiamo e restituiamo al mittente, o al prossimo utilizzatore. Tutto è perfezionabile, modificabile e mutabile. Possiamo diventare intangibili anche noi stessi e nascondere la nostra vera identità creando un avatar che ci sostituisca e faccia ogni cosa al nostro posto.

E’ tornato di moda scrivere e comunicare, con le mail, Messenger, Skype, Facebook. E per le brevi comunicazioni basta un sms. Ci si bacia mandando una bocca virtuale, si fa un regalo mandando fiori in fotografia e si cerca (e si trova) l’anima gemella sui social network. Sta scomparendo la solitudine, c’è sempre qualcuno più solo disponibile a tenerci compagnia e sappiamo dove trovarlo. Anche il sesso ha assunto “connotati” virtualmente visibili e fruibili: si può fare sesso anche senza scomodarsi da casa. Basta cliccare su un volto che piace, un nick invitante o una frase che fa la differenza, per eccitarsi e fare l’amore ognuno a casa propria, davanti al PC. Insomma, viviamo in un mondo pieno di opportunità e questo è positivo. Tuttavia, come sempre, ci vuole equilibrio e buon senso. E non bisogna farsi prendere dal panico.

Dobbiamo riuscire a superare la sensazione di avere virtualmente tutto ma di non possedere nulla. E il coraggio di fermare e trattenere il più possibile dentro di noi. A volte si ha la triste sensazione che tutto scorra troppo in fretta davanti ai nostri occhi, anche solo per sfiorarlo. E non si riesce a scegliere, perché c’è troppa possibilità di scelta. L’importante è non dimenticare mai che è proprio la nostra capacità di poter scegliere, a fare la differenza. Sono ancora il nostro istinto, l’intelligenza, il cuore, l’anima, i sensi, sesto compreso, a guidarci. Sono anch’essi intangibili, ma sono nostri, li possediamo per acquisizione alla nascita e non ce li può togliere nessuno. Non possiamo rinchiuderli in una cartella di file, perché viaggiano su onde diverse, in una dimensione unica e personale, senza tempo né spazio, se non il nostro.

lunedì 1 novembre 2010

Ecologia del vivere: importiamo anche tradizioni.


di Stefania Taruffi
Torno indietro e non ritrovo tracce di memoria della festa di Halloween nei miei ricordi di bambina. Ai miei tempi ci si mascherava solo a Carnevale. Le mie figlie sono state le prime a informarmi che il 31 ottobre si doveva andare di casa in casa a chiedere “Treats or tricks, dolcetti o scherzetti”, mascherandosi da streghe. Alla luce delle ultime mode, anche genitori ignari e addirittura la scuola, si sono allineati con i tempi. I programmi di storia e geografia si sono assottigliati, ma le maestre ora devono essere preparate anche a istruire i ragazzi sulle origini della Festa di Halloween. Non conoscendola per niente, mi sono messa a studiarla con loro anch’io. Ora è un po’ di anni che me la sorbisco. In un mondo globale s’importano anche le tradizioni ormai, specie se generano fatturato: Telefono Blu, ha voluto calcolare il giro d’affari di questa festa in Italia, che pare si aggiri intorno ai 420 milioni di euro. D’altronde non ci si può perdere un’altra bella occasione per fare feste, divertirsi, mascherarsi e spendere una cospicua somma di denaro in gadget, dentoni, parrucche, vestiti neri e maschere striate di sangue. Perché in fondo Halloween altro non è altro che un carnevale lugubre alla vigilia (Eve) di Ognissanti (All Hallows), con tanto di riabilitazione della zucca, destinata all’estinzione e salvata da questa festività acquisita.

Se andiamo a scavare nella nostra storia, ha davvero un senso Halloween per noi europei? E’ una festa pagana che vuole festeggiare il ritorno delle streghe e degli spiriti dall’oltretomba, l’unica notte dell’anno in cui si dovrebbe assottigliare la divisione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Davvero siamo interessati a sostare in questo limbo?

Halloween una festa popolare pre-cristiana che nasce negli Stati Uniti, tuttavia l’Europa non ne è completamente estranea. Infatti, fu diffusa dai Celti (per lo più dunque in Irlanda), che festeggiavano il loro Capodanno proprio il 31 ottobre. Non avendo paura dei morti, essi lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi, un’usanza, peraltro, sopravvissuta anche in alcune regioni dell’Italia settentrionale e in parte della Puglia e Basilicata. Ecco almeno un riferimento nostrano. Essa resta tuttavia una festa prettamente anglosassone. E’ dunque da capire che in un’Italia, a prevalenza cattolica, essa non abbia molto senso. Ma si sa, noi italiani predichiamo bene e razzoliamo male. Fa parte della nostra indole ricca di controsensi.

Alla chiesa non è mai piaciuto Halloween. Il più duro è stato il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano, che in piena polemica sui crocefissi nelle scuole, ricordò che “ci lasciano le zucche e ci tolgono il nostro caro crocefisso..”. E come in ogni democrazia scatta la controffensiva lanciata dal progetto “Sentinelle del mattino”, tramite i “papaboys” (www.sentinelledelmattino.org), che hanno lanciato via internet la festa di «Holyween», la notte dei santi. La sera del 31 ottobre invitano parrocchie e cittadini a esporre alle finestre le immagini di santi e beati. Pare abbiano aderito all’iniziativa almeno trenta città italiane. E stamattina a Roma, si è svolta la terza edizione della «Corsa dei santi», maratona benefica per raccogliere fondi in aiuto agli alluvionati del Pakistan. Un modo come un altro per distogliere l’attenzione dalle streghe. Importiamo tradizioni dunque, ma le nostre le conosciamo e tuteliamo adeguatamente? Molte riguardano piccole realtà locali, ma non generano fatturati, sono soltanto un patrimonio culturale d’inestimabile valore storico. Per fortuna cittadini e amministrazioni locali riescono ancora a salvaguardarle. Avete mai provato a negare un dolcetto a Halloween? Crudeltà pura, ma io l’ho fatto. Sono pochi, tra adulti e bambini a essere in grado di inventare scherzetti divertenti, improvvisando con ironia. Forse insieme a questa tradizione, potremmo anche importare un po’ del senso dell’humour anglosassone. Quello ci sarebbe molto più utile.

Foto in licenza CC: beachut (john) just one click

lunedì 25 ottobre 2010

Ecologia del vivere: L’importanza della comunicazione.


di Stefania Taruffi

«Quel che amore tracciò in silenzio, accoglilo, che udir con gli occhi è finezza d’amore.» scriveva William Shakespeare. E’ vero che a volte le parole non servono, che il linguaggio non verbale in molti casi rappresenta la forma di comunicazione più sottile, quella che parte dall’essere più profondo e scava nelle radici dell’altro, attingendo a tutti i sensi, alla mente, all’anima, per manifestarsi nella sua forma più pura, la gestualità, l’azione, l’espressività, il pensiero manifestato senza l’utilizzo delle parole.

Eppure siamo stati dotati della voce, quale mezzo di comunicazione verso l’esterno. Le parole sono il contenuto del nostro pensiero vivente veicolate dalla voce, tuttavia esse rappresentano solo la punta della montagna, sono i suoni concreti e visibili che ci permettono di esprimere il nostro mondo invisibile, ciò che abbiamo dentro.

Le parole possono creare emozioni, accenderle o spegnerle, far piangere o ridere, innamorare, sperare, deprimere e soffrire. Possono ispirare popoli, creare e distruggere rapporti, salvarli in extremis, possono motivare a vivere o a morire. Il linguaggio può creare opinioni e cambiarle. Tuttavia dovremmo anche essere consapevoli che le nostre parole possono illuminare o confondere, aiutare o danneggiare, costruire o distruggere. Si dovrebbe prestare molta attenzione allo stato della mente e delle emozioni, perché fattori condizionanti, ai moventi consci e inconsci che qualificano il nostro comunicare, alle conseguenze che avranno le parole espresse, delle quali siamo responsabili. I rapporti umani, nelle loro molteplici forme, sono il campo d’azione della comunicazione.

