sabato 31 dicembre 2011

Ecologia del vivere: un (capod)anno da cani, in attesa del Grande Cambiamento.

di Stefania Taruffi

E’ stato un anno difficile per molti. Attenti osservatori del movimento dei pianeti attribuiscono la colpa a Saturno (contro), il pianeta delle grandi trasformazioni che starebbe mettendo alla prova anche i più resistenti. Per quanto riguarda la difficile situazione del nostro paese io non andrei molto lontano e avrei nomi e cognomi cui attribuire colpe ben precise. Ora l’anno sta per finire, finalmente, e per quello che mi riguarda, ne sono felice. Più in basso non si poteva scendere e ora ci si aspetta solo di migliorare. Almeno a molti piace pensarla così, a dispetto dei movimenti catastrofisti e apocalittici sulla scia delle ‘previsioni astronomiche dei Maya’, che hanno previsto nel 2012 la fine del mondo.

85ac01acf308a6ffcc08a3ba7c13c98c  400 351 fitwidth1 320x256 Ecologia del vivere:  un (capod)anno da cani, in attesa del Grande Cambiamento.Speriamo davvero che non accada, dopo tanti problemi e privazioni, credo sia più saggio credere nel movimento opposto, quello del Grande Cambiamento di Era, dell’inizio di un processo di Trasformazione del pianeta in un’ottica di maggiore attenzione all’ambiente, alla persona, ai valori, alla spiritualità, alla crescita interiore di ciascuno e alla salvaguardia del pianeta. Sicuramente meglio. D’altronde da secoli si contano i fiaschi apocalittici, perciò è difficile dargli ancora importanza. E poi per il 2012 sono addirittura cinque le antiche profezie: dei Maya, di Nostradamus, dei nativi americani, dei cambogiani e delle antiche civiltà sudamericane. Se a una Fine dobbiamo credere, che sia la Fine dell’autodistruzione e un nuovo Inizio: il salto verso un nuovo piano di coscienza personale e quindi, collettiva. Una nuova Era in cui si prenda coscienza del livello di decadenza in cui siamo piombati e si cominci a fare qualcosa di concreto per cambiare noi stessi, il paese in cui viviamo, il pianeta.


Pianeta. Altro tema relazionato al 2012. La NASA dice che parecchi pianeti si allineeranno, si parla di fascia fotonica, griglia magnetica, comete in arrivo, terremoti ed eruzioni e che l’attività del sole sarà massima nel 2012. Francamente di quello che accade lassù, non me ne importa molto. E che il sole porti più luce e calore, è certamente più invitante di un’ipotetica Era Glaciale.

Interessante la versione ‘spirituale’ indicata da Gianmarco Bragadin nel romanzo “L’eredità dell’Ordine di Melchisedek” secondo cui: “Cambieranno le nostre energie, ci sentiremo diversi, nasceranno bambini già preparati al cambiamento, la percezione del tempo sarà più veloce. Tutto ciò porterà al diffondersi di un’energia d’amore, una frequenza diversa, molto più elevata, quella della quinta dimensione. Chi ha lavorato su se stesso, chi vive con amore, aiuta il suo prossimo, diffonde i messaggi positivi, non ha nulla da temere “. Francamente questa versione mi rassicura molto.

La grande trasformazione dunque. Sarebbe davvero necessaria. Non la fine del mondo, ma di un mondo, quello che ha visto il potere del maschile, del denaro, dell’ingiustizia, dell’arrivismo, delle speculazioni, dell’indifferenza, delle guerre, delle ruberie e degli attacchi alla Natura e alla Madre Terra.

