lunedì 29 novembre 2010

Ecologia del vivere: Essere, senza fretta.


di Stefania Taruffi
Tutti andiamo sempre di corsa, in bilico sulle lancette frenetiche di una giornata. La sintesi diviene virtù necessaria al raggiungimento della meta prefissa. La liquidità condensata delle azioni, dei pensieri, delle emozioni, forma necessaria per barcamenarsi nel mare magnum dell’agenda giornaliera. E la frase più banalmente ricorrente diviene: “Scusa non ho tempo” o “Che giornata stressante” o “Come vola il tempo!”.

Tra le poche cose che mi pare di aver capito, una è questa: che spesso a renderci infelici è il desiderio di essere là mentre si è qua, nel domani mentre si è nell’oggi. L’ansiosa attrazione per un altrove che non spalanca l’orizzonte del presente e lo rende angusto come una cella. Allora, forse , il segreto della felicità è nel saper stare nel hic et nunc (qui e ora). Saperci stare, poi, così intensamente, da riuscire a sottrarsi alle coordinate dello spazio e alla corsa del tempo, facendo largo a quelli che Virginia Woolf chiamava “momenti d’essere”: quando la fretta non esiste più e il tempo lineare, ingannato sul serio, ci scorre accanto come un vorticoso fiume in piena che non ci tocca.

I momenti d’essere sono per ognuno diversi. Io li ritrovo nel fermare l’attimo e coglierlo ovunque io sia, nello scrivere, nel respirare il profumo del mare, osservando il cielo, correndo sulla spiaggia. In certi luoghi e in gesti semplici, nel riordinare, nel dedicarmi con amore alla famiglia, in molti altri umili territori femminili abbandonati tumultuosamente dall’emancipazione. E’ l’amore che fa la differenza. Ho imparato a ritrovare la stessa pienezza d’essere ogni volta che posso, almeno in parte delle cose che faccio e che faccio sempre con passione.

Perfino in coda alla posta, sorridendo agli altri esseri umani. Ma è soprattutto mentre ascolto la musica che “l’essere” si fa vivo con me, dando forma a pensieri ed emozioni in grado di proiettarmi in nuove dimensioni atemporali, dove c’è solo spazio per sogni, fantasie e progetti positivi. Sono momenti ad alto tasso di creatività, in cui ci si ricollega con il proprio nucleo interiore. E a voi dove capita?

Foto in licenza CC: visionaria27_2

lunedì 22 novembre 2010

Ecologia del vivere: Lasciamo ai bambini il diritto di essere bambini


di Stefania Taruffi

E’ finita la settimana dell’infanzia. Personalmente, avendo bambini e amandoli, vivo il loro mondo ogni giorno. Tuttavia, ogni tanto, celebrarlo è divertente. E c’è anche chi l’ha fatto in maniera molto simpatica e originale come il popolo di Facebook. Sul diffusissimo social network un anonimo ha creato un link in cui s’invitavano tutti a pubblicare, come foto del profilo, l’immagine dell’eroe dei cartoni animati più amato. Un modo come un altro per tornare indietro nel tempo e riprendere a giocare, se non altro con i ricordi. E’ stato divertente relazionarsi con la Capo ufficio Trilly o il collega Batman, o il fidanzato che si è per qualche giorno trasformato in principe azzurro.

E sono stati soprattutto gli adulti a divertirsi di più, spogliandosi della seria maschera quotidiana e scegliendo, seppur a breve termine, una personalità fiabesca. Noi adulti siamo strani e quanto ci piace ancora giocare! Tuttavia chi è genitore, non dovrebbe solo ritrovare il bambino che è in sé, quanto piuttosto valutare meglio se il proprio figlio è messo in condizione di poter giocare, di vivere realmente la propria infanzia. Sempre di più, per problemi organizzativi, i genitori che lavorano, giustamente per vivere o vivere meglio, sono fuori di casa tutto il giorno. Il tempo pieno nelle scuole risolve gran parte della giornata e dopo? E nelle vacanze? La domanda che si sente più spesso è questa:”Oddio, dove lo metto?”. Neanche fosse una lampada.