L’esasperazione del linguaggio, la polemica sterile, la denigrazione e la demonizzazione dell’ “altro”, le condanne senza appello, non portano né alla verità né alla giustizia, bensì creano disarmonie e sofferenza generale. Allora è meglio il silenzio. Nel frastuono di un mondo che grida, c’è bisogno di Parole che nascano dal Cuore, con il loro valore positivo e protettivo, per rendere più bella e armoniosa la vita e contribuire alla nostra e all’altrui evoluzione. Pensieri e parole purificati dalle scorie dell’interesse puramente egoistico e materialistico, consapevoli della loro funzione creativa. Pensiero positivo espresso con parole positive.

lunedì 11 ottobre 2010

Ecologia del vivere: Vite interrotte.


di Stefania Taruffi
E’ un fatto di cronaca nera quello che ha fatto il giro d’Italia e non solo in questi giorni, inorridendoci: il delitto efferato di uno zio che, dopo aver ucciso la nipote 15enne, l’ha anche violentata. Ha violentato una piccola donna senza vita, sotto a un fico. La notizia sta muovendo la rabbia di milioni di persone che si sono mobilitate, anche sul social network facebook, perché sia fatta giustizia per Sarah Scazzi. Se scorriamo le statistiche dell’Unicef e i dati riferiti alle violenze sui minori, non si riescono a identificare numeri certi e questi variano secondo i casi e la tipologia di violenza e bisogna tenere conto che spesso, molti crimini non sono nemmeno denunciati e non rientrano dunque in quelle statistiche. Pedofilia, prostituzione infantile, violenza fisica, psicologica, stupri casalinghi, sfruttamento minorile, abusi da parte di preti. La violenza sui minori ha mille volti e fa inorridire. Vite spezzate, distrutte, mortificate sul nascere, nel momento più delicato, quello della crescita.
La violenza tra le mura domestiche è sempre esistita, solo che un secolo fa restava circoscritta fra quelle mura e quindi non faceva scandalo. Semplicemente perché non c’erano i mezzi di comunicazione a darne risalto. Spesso i ‘vizietti’ di parenti e amici, dei sacerdoti, erano coperti dal silenzio dei familiari omertosi, o della chiesa, che sapevano tutto ma non ammettevano, né tantomeno denunciavano nulla. Stupri, violenze fisiche e psicologiche su giovanissime donne, da parti di padri, parenti, amici che vivevano a stretto contatto con le vittime che spesso, terrorizzate da ricatti morali e fisici, restavano in silenzio. E le cose non sono cambiate. Piccole, fragili donne cresciute nel segno del disturbo, della sofferenza, della violenza inferta da chi dovrebbe invece proteggerle, amarle e rispettarle. La casa e la chiesa sono per alcuni bambini, luoghi di guerra e sofferenza, non di pace e accoglienza. Non è forse il nucleo familiare, quello di cui ci si dovrebbe fidare? L’unico posto dove sentirsi protetti? I genitori e la famiglia dovrebbero rappresentare, soprattutto per le giovani donne, i bambini in genere, il ‘nido’ dove vivere serenamente e crescere con valori sani, cercando di attingere all’esempio positivo degli adulti. Il mondo è già abbastanza crudele e i genitori, le persone più vicine ai giovani, dovrebbero aiutarli a difendersi dall’esterno. Poi leggiamo dell’esistenza di mostri come Michele Misseri, che operano dentro la famiglia. Probabilmente c’è dell’altro, ci sarà un vissuto nascosto, un passato, vizietti e storie non raccontate dall’omicida e dai familiari, ma che stanno emergendo da piccoli dettagli, perché in queste tristi storie ci sono malvagità e abusi quotidiani. Alcune volte anche la morte. Che i disturbi mentali o dell’equilibrio siano sempre più diffusi, lo testimoniano molti atti estremi compiuti da persone apparentemente ‘normali’. Non c’è dunque da stare tranquilli con nessuno. Una normalissima giovane donna qualche mese fa ha buttato dalla finestra, uccidendola, la figlia di 5 mesi, solo perché piangeva. Tutti in preda alle depressioni che offuscano il cervello? “I bambini ci guardano, e in molti casi, ci odiano” diceva De Sica. E alcuni bambini hanno proprio ragione. Se l’inferno esiste, loro lo vivono. Il Paradiso è per pochi e spesso, neanche per preti, vescovi e i religiosi, stante le cronache. Gli abusi sui minori accompagnano la storia della chiesa da secoli e solo alcuni casi sporadici sono noti o pubblicati dalle cronache, come quello del prete americano con 200 bambini sulla coscienza (New York Times 25/03/2010). Misseri, lo zio omicida, però ha pregato sul pozzo dove aveva infine annegato la giovane nipote uccisa. Ha formulato un’Ave Maria per cancellare ogni peccato. Viene da pensare se esista una pena tanto severa che possa fare davvero giustizia al male inferto ai bambini, ai giovani. Resto con il dubbio, ma un’idea mi viene in mente.

Foto in licenza CC: Almarita (en sevilla)

martedì 5 ottobre 2010

Ecologia del vivere: i nostri sensi.


di Stefania Taruffi
Il tatto è il senso che più stabilisce una relazione, l’intimità, la confidenza, la comunione. Nel contatto sentiamo qualcosa dentro di noi, nel nostro corpo e acquisiamo la conoscenza più intima delle cose. La massima espressione di questa percezione sensoriale si ha a occhi chiusi, quando le palpebre, schermo naturale dell’universo, ci proiettano in una dimensione totalmente incorporea. E noi, attraverso il meraviglioso strumento delle mani e del corpo, ristabiliamo il perfetto equilibrio tra la percezione della materia e la sua effettiva consistenza. Con le mani si esplora e inizia un lungo viaggio di conoscenza. I polpastrelli delle dita procedono lentamente innescando una sorta di scansione minuziosa. Toccano, sfiorano, palpano, facendoci conoscere la solidità, la fluidità, la levigatezza del reale, la sua profondità, la sua forma. Ci fanno scoprire le sensazioni che passano dalla pelle, fino agli strati più profondi del corpo per incontrarsi con ciò che abbiamo dentro. La pelle è il filtro tra l’accensione del contatto e il suo lungo viaggio dentro di noi. Il bambino s’identifica con le esperienze tattili che fa nei primi mesi di vita. Le sue esperienze al contatto con il corpo della madre, poi con il padre, costituiscono il suo primo e fondamentale mezzo di comunicazione, il suo primo modo di dare e ricevere amore. Perché toccare, non è altro che far passare l’amore attraverso la pelle. Significa entrare in contatto diretto con la sfera delle cose reali, con la natura e le sue molteplici forme che provocano sensazioni dalle mille sfumature. Toccare un figlio, la persona amata, andare a piedi nudi sulla terra, toccare l’acqua, immergersi, raccogliere un frutto, sfiorare gli elementi, accarezzare il vento, baciare una guancia, abbracciare un corpo, entrare in esso, toccare un libro, tenere in mano una moneta. Toccare è un po’ come possedere una cosa, una persona, un bene. Entrare in confidenza. In questo mondo così intangibile, il tatto è l’unico senso che ci mette in diretta comunicazione con la vita e tutto ciò che essa contiene. Toccare per credere.