E allora ben venga il salto quantico, la modificazione dell’energia, la nostra profonda trasformazione interiore se tutto ciò porterà l’umanità verso una nuova Età dell’Oro. E’ la nostra speranza per il 2012.

giovedì 22 dicembre 2011

Ecologia del vivere: aspettando Babbo Natale e i suoi doni.

di Stefania Taruffi

Quest’anno aspetto con ansia Babbo Natale e i suoi doni. Ebbene sì, voglio crederci ancora. Per fortuna è arrivato anche prima del dovuto. Lo aspetto non tanto per quello che porterà, quanto per quello che ci ha già tolto di mezzo: un’intera classe politica, il malcostume governativo, la totale mancanza di un’etica politica e sociale, l’immobilismo più completo, la mancanza di riferimenti governativi, i privilegi, la mancanza di trasparenza, di leggi adeguate, controllo. Ha cercato di chiudere il vaso di Pandora e gliene saremo grati per sempre! Speriamo che ce la faccia a finire il lavoro.

babbonatale Ecologia del vivere: aspettando Babbo Natale e i suoi doni.


Dal gelo dell’Alaska è sceso a fare una chiacchierata con Obama, poi un salto in Germania e in Francia per convincere rispettivamente la Merkel e Sarkozy che così non si poteva andare avanti, che bisognava fare qualcosa per l’Italia, da sola non ce la poteva fare. Alla fine è venuto anzitempo dalle nostre parti, in incognito, a dare un’occhiata. E quello che ha visto non gli è piaciuto per niente. Litigi, chiacchiere improduttive, gossip, malcostume, leggi inutili e un’economia a pezzi. E siccome un paese è composto di persone, s’è fatto un giretto per le strade, curiosando negli uffici, nei luoghi di potere e nelle famiglie. E c’è rimasto davvero male! Troppa gente egoista, bramosa di potere, arrivista, corrotta. Partitocrazia, totale assenza di meritocrazia, inadeguatezza morale e culturale. Orde di divorziati e persone sole.

E tanta maleducazione . Il senso civico non l'ho incontrato, tantomeno quello morale, solo donne rifatte tutte uguali e senza scrupoli,indifferenza e mucchi di mondezza. Figli lasciati soli tutto il giorno e tanta paura. Paura di tutto e di tutti. Del vicino, del collega, persino del proprio compagno di vita. Un paese allo sbando e triste. Pieno di tanti piccoli orticelli e pochi prati verdi. Questo viaggetto in anticipo gli avrà un po’ schiarito le idee per riempire il suo sacco. Credo non sapesse da cosa iniziare. Tolti di mezzo i più grandi impedimenti alla crescita del paese, restava solo un grande vuoto da colmare. Un buco nero. Ha cominciato a mettere le persone giuste al posto giusto e un po’ di soldi per coprire il grande buco economico. Ma quello politico? Quello forse sarà il regalo del prossimo anno, quest’anno il miracolo non è riuscito a farlo. E quello culturale? Ci sta lavorando, non è facile donare cultura a chi non interessa per niente. Allora ci ha messo tanto buon senso, portato da qualche faccia onesta e preparata che si sta prendendo cura di noi e del nostro futuro. E anche una buona dose di speranza. Speranza nel cambiamento e nella capacità di sopportarlo e supportarlo.

hope hugs love 2008 large msg 119923680377 1 258x256 Ecologia del vivere: aspettando Babbo Natale e i suoi doni.Sono felice di aver sbirciato nel suo sacco e di aver trovato il dono più bello. Quest’anno vi svelo un segreto: ho trovato barili di amore. Amore incondizionato. Per se stessi e per il prossimo. Amore per la verità, per la giustizia, i valori, la vivibilità, l’ambiente, gli animali. Amore nella rinuncia ai beni materiali per la conquista di quelli meno tangibili, ma più autentici. Amore per le cose buone e naturali. Per la qualità ad ogni costo e ovunque. Per la sincerità e la condivisione, generosità e i valori del cuore. Amore per la bellezza nella sua accezione più ampia, bellezza che produce Bene.