Ed ecco allora che la complessa macchina organizzativa del mondo dei genitori cerca e trova i più disparati impieghi che occupino il proprio figlio nelle restanti ore con attività non solo piacevoli, ma soprattutto educative e ‘utili’. Però che fatica!!! Credo che gli adulti a volte dimentichino di avere a che fare con dei bambini. E neppure tengano conto dei loro limiti fisici e mentali, per non parlare dei loro desideri. I bambini sono fragili, non riescono a sopportare il peso di responsabilità troppo grandi, ma soprattutto hanno bisogno di spazi, tempi e luoghi diversi per crescere. E anche di silenzio e di momenti vuoti, da riempire con la loro fantasia, con l’energia del loro mondo incantato.

Ben venga lo sport che da sempre è sano per il loro equilibrio psico-fisico e una sana crescita. Oppure qualche ora di musica o quant’altro. Però non bisognerebbe esagerare. Ci sono bambini chiamati a stare 12 ore fuori casa, impegnati in mille attività diverse, oltre lo studio. Stare seduti otto ore sui banchi di scuola a sette-otto-dieci anni è già impegnativo. Quando escono, i ragazzi sono distrutti dalla stanchezza. Se devono trascorrere anche il restante delle ore imparando l’inglese, lo strumento musicale, a cantare o quant’altro, o tutto insieme, dove lo trovano il tempo per giocare?. Ricordo con piacere immenso i miei pomeriggi liberi, chiusa nella stanza da sola o con le amiche.

Spente le televisioni, i pomeriggi erano intrisi di me, di noi: pittura, musica, suonate di fisarmonica senza alcuna cognizione, chiacchierate, letture, scritture, futili giochi inventati con nulla. Perché i bambini non hanno neanche bisogno di tutti quei giocattoli di cui li sommergiamo. Ce ne accorgiamo quando gli mettiamo in mano un pennello e loro, liberi di intingere negli acquarelli, ci mostrano la loro anima. Momenti di creatività pura in cui misurarsi con se stessi, con i propri desideri, con la propria fantasia. E perché no, anche con il silenzio o il nulla. Perché queste ore vuote devono essere riempite da contenuti personali ed emozionali, che arricchiscono l’essere umano anche di più di mille nozioni.

Che senso ha mandare un ragazzino di sei anni a imparare l’inglese quando ancora non sa leggere e scrivere l’italiano? Spesso dimentichiamo che stiamo parlando di bambini, non di adulti. E che certe nozioni possono anche essere insegnate loro più tardi, oppure giocando. C’è tempo per essere grandi. Credo che sempre più spesso vogliamo portare i bambini nel nostro mondo e non siamo più in grado di calarci nel loro. I risultati, purtroppo, si vedono: I bambini sono diventati troppo seri, responsabili e tristi. Quasi non sorridono più. E questo è davvero un peccato. Credo sia molto utile osservarli, parlare con i nostri bambini, ascoltare i loro richiami. In tal modo non solo faremo il meglio per loro, ma impareremo anche qualcosa noi.

Foto in licenza CC: Wall e Permano Laboratori creativi

lunedì 15 novembre 2010

Ecologia del vivere: Di padre in figlio,Visibilia ex Invisibilibus, il sogno deve continuare.


di Stefania Taruffi
Il falegname che mi sta montando l’armadio è un uomo ancora giovane e ha una piccola azienda di falegnameria a gestione familiare. Il suo è uno di quei mestieri come l’idraulico, l’elettricista, il muratore tuttologo, diciamo anche il ciabattino, la sarta, il pasticciere e anche il panettiere e quant’altri, che potremmo definire ‘artigianali’.

In questi mestieri la manualità è data principalmente da una tradizione familiare e da una pratica tramandata di padre in figlio. Tuttavia il suddetto falegname si lamenta che il figlio, quasi maggiorenne, non solo non ha voluto seguire le sue orme, ma addirittura, vorrebbe non studiare più per fare l’attore! C’è chi sosterrebbe che questo ragazzo ha il pane (azienda avviata, padre esperto, privilegio di poter imparare per poi ereditare l’attività), ma non ha i denti, in altre parole non ha il mordente, il desiderio di continuare una tradizione, motivazioni sufficienti a restare su una strada già battuta.

