lunedì 25 ottobre 2010

Ecologia del vivere: L’importanza della comunicazione.


di Stefania Taruffi

«Quel che amore tracciò in silenzio, accoglilo, che udir con gli occhi è finezza d’amore.» scriveva William Shakespeare. E’ vero che a volte le parole non servono, che il linguaggio non verbale in molti casi rappresenta la forma di comunicazione più sottile, quella che parte dall’essere più profondo e scava nelle radici dell’altro, attingendo a tutti i sensi, alla mente, all’anima, per manifestarsi nella sua forma più pura, la gestualità, l’azione, l’espressività, il pensiero manifestato senza l’utilizzo delle parole.

Eppure siamo stati dotati della voce, quale mezzo di comunicazione verso l’esterno. Le parole sono il contenuto del nostro pensiero vivente veicolate dalla voce, tuttavia esse rappresentano solo la punta della montagna, sono i suoni concreti e visibili che ci permettono di esprimere il nostro mondo invisibile, ciò che abbiamo dentro.

Le parole possono creare emozioni, accenderle o spegnerle, far piangere o ridere, innamorare, sperare, deprimere e soffrire. Possono ispirare popoli, creare e distruggere rapporti, salvarli in extremis, possono motivare a vivere o a morire. Il linguaggio può creare opinioni e cambiarle. Tuttavia dovremmo anche essere consapevoli che le nostre parole possono illuminare o confondere, aiutare o danneggiare, costruire o distruggere. Si dovrebbe prestare molta attenzione allo stato della mente e delle emozioni, perché fattori condizionanti, ai moventi consci e inconsci che qualificano il nostro comunicare, alle conseguenze che avranno le parole espresse, delle quali siamo responsabili. I rapporti umani, nelle loro molteplici forme, sono il campo d’azione della comunicazione.

L’esasperazione del linguaggio, la polemica sterile, la denigrazione e la demonizzazione dell’ “altro”, le condanne senza appello, non portano né alla verità né alla giustizia, bensì creano disarmonie e sofferenza generale. Allora è meglio il silenzio. Nel frastuono di un mondo che grida, c’è bisogno di Parole che nascano dal Cuore, con il loro valore positivo e protettivo, per rendere più bella e armoniosa la vita e contribuire alla nostra e all’altrui evoluzione. Pensieri e parole purificati dalle scorie dell’interesse puramente egoistico e materialistico, consapevoli della loro funzione creativa. Pensiero positivo espresso con parole positive.

lunedì 11 ottobre 2010

Ecologia del vivere: Vite interrotte.


