domenica 27 giugno 2010

Ecologia del vivere: fare goal (nel calcio come nella vita)


di Stefania Taruffi
Ci siamo fatti buttare fuori dai Mondiali di Calcio, come degli sprovveduti. Sembra il destino degli Italiani, quello di diventare i ‘numero uno’ per poi perdersi, senza riuscire a tenere alto il livello di performance raggiunto: eravamo campioni del mondo, perché per una serie di fattori concomitanti, quattro anni fa abbiamo vinto.

In questo caso non possiamo scomodare la “sfortuna” o la “fortuna”, variabili che prescindono dalle azioni umane, perché ad alti livelli non ci si può permettere di affidarsi alla Dea Bendata, occorrono piuttosto strategie precise e scelte oculate, in genere affidate ai leader, ai manager che devono preparare, coordinare, scegliere e supervisionare il gruppo per farlo funzionare al meglio e portarlo alla vittoria. L’obiettivo è solo uno, vincere. Il mezzo con cui farlo sono i giocatori: gli uomini giusti, che devono essere scelti con attenzione e occhio strategico, utilizzando solo ‘fuoriclasse’ in ogni momento della partita, perché non ci si può permettere di sbagliare.

In un gioco sportivo (ma anche nelle nostre performance quotidiane), prevalgono moltissimi fattori legati all’individuo, tra i quali la preparazione, l’allenamento, lo stato fisico e la lucidità mentale, l’equilibrio emotivo del giorno e la motivazione. Per vincere, occorre essere preparati e lucidi. E anche un po’ fortunati. Ma per segnare un goal ci vuole coraggio, con l’emozione che sottende l’azione e la lucidità che deve presiedere alla sua realizzazione. E la volontà e la determinazione di vincere. Dote che solo i fuoriclasse, hanno. A questo si aggiunge il gioco di squadra che sottintende necessariamente una strategia. E il cerchio si richiude e si ritorna al manager, al leader, alla sua capacità decisionale di saper individuare sempre le strategie vincenti al momento giusto, scegliendo gli uomini giusti.

Perché alla fine, infatti, nel calcio, come nella vita, quelli che contano sono sempre i risultati: chi fa rete e si difende meglio, vince. Noi italiani, ora, possiamo solo fare la lista degli errori e vergognarci: il fuoriclasse è stato lasciato a riscaldare la panchina troppo a lungo, il leader non ha saputo creare una vera squadra in grado di emergere in ambito internazionale né scegliere gli uomini giusti e noi Italiani, non abbiamo fatto una bella figura!

Foto in licenza CC: Obi-Akpere

domenica 20 giugno 2010

Ecologia del vivere: un pipistrello per amico.


di Stefania Taruffi
Scoppia il fenomeno della bat box, la casetta da posizionare sul soffitto del proprio terrazzo o nel giardino, per ospitare il piccolo mammifero peloso a testa in giù. Questo topo volante un po’ bruttino ma cha fa tanta tenerezza, era in estinzione per mancanza di buchi o fessure dove rifugiarsi, soprattutto nelle città. La Coop, che da tre anni ha messo in vendita la casetta di legno di betulla assemblata senza collanti e coloranti nocivi, e inodore, per non respingere l’aspirante inquilino, tra aprile e maggio di quest’anno nel reparto bricolage, ne ha venduto 12 mila pezzi a 27 euro l’uno, tanto che l’articolo su molti scaffali è quasi esaurito e al produttore (la ditta Demolli di Assago) è stato richiesto un riassortimento urgente. Il gadget nasce da una campagna ecologica «Un pipistrello per amico», in collaborazione con il Museo di Storia Naturale dell’università di Firenze, per salvare questa specie e a rischio. Nei primi tre anni, sono state smerciate dalla Coop circa 7 mila casette, ma si trovavano soltanto in tre regioni, Toscana, Lazio ed Emilia Romagna. Adesso invece le bat box si possono acquistare nei 160 punti vendita Coop in tutta Italia, anche online. Paolo Agnelli, zoologo del museo fiorentino attribuisce il record di vendite all’animo sempre più ambientalista degli italiani, comunque sensibili all’equilibrio dell’ecosistema, che in questa casetta hanno visto anche un modo concreto per aiutare i pipistrelli a trovare casa. Ma non è tutto. E’ certamente un luogo comune quello che i chirotteri attacchino i capelli o mordano. Sono animali timidi e inoffensivi per l’uomo e ora che molti hanno scoperto che un solo esemplare mangia anche 10.000 insetti per notte, di cui circa 2.000 sono zanzare, è scoppiata una vera e propria mania, eco-compatibile, per utilizzarli come metodo antizanzare. Non servirà più accendere gli odorosi zampironi o spruzzare le abitazioni con prodotti tossici e aggressivi, che uccidono anche api e lucciole, basterà semplicemente acquistare una casetta e appenderla nel luogo giusto, sperando che arrivi l’inquilino operoso. Il problema, una volta acquistata la ‘cuccia’ è attendere l’animale. E già c’è chi è in cerca siti o negozi in cui acquistare il raro pipistrello. Allora muniamoci di una casetta e attendiamo l’arrivo di questi angeli della notte, che volteggiano bassi nel buio e che quasi nessuno è mai riuscito a guardare nei grandi occhi ciechi. Dalle nostre parti troverebbero una casa e anche un lavoro ‘nutriente’. Di cibo, infatti, da aprile in poi, ce n’è in abbondanza. Sarebbe auspicabile farli entrare in casa per bonificare la stanza da letto prima di andare a dormire, ma immagino ci sia qualche problema di convivenza; se non altro sarà pure innocuo, ma è un animale molto poco addomesticabile e non è certo rilassante come un gatto.