Foto in licenza CC: http://www.flickr.com/photos/patlele_sl/

mercoledì 29 settembre 2010

Ecologia del vivere: “Per tutta la vita”.


di Stefania Taruffi
Non va più di moda questa frase, in questo nostro mondo in cui il domani è già un traguardo impegnativo e in cui nessuno vuole più investire in sentimenti duraturi nel tempo. Eppure guardando i miei zii seduti su quel divano, 80 anni lei e 89 suonati lui, mano nella mano, teneri come due innamorati, avvolti nei loro costumi di pelle bavaresi, m’intenerisco. Mi confidano che lui il prossimo anno compirà 90 anni e allo stesso tempo, insieme, festeggeranno 60 anni di matrimonio. Mi si stringe il cuore e penso che sì, l’amore eterno ancora esiste. Forse non è cosa d’altri tempi, non è solo retaggio di romanzi e film d’amore, non vive solo nelle canzoni romantiche, ma esiste davvero ancora, l’Amore profondo che si trasforma nel tempo, che si prende cura dell’altro, che supera le difficoltà, custodisce i segreti, lotta contro il dolore, sconfigge i mali, che sorride alla vita, rincuora e sostiene, che si diverte. L’amore che semina e raccoglie nel tempo. Lei non sta tanto bene e dopo tanti anni in cui si è presa cura di lui ora è il suo compagno di vita ad assisterla. Nei loro occhi liquidi di anziani scorre una vita: ricordi, emozioni ma soprattutto amore, che vive nel guizzo ancora vivace del loro sguardo. Perché l’amore nutre e sazia e soprattutto, rende immortali. Sono felici, perché la felicità è anche il coraggio della tenerezza, il coraggio di concedere la propria vita a un’altra persona e condividerla. E’ recente la notizia della morte di Sandra Mondaini, una delle icone della nostra tv, che viveva in simbiosi con il suo compagno, Raimondo Vianello. Un legame così forte che li vedeva sempre insieme, nella vita e nel lavoro, da più di 40anni. E fa riflettere che a pochi mesi dalla morte del consorte lei non sia riuscita più a dare un senso alla sua vita e si sia consegnata nelle mani della donna con la falce, perchè non poteva più vivere senza di lui. Ci sono coppie, che sono due unità che s’incastrano come pezzi di un puzzle e formano un quadro completo solo insieme. In fondo ciascuno di noi trascorre tutta la sua vita cercando quel pezzo mancante e molti, non lo trovano mai. Però quando accade, si realizza la più grande manifestazione dell’esistenza di un Bene superiore, che ci dona l’Amore, per essere migliori. Per guarire e vincere la vita.

domenica 19 settembre 2010

Ecologia del vivere: Manhattan trash.


di Stefania Taruffi

In Italia pensiamo di essere sempre gli ultimi in classifica, eppure accade che a volte, addirittura rispetto alla città di New York, in qualcosa siamo anche più bravi. Abbiamo i cassonetti della differenziata da molto più tempo, anche se, per un problema di cultura, fatichiamo ad abituarci a essere ecologicamente educati. Ma c’è sempre qualcuno meno educato di noi, per fortuna. In aprile, in occasione dell’Earth Day, anche la città New York si era preparata ad affrontare il problema del riciclaggio della spazzatura con nuove leggi che proponevano 700 nuovi cassonetti per la differenziata, da installare entro il 2020. Nel frattempo i sacchetti ‘differenziati’, quando vengono fatti, giacciono sui marciapiedi e non è un bel vedere. Gli edifici residenziali hanno un sistema per la raccolta e il riciclo, obbligatorio per legge, mentre gli edifici commerciali, i grattacieli, ovvero la tipologia più comune, non sono obbligati a differenziare, né potrebbero, essendoci in giro solo cassonetti unici. Manhattan, probabilmente per ovvi problemi logistici, esporta i propri rifiuti verso altri stati, con costi molto alti. Eppure ci sono realtà invisibili che operano con microiniziative in questa metropoli: li chiamano ‘scavenger’, un termine che in inglese è riferito sia ai netturbini, che agli animali che si nutrono di tessuti in decomposizione, rifiuti, cadaveri. E sono cinesi. Si muovono nella notte come un esercito invisibile, alla ricerca di lattine e bottiglie per ciascuna delle quali ottengono il premio di un centesimo. Nessun cittadino americano per tale somma restituirebbe in alcun modo il contenitore. Figuriamoci per coscienza ambientale! I cinesi sì. E dopo ore di duro lavoro, si caricano sulle spalle il pesantissimo bottino e si dileguano nel buio. Nella nostra civiltà dello spreco gli asiatici si rimboccano le maniche e fanno piazza pulita dei nostri rifiuti. E non solo. Girando tra i fiorai di Chinatown all’alba, possiamo osservare ragazze cinesi togliere i petali appassiti dai fiori per ridare loro nuovo vigore, per non buttarli via anzitempo e poterli rimetterli in vendita. Qualche newyorkese ne sentirà ancora il profumo e senza saperlo, avrà donato al fiore, un giorno in più.

Foto in licenza CC: Chachlate

lunedì 13 settembre 2010

Ecologia del vivere: il primo giorno di scuola.


di Stefania Taruffi

In questi giorni riaprono i battenti le scuole. Per qualcuno è anche il primo giorno nelle primarie. Insegnanti e compagni nuovi, un edificio tutto da scoprire e tomi sconosciuti sui quali chinare il capo per mesi, all’insegna del sapere. A vederli impauriti in attesa del suono della campanella, fanno tenerezza, con quegli zaini pesanti come macigni a piegare le loro piccole schiene e la merenda in mano. Certe sensazioni crescendo le dimentichiamo, o si sfumano negli anni lasciandoci solo vaghe sensazioni. Poi accade che si abbiano figli e anche loro iniziano i percorsi scolastici con tutte le dinamiche e gli oggetti che noi avevamo riposto nel giardino dei ricordi. Ed ecco che improvvisi déjà vu riaffiorano come flash ripescati in vecchi album fotografici, permettendoci di ristabilire un contatto, ormai quasi perduto, con il bimbo che è in noi. I tempi sono cambiati, così com’è cambiata l’organizzazione scolastica, gli insegnanti e anche molto i genitori. Non c’è più il maestro unico alle elementari, nessun insegnante si sogna di bacchettare o mettere in punizione un alunno, sarebbe denunciato, ma certe cose né il tempo, la società o nuove leggi sono riusciti a cambiarle. Pensiamo agli odori: dei banchi, delle gomme da cancellare, della matita temperata, della merenda profumata portata da casa e riposta nello zaino, dei libri nuovi e di quelli usati, che portano ancora l’indelebile odore e il vissuto dell’alunno precedente. Poi ci sono l’astuccio, con l’arcobaleno dei suoi colori e il diario, il simbolo per antonomasia della vita che cambia: da quel momento in poi, degli impegni quotidiani, non ci sbarazziamo più e l’agenda ne è l’evidenza. E quando i ragazzi vogliono ripeterci la lezione, ci ritorna in mente anche la grande paura prima di ogni interrogazione e il dito della professoressa che scorreva lento sul registro. Ci ribatte il cuore forte solo al ricordo. Molte sono le cose che non sono cambiate. Le prime cotte, le omissioni dei brutti voti ai genitori, le marachelle, il pesce d’aprile dietro alle schiene. Si chiacchiera, si copia, si socializza ma soprattutto, il ricordo più forte, è che ci si diverte. Ciascuno di noi avrà il proprio ricordo indelebile, tuttavia credo che la cosa che più ricordiamo di quel periodo è la spensieratezza e tanta voglia di giocare e crescere. Fino a tutte le scuole medie superiori le aspettative sono a breve periodo e le delusioni, ancora lontane. Forse nessuno tornerebbe indietro, crescere e imparare è una gran fatica, ma sono certa che una cosa quasi tutti la rimpiangiamo: l’infanzia, poi la giovinezza, beni preziosi, limitati nel tempo e tutti da godere. Passano troppo in fretta.
Foto in licenza CC: s-m-n-

mercoledì 8 settembre 2010

Ecologia del vivere: Saudade, la nostalgia.