Basterebbero solo la speranza e tutto quest’amore per creare un’Italia migliore. Lo aspetto con ansia Babbo Natale. Magari lo aiuto a distribuire i suoi valori, pacchetti preziosissimi. Aiutatemi anche voi.

venerdì 16 dicembre 2011

Ecologia del vivere: il presente esiste?

di Stefania Taruffi

Di questi tempi è consuetudine scomodare spesso gli epicurei, soprattutto Orazio e il suo “carpe diem”, quasi ad avvalorare un presente da cogliere più nell’attimo, che nel giorno, giacché questo è anche troppo lungo. Quante cose accadono nell’arco di una giornata: tante, troppe per farle entrare nel nostro patrimonio quotidiano. Dunque alla fine, tra le tante ore vissute ci ritroviamo a fare una selezione qualitativa eliminando quelle negative o neutre e raccogliendo le briciole degli attimi di presente che ci sono piaciute di più.

180835 188902171143000 172737262759491 495001 5380547 n 342x229 Ecologia del vivere: il presente esiste?A fine giornata comunque, anche queste scivoleranno via tra le dita della notte. Tutto è troppo caduco, anche il tempo. Tra le poche cose che ho imparato, è che questi secondi fulminei di piacere quotidiano vanno gustati come una creme brûlé al caramello. Se poi s’impara anche a spolverarli di cannella, forse abbiamo il piacere di trattenerli un po’ più a lungo nel palato dell’anima, che si delizia di un piacevole retrogusto perdurante.

Ma basta un nulla perché diventino passato, che con il trascorrere degli anni si arricchisce sempre di più di vissuto, condizionando il presente e spesso anche il futuro.

La filosofia oraziana del carpe diem, si fonda sul fatto che all’uomo non è dato conoscere e determinare il futuro e quindi egli deve solo concentrarsi sulle azioni presenti: le opportunità, le gioie che si presentano oggi. E’ un invito a essere responsabili del proprio tempo perché “Dum loquimur, fugerit invida aetas” (”Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già passato”). Ma allora qual è la forza del presente se un attimo dopo diventa già passato, che resta là e diventa parte integrante del nostro essere? Il presente ha una grande responsabilità: a seconda di come lo viviamo esso si trasforma in un passato più o meno sopportabile e in un futuro promettente o completamente deludente.

Il presente come libertà di scelta. Sull’importanza o meno del presente hanno dibattuto scrittori e filosofi e ognuno ha cercato di fornire un’interpretazione diversa. Gli stoici, invece, preferiscono puntare sul domani che per loro è caratterizzato dal fato. Credono che la libertà non consista nella scelta tra alternative, ma nel seguire deliberatamente ciò che è dettato dal destino.

Per i Cristiani la vera vita la potremo vivere solo a morte avvenuta e lo stesso dicasi per i musulmani, per i quali nell’aldilà ci aspetterebbero addirittura le Urì del profeta, ovvero delle bellissime fanciulle pronte a esaudire ogni nostro desiderio. Alla fine sono tutti i movimenti stoici a prevalere, quelli cioè protesi a puntare sul domani e mai sul presente. Ma allora il presente esiste? Oppure sono solo il passato e il futuro a dominare la nostra vita? Dietro di noi una fertile terra ricca di vissuto, davanti il mare sconosciuto di un futuro impossibile da conoscere e determinare.

Dov’è il presente se non sulla riva, in quel sottile lembo di sabbia che divide la terra dal mare, il passato dal futuro, il vissuto da ciò che vivremo?. Noi siamo lì davanti a quel mare infinito, sdraiati, seduti, eretti su quella striscia di sabbia del presente, a scrutare orizzonti, a fissare emozioni. La vita è come un reportage di foto, attimi fissati per ricordare per sempre i più significativi. E più passano gli anni più l’album della nostra vita si arricchisce di flash passati. Con un presente da far scorrere e un futuro sempre più breve, senza aspettative.