Foto inlicenza CC: shutterschrink

lunedì 14 giugno 2010

Ecologia del vivere: un mondo di plastica.


di Stefania Taruffi
Ogni tre giorni mi ritrovo a gettare nella spazzatura il contenitore di plastica vuoto del Nesquik e ogni volta mi pongo la stessa domanda: perché in Italia non vendono le ricariche nelle bustine come in Germania, dove c’è una grande sensibilità anche a livelli produttivi e ogni volta devo ricomprare un grosso contenitore, che va poi a finire nel cassonetto? Almeno c’è la differenziata, anche se non sta molto simpatica agli italiani e la plastica ce la ritroviamo anche a galleggiare per anni sui nostri mari. In realtà si producono troppi rifiuti e viviamo in un mondo di plastica, invasi da prodotti usa e getta, da contenitori svuotati e mai più riempiti, destinati a un ciclo di vita troppo breve per averne cura e goderseli per un pò. Forse negli ultimi tempi di crisi economica abbiamo imparato di nuovo a riparare, riciclare e riutilizzare. Si torna a rammendare i calzini, a portare le scarpe dal ciabattino e a riutilizzare i beni, aggiustandoli. Tuttavia la maggior parte delle cose è da aprire, sfruttare, accartocciare e gettare via per sempre. La cosa triste è che non solo le cose materiali sono di plastica, troppo spesso anche i sentimenti, i valori e le persone lo sono diventati: non solo imperversano i vestiti acrilici, per starci nei costi di produzione, ma sempre di più a essere acrilici sono i sentimenti, i valori, i corpi delle donne, il sesso inteso come usa e getta. Ripenso al coraggio della tenerezza e dell’amore, alla fusione di anima e corpo, all’amicizia acquisita e trattenuta con impegno e dolcezza, al cotone e alla lana 100%, alla ‘qualità delle cose’, diventata un articolo di nicchia. Forse dovremmo rivalutarne il concetto ed estenderlo a ogni cosa, anche a beneficio della durata che rallenti la corsa del prodotto (o del sentimento) verso la sua fine e il vuoto desolante. Occorre rivalutare la qualità alla quale ci si affeziona, che si serba con cura e che cerchiamo di trattenere nella nostra vita il più a lungo possibile. Per non inquinare il mondo, la sua anima, ma anche la nostra.

lunedì 7 giugno 2010

Ecologia del vivere: Storie di (stra)ordinaria umanità.


di Stefania Taruffi
Accade in un giorno qualunque, in un tranquillo paesino di provincia. Si entra in un’erboristeria molto fornita, il cui successo è legato alla professionalità e alla competenza della titolare che, con amorevolezza e un dolce sorriso, da anni si prende cura dei piccoli problemi della gente, risolvendoli con un approccio olistico. Tra fiori di Bach e rimedi naturali non aggressivi, quello che principalmente fa bene, entrando in quel luogo, è il senso di serenità ed equilibrio che vi aleggia. Sarà che la natura è di casa; il resto è tutto riconducibile alla gentilezza e alla profonda umanità che vi regna, al fatto che vi si entra con un dubbio, una necessità e se ne esce non solo con un rimedio, ma con la gioia infusa nelle vene.
La titolare non c’è, ma è lampante come le sue collaboratrici siano state scelte per affinità. Si aggira nel negozio un paffuto ragazzo down, che si dà da fare con delle buste da portare via. “Sei bellissima” dice a una delle commesse. E lei gli sorride con una dolcezza infinta, schioccando davanti ai clienti un bacio sulla sua guancia paffuta. L’altra fa l’offesa:“ Ed io non sono bella? Ok, ti perdono perché me l’hai già detto prima”, scherzando con dolce ironia. Il giovane a quel punto le va incontro con un sorriso sbieco pieno di tenerezza e pretende il bacio anche da lei. Le due giovani donne gli ricordano il suo prossimo compito, esortandolo a ritornare il giorno dopo. Esco dal negozio insieme al giovane down. Lo guardo negli occhi fieri e rassicurati che denotano un’intelligenza e una sensibilità che vanno oltre ogni speranza. Le persone affette dalla sindrome di down sono persone davvero speciali: educate, di una dolcezza infinita, davvero, che se accolte con affetto sanno dare tanto, anche in termini di collaborazione fattiva. Osservando i passi lenti di quel giovane che probabilmente, finito il suo lavoro, se ne tornava a casa, mi si è stretto il cuore. Non per la pena nei suoi confronti, ma perché la scena vissuta in quel negozio mi aveva colmato di emozione, per l’amore di cui era invasa. Un episodio di straordinaria umanità. Una lezione di vita.

Foto in licenza CC: http://www.flickr.com/photos/r_ortega/522748644/