Secondo l’ultimo rapporto della Confartigianato, che elabora i dati del rapporto 2010 Excelsior-Unioncamere, anche le imprese sono a corto di personale specializzato: mancano cuochi, panettieri, falegnami, pasticceri installatori e tanti altri artigiani. Nonostante la crisi e la dilagante disoccupazione, certi mestieri non li vuole o, soprattutto, non li sa più fare nessuno. E molte botteghe chiudono con la pensione, o la morte dell’ultimo discendente, mentre le aziende, nell’83,3% dei casi, restano senza trovare il personale che cercavano. Alla base di questa situazione c’è sicuramente una componente di fatica fisica e spesso anche di mancanza di volontà o motivazioni.

A volte anche di opportunità formative. Nel caso delle piccole imprese artigiane è un vero peccato, perché queste potrebbero non solo garantire continuità di lavoro al proprio nucleo familiare, contribuendo a far sopravvivere un mestiere importante, ma potrebbero diventare dei veri e propri ‘laboratori-stage di formazione’ che accolgano i giovani interessati a imparare il mestiere, da destinare poi alle aziende che ne abbiano bisogno. Il problema della continuità spesso non riguarda solo le piccole imprese artigianali, ma anche l’universo delle imprese familiari in genere, che rappresenta i due terzi del totale delle imprese italiane. C’è un’ombra che incombe su questo vasto universo: il passaggio generazionale.

L’European School of Economics di Milano ha ben presente il problema: “Per comprendere la rilevanza economico-sociale di questo fenomeno e l’importanza del family business in Italia e nel mondo, basti pensare che l’operazione di “cambio della guardia” interessa ogni anno 66.000 imprenditori per lo più ‘over 60’ e altrettante imprese che danno lavoro a oltre 220.000 dipendenti coinvolti nel passaggio del testimone da padre a figlio. Due su tre di queste imprese falliscono nel periodo di passaggio tra la prima e la seconda generazione e l’80% delle aziende a conduzione o controllo familiare scompare entro la terza generazione”. Secondo loro il problema è riconducibile a un concetto antico: ’Visibilia ex invisibilibus.

Il visibile nasce dall’invisibile’: “dietro capannoni, automezzi e macchinari, oltre a uffici e magazzini, al di là dell’esercito di dipendenti, dirigenti e fornitori, c’è il sogno di un uomo, quel colpo di diapason che ha fatto nascere tutto questo e che ancora fa vibrare ogni cellula dell’organizzazione. Consulenti e professori universitari, e professionisti di ogni genere studiano e affrontano il fenomeno del passaggio generazionale dai più diversi aspetti e sotto ogni profilo: tributario, legale, successorio, finanziario e perfino psicologico, per le ripercussioni di carattere umano, affettivo, emozionale, che originano dalla perdita dell’imprenditore o, in ogni caso, dalla sua uscita di scena.

E tuttavia qualcosa di importante sfugge a tutti: Il re è la terra e la terra è il re. Ciò significa che il destino di un’impresa, e tutto quello che ha conquistato in anni e anni di attività, è legato a filo doppio alla figura del suo fondatore, e perfino dall’integrità fisica del suo leader”. Guidato da queste intuizioni, o ipotesi pre-scientifiche, l’Istituto di Sociologia delle Organizzazioni dell’European School of Economics ha fatto ricerche nel campo dell’economia e del business scoprendo che: “ il destino di interi imperi industriali e finanziari dipende dall’integrità del ‘sogno’ imprenditoriale da cui sono nati, dall’impeccabilità del leader.

Grandi imprese, fortune imprenditoriali, così come nazioni e intere civiltà, si formano e prosperano, o si ammalano e muoiono, con il loro leader, con il loro fondatore-ideatore. Una piramide organizzativa è legata al respiro del suo leader. Un filo d’oro salda la sua immagine e il suo destino personale a quello della sua organizzazione e dei suoi uomini. Il suo sé corporeo coincide con la sua economia, come fu per gli antichi sovrani”.

Possiamo dedurne che sia nell’impresa familiare artigianale, sia in quella più articolata, a livello industriale, è sempre il Re che deve trasmettere in tempo il Sogno ai discendenti. Come riuscirci? Forse basterebbe semplicemente parlarne di più e più in profondità, credo si tratti di una questione d’imprinting. L’educazione dei figli implica anche questo, non disperdere le energie acquisite nel tempo. I vincenti lo sanno bene.