di Stefania Taruffi
E’ un fatto di cronaca nera quello che ha fatto il giro d’Italia e non solo in questi giorni, inorridendoci: il delitto efferato di uno zio che, dopo aver ucciso la nipote 15enne, l’ha anche violentata. Ha violentato una piccola donna senza vita, sotto a un fico. La notizia sta muovendo la rabbia di milioni di persone che si sono mobilitate, anche sul social network facebook, perché sia fatta giustizia per Sarah Scazzi. Se scorriamo le statistiche dell’Unicef e i dati riferiti alle violenze sui minori, non si riescono a identificare numeri certi e questi variano secondo i casi e la tipologia di violenza e bisogna tenere conto che spesso, molti crimini non sono nemmeno denunciati e non rientrano dunque in quelle statistiche. Pedofilia, prostituzione infantile, violenza fisica, psicologica, stupri casalinghi, sfruttamento minorile, abusi da parte di preti. La violenza sui minori ha mille volti e fa inorridire. Vite spezzate, distrutte, mortificate sul nascere, nel momento più delicato, quello della crescita.
La violenza tra le mura domestiche è sempre esistita, solo che un secolo fa restava circoscritta fra quelle mura e quindi non faceva scandalo. Semplicemente perché non c’erano i mezzi di comunicazione a darne risalto. Spesso i ‘vizietti’ di parenti e amici, dei sacerdoti, erano coperti dal silenzio dei familiari omertosi, o della chiesa, che sapevano tutto ma non ammettevano, né tantomeno denunciavano nulla. Stupri, violenze fisiche e psicologiche su giovanissime donne, da parti di padri, parenti, amici che vivevano a stretto contatto con le vittime che spesso, terrorizzate da ricatti morali e fisici, restavano in silenzio. E le cose non sono cambiate. Piccole, fragili donne cresciute nel segno del disturbo, della sofferenza, della violenza inferta da chi dovrebbe invece proteggerle, amarle e rispettarle. La casa e la chiesa sono per alcuni bambini, luoghi di guerra e sofferenza, non di pace e accoglienza. Non è forse il nucleo familiare, quello di cui ci si dovrebbe fidare? L’unico posto dove sentirsi protetti? I genitori e la famiglia dovrebbero rappresentare, soprattutto per le giovani donne, i bambini in genere, il ‘nido’ dove vivere serenamente e crescere con valori sani, cercando di attingere all’esempio positivo degli adulti. Il mondo è già abbastanza crudele e i genitori, le persone più vicine ai giovani, dovrebbero aiutarli a difendersi dall’esterno. Poi leggiamo dell’esistenza di mostri come Michele Misseri, che operano dentro la famiglia. Probabilmente c’è dell’altro, ci sarà un vissuto nascosto, un passato, vizietti e storie non raccontate dall’omicida e dai familiari, ma che stanno emergendo da piccoli dettagli, perché in queste tristi storie ci sono malvagità e abusi quotidiani. Alcune volte anche la morte. Che i disturbi mentali o dell’equilibrio siano sempre più diffusi, lo testimoniano molti atti estremi compiuti da persone apparentemente ‘normali’. Non c’è dunque da stare tranquilli con nessuno. Una normalissima giovane donna qualche mese fa ha buttato dalla finestra, uccidendola, la figlia di 5 mesi, solo perché piangeva. Tutti in preda alle depressioni che offuscano il cervello? “I bambini ci guardano, e in molti casi, ci odiano” diceva De Sica. E alcuni bambini hanno proprio ragione. Se l’inferno esiste, loro lo vivono. Il Paradiso è per pochi e spesso, neanche per preti, vescovi e i religiosi, stante le cronache. Gli abusi sui minori accompagnano la storia della chiesa da secoli e solo alcuni casi sporadici sono noti o pubblicati dalle cronache, come quello del prete americano con 200 bambini sulla coscienza (New York Times 25/03/2010). Misseri, lo zio omicida, però ha pregato sul pozzo dove aveva infine annegato la giovane nipote uccisa. Ha formulato un’Ave Maria per cancellare ogni peccato. Viene da pensare se esista una pena tanto severa che possa fare davvero giustizia al male inferto ai bambini, ai giovani. Resto con il dubbio, ma un’idea mi viene in mente.

Foto in licenza CC: Almarita (en sevilla)

martedì 5 ottobre 2010

Ecologia del vivere: i nostri sensi.


di Stefania Taruffi
Il tatto è il senso che più stabilisce una relazione, l’intimità, la confidenza, la comunione. Nel contatto sentiamo qualcosa dentro di noi, nel nostro corpo e acquisiamo la conoscenza più intima delle cose. La massima espressione di questa percezione sensoriale si ha a occhi chiusi, quando le palpebre, schermo naturale dell’universo, ci proiettano in una dimensione totalmente incorporea. E noi, attraverso il meraviglioso strumento delle mani e del corpo, ristabiliamo il perfetto equilibrio tra la percezione della materia e la sua effettiva consistenza. Con le mani si esplora e inizia un lungo viaggio di conoscenza. I polpastrelli delle dita procedono lentamente innescando una sorta di scansione minuziosa. Toccano, sfiorano, palpano, facendoci conoscere la solidità, la fluidità, la levigatezza del reale, la sua profondità, la sua forma. Ci fanno scoprire le sensazioni che passano dalla pelle, fino agli strati più profondi del corpo per incontrarsi con ciò che abbiamo dentro. La pelle è il filtro tra l’accensione del contatto e il suo lungo viaggio dentro di noi. Il bambino s’identifica con le esperienze tattili che fa nei primi mesi di vita. Le sue esperienze al contatto con il corpo della madre, poi con il padre, costituiscono il suo primo e fondamentale mezzo di comunicazione, il suo primo modo di dare e ricevere amore. Perché toccare, non è altro che far passare l’amore attraverso la pelle. Significa entrare in contatto diretto con la sfera delle cose reali, con la natura e le sue molteplici forme che provocano sensazioni dalle mille sfumature. Toccare un figlio, la persona amata, andare a piedi nudi sulla terra, toccare l’acqua, immergersi, raccogliere un frutto, sfiorare gli elementi, accarezzare il vento, baciare una guancia, abbracciare un corpo, entrare in esso, toccare un libro, tenere in mano una moneta. Toccare è un po’ come possedere una cosa, una persona, un bene. Entrare in confidenza. In questo mondo così intangibile, il tatto è l’unico senso che ci mette in diretta comunicazione con la vita e tutto ciò che essa contiene. Toccare per credere.

Foto in licenza CC: http://www.flickr.com/photos/patlele_sl/