di Stefania Taruffi

Con questa parola molti intellettuali portoghesi hanno raccontato il destino dei navigatori lusitani e la loro speranza di poter un giorno tornare a casa. In essa non è racchiuso solo un sentimento portoghese o brasiliano, ma uno stato d’animo globalizzato che dimora in molti di noi. Significa solitudine. Un sentimento commisto di passato e presente che non evoca solo la nostalgia, ma anche la speranza nel futuro che verrà. In questa parola è racchiuso un lungo viaggio verso le terre sconosciute della vita, il desiderio di raggiungere l’inaccessibile, la rassegnazione al destino che verrà, la nostalgia di ciò che è andato perduto. La saudade è una voce che in un istante raccoglie in sé una moltitudine di sentimenti, l’essenza della vita e delle cose quotidiane, di uno stato amoroso che vive di lontananza e speranza. E’ il ricordo affettivo di un bene speciale che è assente. La saudade è un modo di vivere e di sentire le cose con amore, come un canto melanconico e appassionato in riva all’oceano delle nostre emozioni. E’ un vago sentimento di perdita e di tristezza che può anche diventare creatività, fonte di vita e di piacere. A volte anche ispirazione.
Saudade, come canta Gilberto Gil, è la presenza dell’assenza, di qualcuno, qualcosa, un luogo. Come una capsula che sigilla e nello stesso tempo porta la visione di ciò che non si può vedere, o si è lasciato dietro di sé, ma che si conserva nel proprio cuore.
Il fado che ho appena ascoltato, questa meravigliosa, straziante melodia portoghese, ha risvegliato la mia, di saudade. Una nostalgia liquida che da sempre mi scorre nelle vene come linfa vitale. Ma non è assassina. E’ carica di amore. E l’amore è anche sofferenza. E’ carica di felicità. Perché ogni felicità è anche un po’ triste.

venerdì 3 settembre 2010

Ecologia del vivere: diventare mamma dopo i 50 anni.


di Stefania Taruffi
Non si parla d’altro da qualche settimana: Gianna Nannini, rockstar dall’aspetto mascolino, icona ribelle, anticonformista e trasgressiva, emblema della libertà sessuale e morale dei nostri tempi, fa parlare di sé per la sua gravidanza a 54 anni suonati. A vederla sembra una ragazzina e se li porta benissimo. Tuttavia la sua scelta ha riproposto un argomento controverso e quanto mai attuale nella società italiana: è giusto fare un figlio dopo i 50 anni? Che di bambini in Italia ce ne sia bisogno lo dicono da anni anche le rilevazioni Istat. Quelle del 2009 si attestano a 1,41 figli per donna. Rispetto al 1995 c’è stato un leggerissimo aumento, ma siamo sempre largamente di sotto la soglia del 2,1, che permette la costanza della popolazione. La società italiana sta invecchiando rapidamente, come si sta spostando in avanti l’età in cui si fanno figli. E’ un problema le cui cause vanno ricercate non solo nelle difficoltà economiche, ma soprattutto nelle scelte di vita. Vince l’individualismo, che sposta in avanti il momento del sacrificio e delle rinunce, ma anche delle gioie. Dopo aver dato del ‘nonno’ a un papà in attesa davanti alla scuola, con una conseguente brutta figura, non mi permetto più di denominare nessuno. Premesso che ognuno ha il diritto di procreare all’età che preferisce, o in cui si creano le condizioni per farlo, sorge il dubbio sul valore, sull’opportunità di quest’atto meraviglioso, oltre la soglia dei 50anni. I bambini sono doni e sono sempre i benvenuti, questo è un punto fermo. La società ne ha bisogno per crescere, perchè i bambini rappresentano il nostro futuro. Tuttavia quelli che nascono da padri o madri di età avanzata, seppur amati, qualche differenza la vivono. Con il passare del tempo si ha meno forza fisica, si diventa meno tolleranti, più ansiosi, più stanchi. I figli risucchiano le nostre energie e ci costringono a vivere in un turbinio continuo, sia emotivo sia fisico, che i genitori/nonni spesso non riescono a sostenere, abituati come sono ai ritmi dettati solo dalle proprie esigenze e abitudini, ormai radicate. Per la par condicio non dovrebbero esserci differenze: perché un uomo come Fini o come Montezemolo possono fare un figlio oltre i 60 anni e una donna no? Certo, se non ci sono problemi o limitazioni fisiche che lo impediscono, anche per una donna è possibile fare un figlio in tarda età. L’orologio biologico delle donne può suonare a qualsiasi ora, ma bisogna fare i conti con il proprio corpo: la fecondità diminuisce con l’età e rimanere incinta quando non si è più tanto giovani, è molto difficile. Rimane la fecondazione artificiale, forzatura necessaria per procreare oltre i 50 anni, salvo le dovute eccezioni. Non si sa bene dunque chi sia il padre della bambina in grembo a Gianna Nannini, resta il dubbio che lei, come molte altre donne, abbia voluto fare tutto da sola. Desiderava tanto un figlio e se l’è procurato. Da qui il delicato dibattito sull’eticità della procreazione oltre i 50 anni, ma anche sulla maternità delle ‘single’ che ricorrono alla fecondazione artificiale pur di avere un figlio. Quello che più spaventa tuttavia è questa corsa ostinata delle donne a voler prolungare la giovinezza, a forzare il corso della natura, ma soprattutto all’esclusione della paternità, intesa come valore, completamento. A volte l’uomo sembra essere ininfluente, relegato al ruolo di generatore di vita. Per fortuna almeno, per fare un figlio, ancora serve il suo seme. Stando alle immagini pubblicate da Oggi (www.oggi.it), che la ritraggono a spasso per Chelsea con un misterioso trentenne (che potrebbe essere suo figlio), resta la speranza che questa bambina sia frutto di un amore, non il capriccio di una diva. Una storia avvolta da misteri, in linea con il personaggio, dove il tempo e l’età sono una variabile ininfluente, le scelte controcorrente, un tocco di originale vanità. ‘Meravigliosa creatura, volerò tra i fulmini…per averti…” cantava Gianna. Lo avrà fatto anche per sua figlia? Dicono si chiamerà Penelope, simbolo per antonomasia, della fedeltà coniugale femminile. Un grande coraggio però, dobbiamo riconoscerglielo.
Foto in licenza CC: Marco Cortesi

venerdì 20 agosto 2010

Ecologia del vivere: i nostri sensi.


di Stefania Taruffi

I sensi sono le vie che portano all’anima e la vista è forse la via più diretta, che ci conduce dentro all’essenza delle cose e delle persone. Gli occhi ne sono lo strumento vivo che ci fa guardare tutto, ma vedere è tutt’altra cosa. Guardare è semplice, istintivo, elementare, non richiede impegno. Vedere è andare oltre, significa anche desiderare, amare, conoscere. Quanto sono belli gli occhi! Quanto è meraviglioso riuscire a vedere con lo sguardo curioso di un bambino!. Aprire gli occhi e vedere il primo raggio del mattino, la luce, le ombre, le sfumature. I colori, i dettagli del mondo, la bellezza, le infinite varietà di forme e di vita. Vedere e stupirsi! Restare a bocca aperta, immobili, entusiasti, stupiti. Delle cose belle, di quelle strane, anche di quelle brutte. Non occorre andare lontano per stupirsi, l’importanza è nello sguardo, non nella cosa guardata. Il problema del nostro tempo è che si scivola sulle cose, senza avere il desiderio di penetrarle. Noi guardiamo senza vedere, senza mai entrare in un rapporto di reciprocità con le cose viste. Proviamo a coltivare una disponibilità dello sguardo, un’attenzione fluttuante verso tutto ciò che ci circonda, con gli occhi di quando si era bambini, con curiosità inesauribile, senza far interferire il nostro giudizio, i preconcetti, le esperienze, la nostra cultura e educazione. Solo allora potremo renderci conto che ciò che ci appariva insignificante si rivelerà ricco di significato e ci trasmetterà qualcosa di unico. Allora saper guardare significherà voler vedere in ogni istante tutto quello che esiste intorno a noi e farlo nostro, restando nel flusso dell’esistenza.