Ma il presente, anche se fuggevole, ha in sé un grande valore: è l’unica sensazione tangibile del fatto che esistiamo, che siamo nell’hic et nunc (qui e ora), che la nostra vita la stiamo vivendo davvero. Il trucco forse c’è. Alcune cose non rimandiamole al futuro. Potrebbero non svelarsi più nel loro mistero originario, potremmo non volerle più vivere o non avere più modo di farlo. Forse quello epicureo è l’unico atteggiamento che ci può far sopravvivere in questo mondo e godere un po’ di più i piaceri della vita: assaporiamo le creme brûlé quotidiane, le dolcezze che ogni giorno ci dona. Cospargiamole di cannella, inondiamole di vino corposo di speranza, aggiungiamo un fiume di amore e una spruzzata di sogni, il tutto sovrastato dal pensiero positivo, come una ciliegina sulla torta. Godiamoci questo presente, chiudiamo gli occhi e lasciamo scorrere il tempo fermandolo nelle sensazioni positive che ci provoca la nostra emozione del momento. Il retrogusto ne perpetuerà l’essenza e anche se sarà breve, sarà il nostro momento. Fermiamolo quel tanto che basta per renderlo eterno, nelle pieghe della nostra anima.

lunedì 5 dicembre 2011

Ecologia del vivere: Downshifting, il ridimensionamento come filosofia di vita.

Di Stefania Taruffi

Occorre rivalutare il ruolo del presente nella nostra esistenza, spesso schiacciata tra i ricordi di un ingombrante passato e le attese per un futuro che, stanti i ritmi e gli impegni della vita quotidiana, dovrà essere per forza di cose radioso, pena l’impossibilità di onorare le numerose cambiali, finanziarie, lavorative e affettive che ogni giorno ci troviamo costretti a firmare. Da qualche anno negli Stai Uniti, ma anche in molti altri Paesi dove lo sviluppo economico non si coniuga più con la possibilità di crescita personale anche in termini di soddisfazione riguardo alla propria esistenza, si sta diffondendo un movimento di pensiero che può essere ben compreso attraverso uno dei termini che più spesso vi ricorrono, il ‘downshifting’, che in italiano può più o meno essere tradotto come ‘ridimensionamento’.

La principale forma di ridimensionamento auspicata dalle tante persone che si riconoscono in questo filone di pensiero, è innanzitutto quella concernente gli orari di lavoro, lo stress, la carica di energia necessari a condurre un’esistenza dignitosa, spesso senza riuscirci, nell’ipercompetitivo mondo occidentale, dove gli sforzi quotidiani sembrano sempre più necessari a sostenere una stentata sopravvivenza piuttosto che a progettare un radioso futuro.

Ecco allora che il downshifting propone come alternativa il ritorno a ritmi di lavoro più umani, a luoghi di lavoro più amichevoli, a tenori di vita che necessariamente si ‘abbassano’ fino a escludere il debito, i molti consumi cui si può facilmente rinunciare, lo spreco generalizzato come sublimazione della crescita permanente; poiché spesso è impossibile vivere in questo modo nelle nostre città, il downshifting impone, per essere attuato, il trasferimento verso altri luoghi di vita, con il recupero di comunità dalle dimensioni minori, di cui è oltretutto ricco il nostro Paese, dove la vita ha un sapore più gradevole e sostenibile, dove le cose più importanti sono più semplici da realizzare, sottraendo costi e tempi di trasporto, di competizione, di acquisto del superfluo.

Poiché il downshifting per ciascuno di noi riguarda ciò che già siamo e che facciamo quotidianamente, ridimensionare in modo più sostenibile la propria esistenza per molti può significare dover abbandonare il mondo occidentale, ipersviluppato e ipercostoso, migrando in senso contrario verso aree del mondo dove ciò che si è conquistato durante l’esistenza può bastare per condurre una vita piena e ricca di soddisfazioni, anche interiori.
Provando a trasportare questa filosofia a un livello più generale, siamo sicuri che il downshifting riguardi solo la sfera privata dei cittadini e non possa invece essere preso come spunto per l’elaborazione di un nuovo modello di sviluppo per il terzo millennio, dove il paradigma della sostenibilità si afferma in ogni ambito della nostra vita, ivi comprese la gestione della cosa pubblica, dei meccanismi di selezione delle classi dirigenti e dei meccanismi alla base della convivenza sociale?