Foto: costella.it

lunedì 8 novembre 2010

Ecologia del vivere: Il possesso virtuale. Come cambia il mondo.


di Stefania Taruffi
Dobbiamo abituarci al fatto che ormai la vita vola a ritmi indiavolati. Navighiamo a vista sui byte dei motori di ricerca. Abbiamo acquisito il dono dell’ubiquità, dell’onniscienza, dell’intangibilità, del sesso incorporeo e dei viaggi nel tempo. Schiocchiamo le dita e ci viene dato! Ciò che vale oggi, domani sarà già obsoleto. Tutto cambia costantemente, vince il movimento, l’aggiornamento continuo e rapido, il divenire. E ne guadagna e vince chi sa restare al passo.

Abbiamo tante opportunità in più in ogni campo grazie ad Internet e a potenti mezzi di comunicazione che ci spostano velocemente da una parte del mondo all’altra, da una dimensione fisica a un’incorporea, dal passato al presente. Non tocchiamo quasi più nulla: i soldi viaggiano nelle banche online, paghiamo con carte di plastica e codici numerici, approfondiamo e studiamo virtualmente su Google e Wikipedia, che hanno letteralmente ucciso le enciclopedie cartacee e ogni sistema di catalogazione che non si aggiorni automaticamente. Leggiamo le notizie sul web e con esse le opinioni della gente, senza dover andare in edicola. Ogni tanto ci facciamo una passeggiata in forum, siti e blog per aprire la nostra finestra sul mondo.

Entriamo nelle vite dei nostri amici, degli sconosciuti, di chi ammiriamo. Non ci sono più segreti. Tutto scorre in video intangibili, nell’etere, via satellite, in digitale. Non serve più acquistare e possedere alcune cose. Possiamo prenderle, scaricarle, abbonarci e averle virtualmente per un minuto, un’ora, un giorno, per sempre o solo per una notte. Usufruirne senza toccarle. Cerchiamo, troviamo, prendiamo e restituiamo al mittente, o al prossimo utilizzatore. Tutto è perfezionabile, modificabile e mutabile. Possiamo diventare intangibili anche noi stessi e nascondere la nostra vera identità creando un avatar che ci sostituisca e faccia ogni cosa al nostro posto.

E’ tornato di moda scrivere e comunicare, con le mail, Messenger, Skype, Facebook. E per le brevi comunicazioni basta un sms. Ci si bacia mandando una bocca virtuale, si fa un regalo mandando fiori in fotografia e si cerca (e si trova) l’anima gemella sui social network. Sta scomparendo la solitudine, c’è sempre qualcuno più solo disponibile a tenerci compagnia e sappiamo dove trovarlo. Anche il sesso ha assunto “connotati” virtualmente visibili e fruibili: si può fare sesso anche senza scomodarsi da casa. Basta cliccare su un volto che piace, un nick invitante o una frase che fa la differenza, per eccitarsi e fare l’amore ognuno a casa propria, davanti al PC. Insomma, viviamo in un mondo pieno di opportunità e questo è positivo. Tuttavia, come sempre, ci vuole equilibrio e buon senso. E non bisogna farsi prendere dal panico.

Dobbiamo riuscire a superare la sensazione di avere virtualmente tutto ma di non possedere nulla. E il coraggio di fermare e trattenere il più possibile dentro di noi. A volte si ha la triste sensazione che tutto scorra troppo in fretta davanti ai nostri occhi, anche solo per sfiorarlo. E non si riesce a scegliere, perché c’è troppa possibilità di scelta. L’importante è non dimenticare mai che è proprio la nostra capacità di poter scegliere, a fare la differenza. Sono ancora il nostro istinto, l’intelligenza, il cuore, l’anima, i sensi, sesto compreso, a guidarci. Sono anch’essi intangibili, ma sono nostri, li possediamo per acquisizione alla nascita e non ce li può togliere nessuno. Non possiamo rinchiuderli in una cartella di file, perché viaggiano su onde diverse, in una dimensione unica e personale, senza tempo né spazio, se non il nostro.

lunedì 1 novembre 2010

Ecologia del vivere: importiamo anche tradizioni.