lunedì 9 agosto 2010

Ecologia del vivere: stelle e desideri.


di Stefania Taruffi
Alla vigilia della notte di S. Lorenzo, mi stendo sul lettino del mio terrazzo sul mare e scruto avidamente il cielo: dovessi scorgere una stella cadente qualche giorno prima, mi tolgo il pensiero, perché la notte delle stelle sarò chiusa nella cabina di una nave, senza neanche l’oblò. Di stelle ce ne sono tante, il cielo ne è stracolmo. Mai nessuna che cada. Nessuna che mi regali un sogno. Mettiamoci che sono anche molto miope, l’impresa diventa ardua. E poi, diciamolo chiaramente: non c’è più il cielo stellato di una volta, un po’ come la mezza stagione. Il problema è l’eccesso di luce. Da quando hanno inventato l’elettricità, siamo usciti dal buio. Forse per la nostra atavica paura, ci siamo inondati di luce per proteggerci dal buio e siamo arrivati all’eccesso: troppa illuminazione, che ci ha portati addirittura all’inquinamento luminoso. Eppure in sere come queste, ci rendiamo conto di quanto la luce nasconda e l’ombra invece, riveli. Spesso mi sono domandata cosa porti milioni di persone nel mondo a cercare il buio una volta l’anno solo per attendere una stella speciale che si riveli a noi. Sono arrivata a una conclusione: siamo pieni di desideri. Lasciarsi sfuggire un’occasione per vederne realizzato almeno uno, sarebbe una follia. Ci attacchiamo proprio a tutto per ritagliarci un’illusione, un sogno. L’ultima stella cadente che ho visto però, una palla di fuoco stagliata nel cielo buio di un paesino austriaco di montagna, due anni fa, mi ha un pò deluso: il mio desiderio non si è mai realizzato! Ci rimango sempre un po’ male, ma alla fine è solo una stella nel cielo, una fra milioni, perchè dovrebbe farsi un giro nel mio cielo e addirittura realizzare un mio desiderio! Ma la magia è proprio in questo: in quelle ore distesi a guardare il cielo, non solo ristabiliamo il contatto perduto con il cosmo, ma soddisfiamo anche un desiderio di unicità, di essere prescelti da una stella su un miliardo. Sì noi, proprio noi! E in quel momento, ci sentiamo pieni di felicità.
Foto in licenza CC: Luana 183

lunedì 2 agosto 2010

Ecologia del vivere: estate chic o sciatta?


di Stefania Taruffi

E’ arrivato il tempo delle vacanze e quindi delle valigie. Come tante donne, anche io apro l’armadio traboccante e mi deprimo. E’ colmo di vestiti che non metto quasi mai, perché ogni giorno indosso sempre i miei preferiti: un vestitino scollato, acquistato su una bancarella, oppure gli short di Subdued con la canottiera abbinata, identici a quelli di mia figlia tredicenne. Mi fanno stare bene. Basta non entrare vestiti così in zona Vaticana, dove ora è severamente vietato inoltrarsi se abbigliati in maniera inadeguata. Hanno bloccato un’anziana signora sbracciata, che dopo un lungo viaggio in autobus dalla periferia, pare abbia dato in escandescenze e non ci sia stato verso di fermarla. Nella farmacia però, dopo le accese proteste, è riuscita ad entrare. Più che i valori mi pare che la Chiesa voglia salvare le apparenze. Salvo poi proteggere e tutelare i preti pedofili, quelli non oltraggiano il pubblico pudore! Misteri della fede! Abbasso lo sguardo e le sette scatole ricolme di scarpe tacco 12 si lamentano ammuffite dall’umidità invernale. Le guardo con un ghigno impietoso e rispondo loro che: “eh no, care mie, al massimo posso togliervi la muffa, ma non posso portarvi in vacanza! Magari il prossimo anno!”. Ci rimangono sempre molto male, ma ormai ci sono abituate. Le ciabattine di Positano reclamano dal basso del loro comodo piattume, loro sì che me le porto. Sarà il caldo, ma ho poca fantasia. D’altronde andrò in giro con famiglia e amici per isole, su un gommone, dunque a cosa servono tanti vestiti e mise eleganti?. Basta qualche costume e magari la crema solare, quella non deve mancare mai, perchè ad una certa età vengono pure le macchie. Distolta da questo pensiero estetico mi guardo allo specchio e sì, ultimamente non sono molto curata. Certo queste palpebre cominciano a calare, griderebbero le iper-ritoccate. Gli occhi arrossati bruciano a furia di scrivere al pc. La pancetta poi, non ne parliamo Mi consolo pensando che ora vanno di moda le donne in carne e il fascino delle quarantenni. Forse sono solo molto stanca. Se non altro non sono divorziata, o indagata, che va tanto di moda. Per fortuna neanche ho vizi banali di droga e in ogni modo nessuno mi avrebbe mai offerto la conduzione di Sanremo. Resta il fatto che di Belen ce ne è una sola, peggio per il Festival. Vuol dire che ingaggeranno di nuovo la Clerici a suon di milioni. Lei sì che è in linea con la tradizione e il buon costume italiani. Nei privè neanche mi invitano, per fortuna non devo competere per arrotondare. Tanto meno devo sedurre calciatori, non sono proprio i miei tipi! Sì amiche mie, sono soddisfazioni. Dal parrucchiere poi non ci vado, va bene così, il look selvaggio fa tendenza. D’altronde di questi tempi, fatti due conti, occorre fare dei tagli: si risparmia sulla messa in piega settimanale, la perfetta pedicure, i quintali di trucco e non si va nemmeno per saldi! E sono tante le donne che questa estate sono stanche delle cure ossessive, delle costose manutenzioni e dell’abbigliamento impeccabile. A guadarsi intorno ci si deprime: la concorrenza è feroce, ossessionante, direi quasi umiliante. Fa venire la depressione alle più sensibili. Siamo circondate da donne curatissime, bellissime e perfettissime. Dai 14 ai 75 anni, veline o velone, donnine o donnone. E alcune sono davvero ridicole. Soprattutto, sono tutte uguali! Così io mi ribello e diserto. Mi trucco poco, non mi pettino e mi infilo il vestitino della bancarella con le ciabattine di Positano. E invece della borsa Fendi, infilo i miei milioni d’impicci nella comoda borsa di stoffa acquistata in una delle mie peregrinazioni sulle isole pontine. Mi ricorda quei fantastici fine settimana. D’altronde le ultime tendenze che definiscono i parametri del nuovo lusso, non si identificano nei marchi e nell’ostentazione, ma nei dettagli informali e unici, originali e personali. Di questa tendenza di certo non era a conoscenza la borgatara romana spiata nel Mc Donald di Piazza di Spagna, integralmente firmata , forse fino al microperizoma esibito in trasparenza. Giovanissima e molto carina. Chissà com’era dentro. Non lo saprò mai. In compenso le due ragazze cicciotelle e un po’ sciatte che nessuno si è girato a guardare, hanno regalato alle mie figlie i due bicchieri della coca cola avuti in omaggio alla cassa. Di gare se ne devono già fare tante oggigiorno e quelle sul piano estetico sono le più estenuanti e sono anche quelle che danno meno soddisfazione ad una certa età e vista l’ampia gamma d’offerta disponibile. Magari ce ne fossero (di gare) per la corsa alla gentilezza, all’altruismo e all’educazione. Abbandono l’armadio e mi guardo in giro. Piuttosto mi porto il pc e i libri. Quelli sì. D’altronde partirò con la mia migliore amica e donne anche molto belle, non più giovani ma naturali e vitali, che anche se spettinate, sanno intrattenersi sotto il sole cocente di 40 gradi con discorsi interessanti e profondi, ironia e garbatezza e magari tirano fuori un fornelletto e ti fanno il caffé, quando tu, nel mezzo del nulla lo stai sognando ad occhi aperti. Non è solo una questione d’età, ma di predisposizione d’animo. E non è una gara. Ci si rilassa veramente e si viene apprezzati per quello che si è. Oppure no. Ma stai bene lo stesso. Se questo stile più ‘easy going’ venisse applicato, ogni tanto, anche in Italia come accade normalmente nel nord dell’Europa, il clima generale sarebbe più naturale, autentico, non quello di una fiction televisiva con tutte le donne in fila per il posto d’attrice principale.
A Settembre poi si vedrà, magari mi rimetto in forma e rilancio lo stile sportivo chic, a me caro. Ma ora è andata così.
In tiro o sciatte, auguro comunque a tutte le lettrici (ma anche ai lettori) d’Italiamagazineonline, una felice vacanza, per chi la deve ancora fare. Continuate a leggermi, Ecologia del vivere non andrà in ferie.
Foto in licenza CC: Violator3

mercoledì 28 luglio 2010

Ecologia del vivere: comunità trasversali e "Creativi culturali".


