mercoledì 29 settembre 2010

Ecologia del vivere: “Per tutta la vita”.


di Stefania Taruffi
Non va più di moda questa frase, in questo nostro mondo in cui il domani è già un traguardo impegnativo e in cui nessuno vuole più investire in sentimenti duraturi nel tempo. Eppure guardando i miei zii seduti su quel divano, 80 anni lei e 89 suonati lui, mano nella mano, teneri come due innamorati, avvolti nei loro costumi di pelle bavaresi, m’intenerisco. Mi confidano che lui il prossimo anno compirà 90 anni e allo stesso tempo, insieme, festeggeranno 60 anni di matrimonio. Mi si stringe il cuore e penso che sì, l’amore eterno ancora esiste. Forse non è cosa d’altri tempi, non è solo retaggio di romanzi e film d’amore, non vive solo nelle canzoni romantiche, ma esiste davvero ancora, l’Amore profondo che si trasforma nel tempo, che si prende cura dell’altro, che supera le difficoltà, custodisce i segreti, lotta contro il dolore, sconfigge i mali, che sorride alla vita, rincuora e sostiene, che si diverte. L’amore che semina e raccoglie nel tempo. Lei non sta tanto bene e dopo tanti anni in cui si è presa cura di lui ora è il suo compagno di vita ad assisterla. Nei loro occhi liquidi di anziani scorre una vita: ricordi, emozioni ma soprattutto amore, che vive nel guizzo ancora vivace del loro sguardo. Perché l’amore nutre e sazia e soprattutto, rende immortali. Sono felici, perché la felicità è anche il coraggio della tenerezza, il coraggio di concedere la propria vita a un’altra persona e condividerla. E’ recente la notizia della morte di Sandra Mondaini, una delle icone della nostra tv, che viveva in simbiosi con il suo compagno, Raimondo Vianello. Un legame così forte che li vedeva sempre insieme, nella vita e nel lavoro, da più di 40anni. E fa riflettere che a pochi mesi dalla morte del consorte lei non sia riuscita più a dare un senso alla sua vita e si sia consegnata nelle mani della donna con la falce, perchè non poteva più vivere senza di lui. Ci sono coppie, che sono due unità che s’incastrano come pezzi di un puzzle e formano un quadro completo solo insieme. In fondo ciascuno di noi trascorre tutta la sua vita cercando quel pezzo mancante e molti, non lo trovano mai. Però quando accade, si realizza la più grande manifestazione dell’esistenza di un Bene superiore, che ci dona l’Amore, per essere migliori. Per guarire e vincere la vita.

domenica 19 settembre 2010

Ecologia del vivere: Manhattan trash.


di Stefania Taruffi

In Italia pensiamo di essere sempre gli ultimi in classifica, eppure accade che a volte, addirittura rispetto alla città di New York, in qualcosa siamo anche più bravi. Abbiamo i cassonetti della differenziata da molto più tempo, anche se, per un problema di cultura, fatichiamo ad abituarci a essere ecologicamente educati. Ma c’è sempre qualcuno meno educato di noi, per fortuna. In aprile, in occasione dell’Earth Day, anche la città New York si era preparata ad affrontare il problema del riciclaggio della spazzatura con nuove leggi che proponevano 700 nuovi cassonetti per la differenziata, da installare entro il 2020. Nel frattempo i sacchetti ‘differenziati’, quando vengono fatti, giacciono sui marciapiedi e non è un bel vedere. Gli edifici residenziali hanno un sistema per la raccolta e il riciclo, obbligatorio per legge, mentre gli edifici commerciali, i grattacieli, ovvero la tipologia più comune, non sono obbligati a differenziare, né potrebbero, essendoci in giro solo cassonetti unici. Manhattan, probabilmente per ovvi problemi logistici, esporta i propri rifiuti verso altri stati, con costi molto alti. Eppure ci sono realtà invisibili che operano con microiniziative in questa metropoli: li chiamano ‘scavenger’, un termine che in inglese è riferito sia ai netturbini, che agli animali che si nutrono di tessuti in decomposizione, rifiuti, cadaveri. E sono cinesi. Si muovono nella notte come un esercito invisibile, alla ricerca di lattine e bottiglie per ciascuna delle quali ottengono il premio di un centesimo. Nessun cittadino americano per tale somma restituirebbe in alcun modo il contenitore. Figuriamoci per coscienza ambientale! I cinesi sì. E dopo ore di duro lavoro, si caricano sulle spalle il pesantissimo bottino e si dileguano nel buio. Nella nostra civiltà dello spreco gli asiatici si rimboccano le maniche e fanno piazza pulita dei nostri rifiuti. E non solo. Girando tra i fiorai di Chinatown all’alba, possiamo osservare ragazze cinesi togliere i petali appassiti dai fiori per ridare loro nuovo vigore, per non buttarli via anzitempo e poterli rimetterli in vendita. Qualche newyorkese ne sentirà ancora il profumo e senza saperlo, avrà donato al fiore, un giorno in più.

