lunedì 20 dicembre 2010

Ecologia del vivere: Natale e i regali del cuore.


di Stefania Taruffi
Si avvicina il Natale e con esso il momento dello scambio dei doni. Per molti questo momento è diventato più un problema, che un piacere. Forse perché, come per molte cose, non ci si mette più amore nel farli e sono diventati un fatto commerciale, uno scambio dovuto e sempre meno sentito. Il regalo è considerato per lo più solo un oggetto materiale da scegliere in fretta, acquistare, far incartare al negoziante e di cui sbarazzarsi al più presto, consegnandolo nelle mani di familiari e amici, che se lo aspettano. E meno amore si mette nel farlo, più si corre il rischio che non sia gradito e sia relegato nel cassetto del riciclo o in cantina, in attesa di un destino incerto.

Possiamo regalare le cose più costose e importanti, ma non dobbiamo mai dimenticare che il valore di un regalo è stabilito dall’amore con cui lo scegliamo per una certa persona e dall’energia che infondiamo in quell’oggetto. Energia che sgorga al cuore e che l’oggetto assorbe e rilascia a chi lo riceve. E’ semplice acquistare qualcosa, più difficile è trasmettere gli auguri del nostro amore agli altri, per avvolgerli di luce e ricordare alle persone che amiamo quanto siano importanti per noi e quanto vogliamo loro bene, attraverso un regalo materiale che ci rappresenta materialmente e spiritualmente. Per chi sa andare ‘oltre’ il regalo diventa un modo per donare qualcosa di sé, in maniera unica e personale. Alcuni popoli antichi, nella loro saggezza, infondevano nel rito del dono un’aurea di sacralità ed esso diveniva un modo per dimostrare i propri pensieri e sentimenti, proprio perché l’oggetto materiale era pieno dell’anima di chi lo donava e l’anima era considerata sacra. Ogni oggetto può avere un’anima, ma siamo noi a dargliela. Basterebbe poco. Un bigliettino personale nel quale esprimere affetto, vicinanza, affinità. Una telefonata che lo preceda. Un gesto affettuoso che lo accompagni. Una confezione fatta con le proprie mani scegliendo con cura ogni dettaglio, dal disegno della carta che lo avvolge al bigliettino, al messaggio immateriale che lo accompagna.

Gli eletti invece, quelle poche persone che sanno dare un grande valore ai sentimenti e al benessere interiore che gesti e sentimenti sanno generare, non hanno bisogno di acquistare nulla nei negozi, né di ricevere doni materiali. Per queste persone lo scambio dei doni avviene a un livello più alto che sottintende il dono di sé, del proprio amore, di un gesto che renda felice l’altro e lo colmi di quanto più bello esista al mondo, il dono d’amore. Vi auguro davvero un Natale pieno di questi doni!

Foto: Albetta19.wordpress.com

mercoledì 15 dicembre 2010

Ecologia del vivere: molte cose si possono aggiustare.


di Stefania Taruffi
Negli anni passati abbiamo assistito a un tracollo finanziario mondiale, che ha prodotto un radicale cambiamento nelle economie di tutti i paesi. Anche se non se ne parla molto in termini catastrofici, la grande crisi scatenata dal deficit accumulato dai governi e dalle speculazioni finanziarie internazionali ha prodotto degli effetti sistemici generalmente sottovalutati.

La cultura del breve termine, diffusa fino a qualche anno fa ovunque, ha generato in passato ricchezze volatili e facile accesso al credito da parte di aziende e di privati, spingendo a un consumismo sfrenato attraverso l’indebitamento e portando molti a vivere oltre le proprie possibilità. Ora i tempi dell’usa e getta sono finiti e anche la società italiana ha subito uno scossone e si è ridimensionata. La maggior parte degli italiani non arriva più a fine mese. L’euro continua ad avere uno scarso potere d’acquisto e i prezzi ancora oscillano in balia degli interessi delle categorie e dei costi di produzione, mentre gli stipendi non aumentano e spesso sono troppo bassi per far fronte alle crescenti spese. Le piccole medie imprese sono in difficoltà, le attività commerciali non ce la fanno, soprattutto nelle grandi città. In generale dunque si consuma meno, ma sta succedendo una cosa molto importante: il cittadino sta imparando a valutare e a scegliere. E sceglie in base al giusto rapporto qualità/prezzo, a volte sceglie anche di rinunciare per necessità. Non viene più tanto sedotto dal frenetico consumismo.

Questo fenomeno di riduzione rilevante dei consumi produce un ritorno all’antico valore del rammendo, del rattoppo, dell’’aggiustare’ anziché gettare via un prodotto cui si tiene. E in questi momenti rispuntano sul mercato piccole attività gestite da artigiani, spesso stranieri che, con poco, ci aggiustano ogni cosa. Qualche anno fa erano scomparsi i piccoli laboratori d’informatica. Ora sono riapparsi e con poco risolvono piccoli-grandi problemi senza dover ricomprare un pc. La bottega del mio calzolaio è gestita da ragazzi peruviani e la comparsa dell’attività in zona è stata molto gradita: allungano la vita delle scarpe di qualche anno e non è poco, con quello che costano. Il negozio è pulito, ordinato, pieno di accessori di ogni tipo, da loro entri con una scarpa da buttare e te la restituiscono, con un sorriso, aggiustata e lucidata a nuovo. La piccola sartoria gestita da donne ucraine è sempre piena: rammendano, restringono, allungano, rattoppano e spesso, fanno dei veri e propri miracoli. Il tutto a costi bassissimi.