di Stefania Taruffi
Non tutti sanno esattamente chi siano i ‘Creativi Culturali’ eppure solo a sentirlo il termine piace molto: la creatività nella cultura porta sempre novità e cambiamenti. Essi sono salutari nelle società ‘stanche’ e svuotate nell’anima. Ma chi sono i Creativi Culturali ? Si tratta di una comunità trasversale molto diffusa in tutto il mondo, che sta diventando la protagonista di un nuovo modello culturale basato sulla qualità della vita, applicabile in tutti i campi: la famiglia, gli affetti, l’ambiente, la salute psicofisica, la realizzazione personale, l’impegno, il senso di responsabilità, il progetto di un’economia etica, la ricerca del benessere nel lavoro e in assoluto, nella vita. E’ questo l’identikit tracciato nel libro “Creativi Culturali- Persone nuove e nuove idee per un mondo migliore” di Enrico Cheli e Nitamo Montecucco, con la partecipazione di Ervin Laszlo e Paul H. Ray- Xenia Edizioni, in cui per la prima volta si analizza questo movimento raccogliendo i risultati di ricerche sociologiche raccolte in Italia, America, Francia, Giappone, con un linguaggio comprensibile a tutti. Il risultato è sorprendente: 80 milioni di persone nel nostro pianeta si riconoscono nel profilo dei Creativi Culturali. In Italia il 35% dei 1728 intervistati. Tutti insieme, stanno creando un movimento trasversale capace di riscrivere le priorità e definire con chiarezza valori e bisogni. Essi non sono ancora emersi come fenomeno perché non sono rappresentati da club ufficiali, organizzazioni, chiese, o gruppi politici: sono appunto ‘trasversali’, al punto, sostiene Paul H. Ray, da aver deciso la vittoria elettorale di Barak Obama. E’ una società invisibile che cresce del 3 per cento l’anno, un modus vivendi che permea le esistenze di molte persone. Lo possiamo misurare attraverso l’aumento dell’interesse per i prodotti naturali, per le medicine alternative, i seminari e corsi legati alla crescita spirituale e allo sviluppo personale, per la ricerca di una dimensione lavorativa più umana e accettabile, poiché sono in pochi a credere ormai che nel lavoro si possa trovare la felicità. Specie in questo momento storico in cui assistiamo a una triste mancanza di prospettive, di carriere, di traguardi raggiungibili, di possibilità di scegliere il mestiere preferito. I Creativi Culturali sono coloro che trovano il coraggio di fare scelte difficili, piccoli o grandi cambiamenti di vita per raggiungere una maggiore serenità, un equilibrio con se stessi e con gli altri, in un certo senso, la felicità. E questa felicità la cercano soprattutto (per trovarla) nella ‘qualità della vita’, che oggettivamente risiede in ogni dimensione equilibrata sia nella sfera personale e familiare, che in quella sociale, ambientale e planetaria. La scelta di un’etica di vita meno legata al superfluo, al materialismo, quanto piuttosto ancorata ai valori e agli affetti. Solidarietà contro individualismo, autorevolezza anziché autoritarismo, cooperazione anziché competizione. Chi può essere contrario? Siamo in molti a ritrovarci in questi valori e dunque i Creativi Culturali, che non si definiscono tali, ma vivono secondo questi modelli, sono molti di più di quelli intervistati e si nascondono tra le persone comuni. E si sa, le più grandi rivoluzioni si formano nell’humus delle vite comuni, nascono dai bisogni concreti della gente che, stanca, propone nuovi modelli culturali. E con internet, la loro diffusione e condivisione è capillare e veloce. Sarebbe auspicabile ritrovare qualche Creativo Culturale anche in politica, o nei posti-chiave di aziende e strutture pubbliche, ma i cambiamenti più difficili, si sa, sono lenti, tuttavia, si spera, non impossibili.
Foto in licenza CC: Julia

giovedì 22 luglio 2010

Ecologia del vivere: Il nuovo lusso- Cibo.


di Stefania Taruffi
Anche nel cibo il nuovo lusso si contraddistingue con uno stile più personale, misurato, essenziale, eco-compatibile. Soprattutto deve rappresentare l’essenza della ‘qualità’, che non è più insita nei prodotti esclusivi, costosi e gourmand, quanto piuttosto in quelli rispettosi dell’equilibrio del pianeta. Quello che interessa oggi è il valore etico, ecologico e sociale espresso dal cibo. Sta emergendo, infatti, una nuova ‘cultura alimentare’ che è permeata di orgoglio delle proprie radici e d’impegno nel salvaguardare le varietà locali della terra in cui viviamo. Dopo il boom del biologico, che tiene conto dell’intero ecosistema agricolo senza l’utilizzo di fitofarmaci o concimi chimici e con attenzione all’impatto ambientale, sono tornati ora di moda tra gli eco consumatori l’orticello casalingo e la carne a chilometro zero (così si elimina la CO2 emessa durante i trasporti). Una mela raccolta con le proprie mani, la verdura che arriva dal proprio orto (anche al mare o in città), un olio prodotto come duemila anni fa con le olive raccolte in Sicilia, sulle terre sottratte alla mafia in aree riqualificate con le armi del gusto e dell’impegno sociale. Non solo sono importanti i valori nutrizionali del cibo, ma anche la provenienza e la garanzia di genuinità. Mangiare ‘buono e pulito’, arricchendo la propria tavola di prodotti equo-solidali che ci danno l’illusione di poter contribuire a migliorare il mondo. E’ questo il ‘plus’ che sta emergendo dalle nicchie degli attivisti e dai salotti chic dove non sono più allestiti banchetti trionfanti di abbondanza e spreco. Invece del caviale russo, va di moda quello allevato nel parco del Ticino, una realtà agricola protetta con prodotti certificati bio, formaggi e ricottine di origine controllata. Anche il nostro spumante batte in popolarità lo champagne. L’esclusività è data dal mangiare il cibo della propria regione, spesso di un produttore specifico dal quale si può acquistare direttamente, riducendo così i passaggi, diminuendo i prezzi al consumo e salvaguardando la freschezza e la genuinità del prodotto. L’ultima tendenza eco-chic è il progetto ‘Le verdure del mio orto’ (www.leverduredelmioorto.it), che ci dà la possibilità di scegliere la pezzatura del terreno in una certa regione, decidere quali ortaggi far coltivare e poi riceverli direttamente a casa pagando una quota periodica.
E non dimentichiamo anche il ‘design’: mangiamo prima con gli occhi che con la bocca, pertanto l’aspetto deve essere curato e l’accostamento dei colori, impeccabile. Ed ecco che nella buona tradizione del nuovo lusso, il piatto ci dona anche un’emozione attivando tutti i nostri sensi. E intanto, ci racconta una storia: del luogo di provenienza che ci evoca o dell’amore che abbiamo infuso noi stessi nella terra, riappropriandoci di un contatto con essa, ormai perso nelle strade della modernizzazione.