Foto in licenza CC: Chachlate

lunedì 13 settembre 2010

Ecologia del vivere: il primo giorno di scuola.


di Stefania Taruffi

In questi giorni riaprono i battenti le scuole. Per qualcuno è anche il primo giorno nelle primarie. Insegnanti e compagni nuovi, un edificio tutto da scoprire e tomi sconosciuti sui quali chinare il capo per mesi, all’insegna del sapere. A vederli impauriti in attesa del suono della campanella, fanno tenerezza, con quegli zaini pesanti come macigni a piegare le loro piccole schiene e la merenda in mano. Certe sensazioni crescendo le dimentichiamo, o si sfumano negli anni lasciandoci solo vaghe sensazioni. Poi accade che si abbiano figli e anche loro iniziano i percorsi scolastici con tutte le dinamiche e gli oggetti che noi avevamo riposto nel giardino dei ricordi. Ed ecco che improvvisi déjà vu riaffiorano come flash ripescati in vecchi album fotografici, permettendoci di ristabilire un contatto, ormai quasi perduto, con il bimbo che è in noi. I tempi sono cambiati, così com’è cambiata l’organizzazione scolastica, gli insegnanti e anche molto i genitori. Non c’è più il maestro unico alle elementari, nessun insegnante si sogna di bacchettare o mettere in punizione un alunno, sarebbe denunciato, ma certe cose né il tempo, la società o nuove leggi sono riusciti a cambiarle. Pensiamo agli odori: dei banchi, delle gomme da cancellare, della matita temperata, della merenda profumata portata da casa e riposta nello zaino, dei libri nuovi e di quelli usati, che portano ancora l’indelebile odore e il vissuto dell’alunno precedente. Poi ci sono l’astuccio, con l’arcobaleno dei suoi colori e il diario, il simbolo per antonomasia della vita che cambia: da quel momento in poi, degli impegni quotidiani, non ci sbarazziamo più e l’agenda ne è l’evidenza. E quando i ragazzi vogliono ripeterci la lezione, ci ritorna in mente anche la grande paura prima di ogni interrogazione e il dito della professoressa che scorreva lento sul registro. Ci ribatte il cuore forte solo al ricordo. Molte sono le cose che non sono cambiate. Le prime cotte, le omissioni dei brutti voti ai genitori, le marachelle, il pesce d’aprile dietro alle schiene. Si chiacchiera, si copia, si socializza ma soprattutto, il ricordo più forte, è che ci si diverte. Ciascuno di noi avrà il proprio ricordo indelebile, tuttavia credo che la cosa che più ricordiamo di quel periodo è la spensieratezza e tanta voglia di giocare e crescere. Fino a tutte le scuole medie superiori le aspettative sono a breve periodo e le delusioni, ancora lontane. Forse nessuno tornerebbe indietro, crescere e imparare è una gran fatica, ma sono certa che una cosa quasi tutti la rimpiangiamo: l’infanzia, poi la giovinezza, beni preziosi, limitati nel tempo e tutti da godere. Passano troppo in fretta.
Foto in licenza CC: s-m-n-

mercoledì 8 settembre 2010

Ecologia del vivere: Saudade, la nostalgia.


di Stefania Taruffi

Con questa parola molti intellettuali portoghesi hanno raccontato il destino dei navigatori lusitani e la loro speranza di poter un giorno tornare a casa. In essa non è racchiuso solo un sentimento portoghese o brasiliano, ma uno stato d’animo globalizzato che dimora in molti di noi. Significa solitudine. Un sentimento commisto di passato e presente che non evoca solo la nostalgia, ma anche la speranza nel futuro che verrà. In questa parola è racchiuso un lungo viaggio verso le terre sconosciute della vita, il desiderio di raggiungere l’inaccessibile, la rassegnazione al destino che verrà, la nostalgia di ciò che è andato perduto. La saudade è una voce che in un istante raccoglie in sé una moltitudine di sentimenti, l’essenza della vita e delle cose quotidiane, di uno stato amoroso che vive di lontananza e speranza. E’ il ricordo affettivo di un bene speciale che è assente. La saudade è un modo di vivere e di sentire le cose con amore, come un canto melanconico e appassionato in riva all’oceano delle nostre emozioni. E’ un vago sentimento di perdita e di tristezza che può anche diventare creatività, fonte di vita e di piacere. A volte anche ispirazione.
Saudade, come canta Gilberto Gil, è la presenza dell’assenza, di qualcuno, qualcosa, un luogo. Come una capsula che sigilla e nello stesso tempo porta la visione di ciò che non si può vedere, o si è lasciato dietro di sé, ma che si conserva nel proprio cuore.
Il fado che ho appena ascoltato, questa meravigliosa, straziante melodia portoghese, ha risvegliato la mia, di saudade. Una nostalgia liquida che da sempre mi scorre nelle vene come linfa vitale. Ma non è assassina. E’ carica di amore. E l’amore è anche sofferenza. E’ carica di felicità. Perché ogni felicità è anche un po’ triste.