Soprattutto le donne sono molto felici di queste piccole realtà, perché nessuna ha più molto tempo, ma diciamo la verità, anche la capacità: poche sanno attaccare un bottone. Sono lontani i tempi in cui le madri insegnavano il ricamo e il punto a croce alle proprie figlie. Le macchine da cucire sono considerate strumenti per professionisti, quando invece ogni donna dovrebbe averne una a casa e saperla usare all’occorrenza. E’ facile come cucinare. Forse manca in generale la voglia di fare. L’emancipazione femminile ha fatto scomparire anche queste piccole virtù, che all’occorrenza, sono molto utili. Tuttavia credo che di questi tempi molte donne, (ma anche uomini), si siano almeno muniti di ago, filo e buona volontà. Necessità fa virtù. Per tutto il resto, sono tornate di moda le botteghe artigiane.

Foto in licenza CC: Christian Demma

lunedì 6 dicembre 2010

Ecologia del vivere: Bambini e montagna, è davvero vacanza?


di Stefania Taruffi
Premesso che i miei genitori mi hanno messo sugli sci a sei anni e che da allora faccio (almeno) una settimana bianca l’anno, anche in questo autunno, in prossimità del freddo e di una partenza in avvicinamento, mi trovo a fare le stesse riflessioni sul delicato argomento. Sarà che nonostante gli anni passati sugli sci, nessuno è riuscito a farmi innamorare del freddo e della fatica che provo ogni volta che vado in montagna d’inverno. Amo i paesaggi montani innevati e finché ero senza figli, riuscivo anche a trovare le energie necessarie per attraversare indenne quella settimana infinita. Poi è accaduto l’irrimediabile. Con due bambini in crescita, ogni anno occorre rinnovare completamente l’abbigliamento. Per non parlare del lungo viaggio in macchina deliziato da ore di lamenti, nausee e continue necessità alimentari o e fisiologiche. Per non parlare delle favole o le canzoni dello Zecchino d’oro, in onda per ore per deliziare i pargoli. Poi c’è il freddo e i bambini odiano il freddo. Affitta gli sci, prova cento scarponi per capire se calzano, insegna loro a camminare con quei pezzi di plastica ai piedi in bilico sulla neve ghiacciata, iscrivili alla scuola sci e finalmente arriva il primo giorno di lezione in cui già sogni due orette di libertà. Falso! Uno dei due bambini stai sicuro che piange perché non ci vuole andare e in genere ti ritrovi a passeggiare con lui per il paese deserto e noioso, ragionando sui motivi di questa ‘assurda’ mancanza di coraggio. Quando finalmente entrambi i figli si sono convinti di andare a lezione di gruppo, inizia la faticosissima corsa mattutina alla colazione/vestizione. Superata la prima, con lunghe soste al buffet, già in notevole ritardo, ci si deve vestire: per mettere tutti gli strati a ciascuno ci s’impiega una vita e guai a dimenticare i calzini, gli occhiali o i caschetti nella stanza: pena non trovi più nessuno alla paletta della scuola sci e passi tutta la mattina a rincorrere il maestro sulle piste, con figlio al seguito. Il tempo in montagna è sacro, ancora più che in città. Infilarsi tutti gli scarponi e riuscire a guadagnare un posto sull’eventuale funivia che porta agli impianti è un’altra impresa ardua. Pressati come sardine in una cabina di ferro non è poi il massimo, specie per i piccoli gnomi che si guardano intorno disperati e il cui sguardo perso sembra voler dire: ”Ma tutti questi giganti dove vanno?”.

Alla fine si raggiunge l’ambito traguardo della vetta, dove i maestri di sci attendono genitori e figli con un ghigno sulle labbra, che di solito non piace ai bambini che, guarda caso, proprio in quel momento si ricordano di dover andare in bagno. Sembra facile con tutti quegli strati d’abbigliamento! I bisogni primari in montagna dovrebbero diventare secondari, perché quasi impossibili da realizzare. Sospiro di sollievo. In realtà la vera vacanza dei genitori è racchiusa in quelle due ore di corso dei propri figli, con l’orologio in mano e solo percorsi brevi, che permettano di rientrare in orario per riprendere la ciurma. Poi arriva il pranzo. Le baite sono strapiene di gente affamata e anche quella meta è impegnativa, tanto da far passare la fame.

Certo è bellissimo osservare i fiocchi di neve appoggiarsi sui rami, ma di poetico, in tutto il resto, c’è poco. Gli alberghi pieni di bambini sono un concentrato di virus senza paragoni e certamente, qualcuno prima o poi se li prende, uno ma anche due o tre insieme. I virus montanari sono noti per la loro potenza e per aver uno spiccato spirito di gruppo. Allora è davvero finita! Il famigerato virus è di solito in cerca di tante vittime ed è ben felice di far ammalare entrambi i figli, ma non insieme, troppo facile. A distanza di due giorni, a catena. In modo tale da costringere uno dei genitori o entrambi, a turno, a restare chiusi nella stanza d’albergo tutto il giorno, tutta la settimana.

Finita la vacanza ce ne vorrebbe un’altra per riprendersi!. I genitori appassionati di neve, che intendono tramandare la pratica di questa disciplina e l’amore per la montagna ai propri figli, sono dei veri e propri eroi. E il risultato non è poi neanche garantito. Capace che i figli, come me, non vedano l’ora di attaccare gli scarponi di plastica al chiodo e sognino un atollo in cui girare scalzi e in pareo, al caldo tepore dei tropici. Dove anche i bambini, secondo me, sarebbero più sereni. E poi, c’è sempre lo sci d’acqua.

Foto in licenza CC: Daniele Romagnoli