Foto in licenza CC: Candido33

lunedì 12 luglio 2010

Ecologia del vivere: Il nuovo lusso - Viaggi.


di Stefania Taruffi
Da qualche tempo ci vengono proposti slogan del tipo: “Non è importante la meta, quello che conta è il viaggio”. Questo riflette la nuova concezione di vita (e di viaggio) che sta emergendo negli ultimi anni, finalizzata a un ‘percorso’ emotivo, slegato da un obiettivo preciso. Non è tanto il ‘luogo’ di destinazione che conta, ma quello che esso rappresenta per noi, le emozioni che esso ci provoca nel raggiungerlo e viverlo. Viaggiare è sempre più il piacere di confrontarsi con culture che alimentano la nostra conoscenza, abbandonare i confini del quotidiano, della routine piena di doveri e sacrifici, di ‘gabbie’ che ci costringono a orizzonti limitati. Nel viaggio oggi si cerca una nuova dimensione del vivere, di più ampio respiro, quella che c’è preclusa dai ritmi frenetici di ogni giorno e dagli spazi angusti in cui siamo costretti a vivere: il lusso del viaggio diventa una questione di spazi e di silenzi. Una ricerca di benessere emotivo, fisico e intellettuale in una sorta di ‘slow mood’, di rallentamento dei ritmi. Per dilatare il tempo c’è chi medita, chi trascorre le vacanze nella propria casa al mare, in montagna o campagna, riscoprendo piccoli e semplici piaceri. Chi va a pescare e chi si immerge nella natura. Ognuno secondo i propri desideri. Bastano pochi giorni per cambiare il proprio mood energetico e passare dal respiro breve, a quello lungo, profondo e calmo.
“Nella scelta della vacanza, lo spartiacque dell’esclusività non è più il denaro” spiega Michael J. Silverstein, autore con Neil Fiske del libro “Trading up. La rivoluzione del lusso accessibile”(Etas). “Ma il valore emozionale e simbolico del viaggio che deve staccarci e staccarsi dalla standardizzazione e dalla ripetitività del quotidiano”. Pertanto quello che rende appetibile un viaggio non è tanto la tipologia di albergo o la classe del volo, quanto un raffinato mix di elementi ogni volta unici, che danno la possibilità di avventurarsi lungo le geografie interiori incontrando realtà e luoghi che aumentino lo spessore dell’essere, la consapevolezza, l’equilibrio interiore. Che ci pongono in intimità con la natura, il mondo e, perché no, anche un po’ di più con noi stessi.
Foto in licenza CC: playsoda

mercoledì 7 luglio 2010

Ecologia del vivere: Il nuovo lusso - Cura di sè.


Di Stefania Taruffi
Se ne parla molto, ma in cosa consiste il nuovo concetto del lusso? Lo studioso francese Jean Castaréde nel suo libro Le Luxe(Puf, su www.amazon.fr) afferma: “Il lusso non è un oggetto, ma un segno. Distintivo, sempre più soggettivo”. Significa esprimersi e circondarsi di ciò che ci rappresenta veramente, per condividerlo con gli altri. Non più omologazione, ostentazione e neppure abbondanza. Non vanno più di moda gli stili dettati dagli altri. Il nuovo lusso è diventato molto personale, essenziale, semplice, rispettoso degli ‘altri’ e dell’ambiente, in un generale tono di understatement. Si coniuga dunque con la cultura, le emozioni, la bellezza, il bisogno assoluto di qualità e autenticità, che spiega il forte ritorno, negli ultimi anni, alla natura e ai suoi prodotti. Il nuovo lusso è interiorizzazione di esperienze: emozionali, sensoriali, olfattive, relazionali, di ‘contatto’. Attimi di vita personali e unici, da assaporare, portare con sé e condividere con le anime affini.
Anche i prodotti di bellezza seguono questa tendenza, perché devono soddisfare le nuove esigenze dei consumatori: efficacia, piacevolezza sensoriale, impatto emozionale, rispetto per l’ambiente. Le nuove frontiere del benessere non contemplano più solo il ‘corpo’, ma includono anche ‘l’anima’. Pertanto anche i prodotti cosmetici devono averne una, cercando non più di soddisfare l’esclusività e lo ‘status symbol’, ma piuttosto l’affidabilità, l’efficacia e soprattutto l’emozione che regalano. Il valore di un prodotto si misura ormai anche per la sua capacità di dare piacere, di creare un’emozione in chi lo compra, come sostiene il filosofo francese Thierry Paquot. Spesso, di regalare un sogno. Il prezzo dunque non è più l’elemento primario dell’esclusività: il vecchio vasetto famoso e dai costi proibitivi non è più un must. Chi ha cura di sé vuole conoscere le materie prime del prodotto che usa, meglio se di derivazione naturale; desidera che non sia testato su animali, che non costi troppo e sia efficace. Il suo utilizzo deve trasportare in un’esperienza che abbracci fantasia, mente e anima: anche solo respirandolo, deve far sì che ci si perda tra le rose imperiali della principessa Masako: Shiseido, nota casa cosmetica giapponese, lo sa bene. Il marchio tuttavia non è più una necessità: vanno bene anche l’erboristeria e la farmacia. Si spende meno con effetti sorprendenti e duraturi. Il vasetto non è più in esposizione sulla mensola tra le cose che ‘possediamo’, ma custodito tra le ‘nostre’ cose. Quelle alle quali teniamo e che ci fanno stare bene.
Foto in licenza CC: iflavour

domenica 27 giugno 2010

Ecologia del vivere: fare goal (nel calcio come nella vita)


di Stefania Taruffi
Ci siamo fatti buttare fuori dai Mondiali di Calcio, come degli sprovveduti. Sembra il destino degli Italiani, quello di diventare i ‘numero uno’ per poi perdersi, senza riuscire a tenere alto il livello di performance raggiunto: eravamo campioni del mondo, perché per una serie di fattori concomitanti, quattro anni fa abbiamo vinto.

In questo caso non possiamo scomodare la “sfortuna” o la “fortuna”, variabili che prescindono dalle azioni umane, perché ad alti livelli non ci si può permettere di affidarsi alla Dea Bendata, occorrono piuttosto strategie precise e scelte oculate, in genere affidate ai leader, ai manager che devono preparare, coordinare, scegliere e supervisionare il gruppo per farlo funzionare al meglio e portarlo alla vittoria. L’obiettivo è solo uno, vincere. Il mezzo con cui farlo sono i giocatori: gli uomini giusti, che devono essere scelti con attenzione e occhio strategico, utilizzando solo ‘fuoriclasse’ in ogni momento della partita, perché non ci si può permettere di sbagliare.

In un gioco sportivo (ma anche nelle nostre performance quotidiane), prevalgono moltissimi fattori legati all’individuo, tra i quali la preparazione, l’allenamento, lo stato fisico e la lucidità mentale, l’equilibrio emotivo del giorno e la motivazione. Per vincere, occorre essere preparati e lucidi. E anche un po’ fortunati. Ma per segnare un goal ci vuole coraggio, con l’emozione che sottende l’azione e la lucidità che deve presiedere alla sua realizzazione. E la volontà e la determinazione di vincere. Dote che solo i fuoriclasse, hanno. A questo si aggiunge il gioco di squadra che sottintende necessariamente una strategia. E il cerchio si richiude e si ritorna al manager, al leader, alla sua capacità decisionale di saper individuare sempre le strategie vincenti al momento giusto, scegliendo gli uomini giusti.

Perché alla fine, infatti, nel calcio, come nella vita, quelli che contano sono sempre i risultati: chi fa rete e si difende meglio, vince. Noi italiani, ora, possiamo solo fare la lista degli errori e vergognarci: il fuoriclasse è stato lasciato a riscaldare la panchina troppo a lungo, il leader non ha saputo creare una vera squadra in grado di emergere in ambito internazionale né scegliere gli uomini giusti e noi Italiani, non abbiamo fatto una bella figura!