venerdì 3 settembre 2010

Ecologia del vivere: diventare mamma dopo i 50 anni.


di Stefania Taruffi
Non si parla d’altro da qualche settimana: Gianna Nannini, rockstar dall’aspetto mascolino, icona ribelle, anticonformista e trasgressiva, emblema della libertà sessuale e morale dei nostri tempi, fa parlare di sé per la sua gravidanza a 54 anni suonati. A vederla sembra una ragazzina e se li porta benissimo. Tuttavia la sua scelta ha riproposto un argomento controverso e quanto mai attuale nella società italiana: è giusto fare un figlio dopo i 50 anni? Che di bambini in Italia ce ne sia bisogno lo dicono da anni anche le rilevazioni Istat. Quelle del 2009 si attestano a 1,41 figli per donna. Rispetto al 1995 c’è stato un leggerissimo aumento, ma siamo sempre largamente di sotto la soglia del 2,1, che permette la costanza della popolazione. La società italiana sta invecchiando rapidamente, come si sta spostando in avanti l’età in cui si fanno figli. E’ un problema le cui cause vanno ricercate non solo nelle difficoltà economiche, ma soprattutto nelle scelte di vita. Vince l’individualismo, che sposta in avanti il momento del sacrificio e delle rinunce, ma anche delle gioie. Dopo aver dato del ‘nonno’ a un papà in attesa davanti alla scuola, con una conseguente brutta figura, non mi permetto più di denominare nessuno. Premesso che ognuno ha il diritto di procreare all’età che preferisce, o in cui si creano le condizioni per farlo, sorge il dubbio sul valore, sull’opportunità di quest’atto meraviglioso, oltre la soglia dei 50anni. I bambini sono doni e sono sempre i benvenuti, questo è un punto fermo. La società ne ha bisogno per crescere, perchè i bambini rappresentano il nostro futuro. Tuttavia quelli che nascono da padri o madri di età avanzata, seppur amati, qualche differenza la vivono. Con il passare del tempo si ha meno forza fisica, si diventa meno tolleranti, più ansiosi, più stanchi. I figli risucchiano le nostre energie e ci costringono a vivere in un turbinio continuo, sia emotivo sia fisico, che i genitori/nonni spesso non riescono a sostenere, abituati come sono ai ritmi dettati solo dalle proprie esigenze e abitudini, ormai radicate. Per la par condicio non dovrebbero esserci differenze: perché un uomo come Fini o come Montezemolo possono fare un figlio oltre i 60 anni e una donna no? Certo, se non ci sono problemi o limitazioni fisiche che lo impediscono, anche per una donna è possibile fare un figlio in tarda età. L’orologio biologico delle donne può suonare a qualsiasi ora, ma bisogna fare i conti con il proprio corpo: la fecondità diminuisce con l’età e rimanere incinta quando non si è più tanto giovani, è molto difficile. Rimane la fecondazione artificiale, forzatura necessaria per procreare oltre i 50 anni, salvo le dovute eccezioni. Non si sa bene dunque chi sia il padre della bambina in grembo a Gianna Nannini, resta il dubbio che lei, come molte altre donne, abbia voluto fare tutto da sola. Desiderava tanto un figlio e se l’è procurato. Da qui il delicato dibattito sull’eticità della procreazione oltre i 50 anni, ma anche sulla maternità delle ‘single’ che ricorrono alla fecondazione artificiale pur di avere un figlio. Quello che più spaventa tuttavia è questa corsa ostinata delle donne a voler prolungare la giovinezza, a forzare il corso della natura, ma soprattutto all’esclusione della paternità, intesa come valore, completamento. A volte l’uomo sembra essere ininfluente, relegato al ruolo di generatore di vita. Per fortuna almeno, per fare un figlio, ancora serve il suo seme. Stando alle immagini pubblicate da Oggi (www.oggi.it), che la ritraggono a spasso per Chelsea con un misterioso trentenne (che potrebbe essere suo figlio), resta la speranza che questa bambina sia frutto di un amore, non il capriccio di una diva. Una storia avvolta da misteri, in linea con il personaggio, dove il tempo e l’età sono una variabile ininfluente, le scelte controcorrente, un tocco di originale vanità. ‘Meravigliosa creatura, volerò tra i fulmini…per averti…” cantava Gianna. Lo avrà fatto anche per sua figlia? Dicono si chiamerà Penelope, simbolo per antonomasia, della fedeltà coniugale femminile. Un grande coraggio però, dobbiamo riconoscerglielo.
Foto in licenza CC: Marco Cortesi