Anche chi non ha compiuto studi specifici di economia, avrà forse notato che la politica economica degli stati occidentali, il modello di valutazione delle imprese, lo stesso sistema delle pensioni si basano sull’assunto che vi sia crescita perenne; crescita del reddito nazionale complessivamente prodotto, della sua frazione effettivamente disponibile per ciascuno di noi, dei prezzi dei beni e dei servizi, dell’età in cui finalmente ci si libera dall’onere di dover lavorare ogni giorno per buona parte della giornata effettivamente disponibile.

downshifting Ecologia del vivere: Downshifting, il ridimensionamento come filosofia di vita.

Ci siamo però accorti tutti, grazie anche alla crisi internazionale in cui siamo precipitati, che non è affatto detto che si possa crescere indefinitamente, specie se per far ciò, si deve ricorrere al debito pubblico e a quello privato, che finisce per condizionare le scelte politiche e personali, alla ricerca continua e spasmodica di nuovi mezzi per soddisfare quell’insostenibile condizione in cui ciascuno di noi è debitore e creditore di se stesso.

Potrebbe quindi essere forse arrivato il momento in cui, in nome di una nuova ecologia del vivere, imparassimo a sostituire il paradigma della crescita, dello sviluppo, del ‘più’ a ogni costo, con quello di un salubre ridimensionamento, in cerca di una sostenibilità dell’esistenza anche in termini di felicità personale e godimento del presente, come forse abbiamo disimparato a fare.

Può essere addirittura auspicabile, in questa logica, un ridimensionamento della ricchezza nazionale, misurata secondo i parametri economici tradizionali, se questa è accompagnata dall’annullamento (per pagamento, non per cancellazione) del mostruoso debito pubblico clientelarmente accumulato negli ultimi trent’anni, in cambio di una drastica riduzione delle tasse pagate, e quindi del reddito prodotto onestamente da ciascuno di noi che va a finanziare solo il pagamento degli interessi.

Chi ha detto, per esempio, che una diminuzione (di mercato, ovviamente, il dirigismo non si concilia con l’ecologia del vivere e con la ricerca di una sempre maggiore libertà personale) di alcuni prezzi, come quelli delle case, non sia di beneficio per il sistema; così come, pure, siamo sicuri che l’aumento dell’età pensionabile sia davvero ciò che noi tutti desideriamo? Riusciamo a vederci felici, motivati, desiderosi ogni mattina di ripetere ormai quasi settantenni quel glorioso cinquantennale gesto di varcare i tornelli del nostro posto di lavoro, a discapito di ciò che la nostra interiorità ci potrebbe richiedere?

E’ chiaro che tutto questo ha un prezzo, il prezzo del ‘meno’: meno debito, meno occupazione garantita per sempre, meno sprechi, in cambio di maggiore libertà personale, di una vita più piena di scelte effettive e alternative disponibili, di una destinazione del proprio reddito prodotto diversa dal pagamento dei debiti che altri hanno contratto a proprio esclusivo beneficio personale.

Un’ecologia del vivere che implica, per essere attuata compiutamente, una forte assunzione di responsabilità personale, una nuova forma di etica del ridimensionamento e della frugalità, alla ricerca di quella compatibilità economica, sociale, culturale e ambientale che abbiamo smarrito.
E che dovrebbe essere recuperata, in primis, da chi ha maggiore responsabilità nella gerarchia sociale, specie se ha preminenti incarichi pubblici, dalle classi dirigenti nei meccanismi di selezione e diffusione della leadership, da chi possiede o gestisce mezzi di comunicazione di massa a largo impatto sull’opinione pubblica; una tendenza che in Italia, sembra davvero essere cominciata. O almeno, molti italiani stanno cominciando a pensarci.