Foto in licenza CC: Obi-Akpere

domenica 20 giugno 2010

Ecologia del vivere: un pipistrello per amico.


di Stefania Taruffi
Scoppia il fenomeno della bat box, la casetta da posizionare sul soffitto del proprio terrazzo o nel giardino, per ospitare il piccolo mammifero peloso a testa in giù. Questo topo volante un po’ bruttino ma cha fa tanta tenerezza, era in estinzione per mancanza di buchi o fessure dove rifugiarsi, soprattutto nelle città. La Coop, che da tre anni ha messo in vendita la casetta di legno di betulla assemblata senza collanti e coloranti nocivi, e inodore, per non respingere l’aspirante inquilino, tra aprile e maggio di quest’anno nel reparto bricolage, ne ha venduto 12 mila pezzi a 27 euro l’uno, tanto che l’articolo su molti scaffali è quasi esaurito e al produttore (la ditta Demolli di Assago) è stato richiesto un riassortimento urgente. Il gadget nasce da una campagna ecologica «Un pipistrello per amico», in collaborazione con il Museo di Storia Naturale dell’università di Firenze, per salvare questa specie e a rischio. Nei primi tre anni, sono state smerciate dalla Coop circa 7 mila casette, ma si trovavano soltanto in tre regioni, Toscana, Lazio ed Emilia Romagna. Adesso invece le bat box si possono acquistare nei 160 punti vendita Coop in tutta Italia, anche online. Paolo Agnelli, zoologo del museo fiorentino attribuisce il record di vendite all’animo sempre più ambientalista degli italiani, comunque sensibili all’equilibrio dell’ecosistema, che in questa casetta hanno visto anche un modo concreto per aiutare i pipistrelli a trovare casa. Ma non è tutto. E’ certamente un luogo comune quello che i chirotteri attacchino i capelli o mordano. Sono animali timidi e inoffensivi per l’uomo e ora che molti hanno scoperto che un solo esemplare mangia anche 10.000 insetti per notte, di cui circa 2.000 sono zanzare, è scoppiata una vera e propria mania, eco-compatibile, per utilizzarli come metodo antizanzare. Non servirà più accendere gli odorosi zampironi o spruzzare le abitazioni con prodotti tossici e aggressivi, che uccidono anche api e lucciole, basterà semplicemente acquistare una casetta e appenderla nel luogo giusto, sperando che arrivi l’inquilino operoso. Il problema, una volta acquistata la ‘cuccia’ è attendere l’animale. E già c’è chi è in cerca siti o negozi in cui acquistare il raro pipistrello. Allora muniamoci di una casetta e attendiamo l’arrivo di questi angeli della notte, che volteggiano bassi nel buio e che quasi nessuno è mai riuscito a guardare nei grandi occhi ciechi. Dalle nostre parti troverebbero una casa e anche un lavoro ‘nutriente’. Di cibo, infatti, da aprile in poi, ce n’è in abbondanza. Sarebbe auspicabile farli entrare in casa per bonificare la stanza da letto prima di andare a dormire, ma immagino ci sia qualche problema di convivenza; se non altro sarà pure innocuo, ma è un animale molto poco addomesticabile e non è certo rilassante come un gatto.

Foto inlicenza CC: shutterschrink

lunedì 14 giugno 2010

Ecologia del vivere: un mondo di plastica.


di Stefania Taruffi
Ogni tre giorni mi ritrovo a gettare nella spazzatura il contenitore di plastica vuoto del Nesquik e ogni volta mi pongo la stessa domanda: perché in Italia non vendono le ricariche nelle bustine come in Germania, dove c’è una grande sensibilità anche a livelli produttivi e ogni volta devo ricomprare un grosso contenitore, che va poi a finire nel cassonetto? Almeno c’è la differenziata, anche se non sta molto simpatica agli italiani e la plastica ce la ritroviamo anche a galleggiare per anni sui nostri mari. In realtà si producono troppi rifiuti e viviamo in un mondo di plastica, invasi da prodotti usa e getta, da contenitori svuotati e mai più riempiti, destinati a un ciclo di vita troppo breve per averne cura e goderseli per un pò. Forse negli ultimi tempi di crisi economica abbiamo imparato di nuovo a riparare, riciclare e riutilizzare. Si torna a rammendare i calzini, a portare le scarpe dal ciabattino e a riutilizzare i beni, aggiustandoli. Tuttavia la maggior parte delle cose è da aprire, sfruttare, accartocciare e gettare via per sempre. La cosa triste è che non solo le cose materiali sono di plastica, troppo spesso anche i sentimenti, i valori e le persone lo sono diventati: non solo imperversano i vestiti acrilici, per starci nei costi di produzione, ma sempre di più a essere acrilici sono i sentimenti, i valori, i corpi delle donne, il sesso inteso come usa e getta. Ripenso al coraggio della tenerezza e dell’amore, alla fusione di anima e corpo, all’amicizia acquisita e trattenuta con impegno e dolcezza, al cotone e alla lana 100%, alla ‘qualità delle cose’, diventata un articolo di nicchia. Forse dovremmo rivalutarne il concetto ed estenderlo a ogni cosa, anche a beneficio della durata che rallenti la corsa del prodotto (o del sentimento) verso la sua fine e il vuoto desolante. Occorre rivalutare la qualità alla quale ci si affeziona, che si serba con cura e che cerchiamo di trattenere nella nostra vita il più a lungo possibile. Per non inquinare il mondo, la sua anima, ma anche la nostra.

lunedì 7 giugno 2010

Ecologia del vivere: Storie di (stra)ordinaria umanità.


di Stefania Taruffi
Accade in un giorno qualunque, in un tranquillo paesino di provincia. Si entra in un’erboristeria molto fornita, il cui successo è legato alla professionalità e alla competenza della titolare che, con amorevolezza e un dolce sorriso, da anni si prende cura dei piccoli problemi della gente, risolvendoli con un approccio olistico. Tra fiori di Bach e rimedi naturali non aggressivi, quello che principalmente fa bene, entrando in quel luogo, è il senso di serenità ed equilibrio che vi aleggia. Sarà che la natura è di casa; il resto è tutto riconducibile alla gentilezza e alla profonda umanità che vi regna, al fatto che vi si entra con un dubbio, una necessità e se ne esce non solo con un rimedio, ma con la gioia infusa nelle vene.
La titolare non c’è, ma è lampante come le sue collaboratrici siano state scelte per affinità. Si aggira nel negozio un paffuto ragazzo down, che si dà da fare con delle buste da portare via. “Sei bellissima” dice a una delle commesse. E lei gli sorride con una dolcezza infinta, schioccando davanti ai clienti un bacio sulla sua guancia paffuta. L’altra fa l’offesa:“ Ed io non sono bella? Ok, ti perdono perché me l’hai già detto prima”, scherzando con dolce ironia. Il giovane a quel punto le va incontro con un sorriso sbieco pieno di tenerezza e pretende il bacio anche da lei. Le due giovani donne gli ricordano il suo prossimo compito, esortandolo a ritornare il giorno dopo. Esco dal negozio insieme al giovane down. Lo guardo negli occhi fieri e rassicurati che denotano un’intelligenza e una sensibilità che vanno oltre ogni speranza. Le persone affette dalla sindrome di down sono persone davvero speciali: educate, di una dolcezza infinita, davvero, che se accolte con affetto sanno dare tanto, anche in termini di collaborazione fattiva. Osservando i passi lenti di quel giovane che probabilmente, finito il suo lavoro, se ne tornava a casa, mi si è stretto il cuore. Non per la pena nei suoi confronti, ma perché la scena vissuta in quel negozio mi aveva colmato di emozione, per l’amore di cui era invasa. Un episodio di straordinaria umanità. Una lezione di vita.

Foto in licenza CC: http://www.flickr.com/photos/r_ortega/522748644/