di Stefania Taruffi
Torno indietro e non ritrovo tracce di memoria della festa di Halloween nei miei ricordi di bambina. Ai miei tempi ci si mascherava solo a Carnevale. Le mie figlie sono state le prime a informarmi che il 31 ottobre si doveva andare di casa in casa a chiedere “Treats or tricks, dolcetti o scherzetti”, mascherandosi da streghe. Alla luce delle ultime mode, anche genitori ignari e addirittura la scuola, si sono allineati con i tempi. I programmi di storia e geografia si sono assottigliati, ma le maestre ora devono essere preparate anche a istruire i ragazzi sulle origini della Festa di Halloween. Non conoscendola per niente, mi sono messa a studiarla con loro anch’io. Ora è un po’ di anni che me la sorbisco. In un mondo globale s’importano anche le tradizioni ormai, specie se generano fatturato: Telefono Blu, ha voluto calcolare il giro d’affari di questa festa in Italia, che pare si aggiri intorno ai 420 milioni di euro. D’altronde non ci si può perdere un’altra bella occasione per fare feste, divertirsi, mascherarsi e spendere una cospicua somma di denaro in gadget, dentoni, parrucche, vestiti neri e maschere striate di sangue. Perché in fondo Halloween altro non è altro che un carnevale lugubre alla vigilia (Eve) di Ognissanti (All Hallows), con tanto di riabilitazione della zucca, destinata all’estinzione e salvata da questa festività acquisita.

Se andiamo a scavare nella nostra storia, ha davvero un senso Halloween per noi europei? E’ una festa pagana che vuole festeggiare il ritorno delle streghe e degli spiriti dall’oltretomba, l’unica notte dell’anno in cui si dovrebbe assottigliare la divisione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Davvero siamo interessati a sostare in questo limbo?

Halloween una festa popolare pre-cristiana che nasce negli Stati Uniti, tuttavia l’Europa non ne è completamente estranea. Infatti, fu diffusa dai Celti (per lo più dunque in Irlanda), che festeggiavano il loro Capodanno proprio il 31 ottobre. Non avendo paura dei morti, essi lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi, un’usanza, peraltro, sopravvissuta anche in alcune regioni dell’Italia settentrionale e in parte della Puglia e Basilicata. Ecco almeno un riferimento nostrano. Essa resta tuttavia una festa prettamente anglosassone. E’ dunque da capire che in un’Italia, a prevalenza cattolica, essa non abbia molto senso. Ma si sa, noi italiani predichiamo bene e razzoliamo male. Fa parte della nostra indole ricca di controsensi.

Alla chiesa non è mai piaciuto Halloween. Il più duro è stato il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano, che in piena polemica sui crocefissi nelle scuole, ricordò che “ci lasciano le zucche e ci tolgono il nostro caro crocefisso..”. E come in ogni democrazia scatta la controffensiva lanciata dal progetto “Sentinelle del mattino”, tramite i “papaboys” (www.sentinelledelmattino.org), che hanno lanciato via internet la festa di «Holyween», la notte dei santi. La sera del 31 ottobre invitano parrocchie e cittadini a esporre alle finestre le immagini di santi e beati. Pare abbiano aderito all’iniziativa almeno trenta città italiane. E stamattina a Roma, si è svolta la terza edizione della «Corsa dei santi», maratona benefica per raccogliere fondi in aiuto agli alluvionati del Pakistan. Un modo come un altro per distogliere l’attenzione dalle streghe. Importiamo tradizioni dunque, ma le nostre le conosciamo e tuteliamo adeguatamente? Molte riguardano piccole realtà locali, ma non generano fatturati, sono soltanto un patrimonio culturale d’inestimabile valore storico. Per fortuna cittadini e amministrazioni locali riescono ancora a salvaguardarle. Avete mai provato a negare un dolcetto a Halloween? Crudeltà pura, ma io l’ho fatto. Sono pochi, tra adulti e bambini a essere in grado di inventare scherzetti divertenti, improvvisando con ironia. Forse insieme a questa tradizione, potremmo anche importare un po’ del senso dell’humour anglosassone. Quello ci sarebbe molto più utile.

Foto in licenza CC: beachut (john) just one click