lunedì 19 marzo 2012

Ecologia del vivere: per un giorno dalla parte dei papà


Di Stefania Taruffi
padre e figlio 1 342x211 Ecologia del vivere: per un giorno dalla parte dei papà

Il 19 marzo si usa celebrare il papà. Questo è il suo giorno e nessuno al mondo può toglierglielo. Tuttavia, prima di parlare di paternità, occorre soffermarsi una volta tanto sul protagonista della paternità, sull’uomo e sui nuovi modelli maschili, frutto dell’emancipazione femminile, di cui psicologi e sociologi discutono da qualche tempo. Nel libro di Franco Bolelli:“Con il cuore e con le palle”, sono ben identificati i nuovi prototipi maschili, nei quali molte donne identificano elementi di debolezza, sfiducia, insicurezza. Anche in uomini dotati di sensibilità, cultura, simpatia e intelligenza, ma forse troppo assoggettati al moderno ‘politically correct’. “Senza palle” sono definiti molti uomini, per il semplice fatto che cercano disperatamente di venire incontro ai nuovi modelli femminili che chiedono sempre di più: collaborazione, parità, diritti e tempo per sé. E molti uomini, pur di far felici le proprie compagne di vita, abbandonano i propri sogni, desideri, obiettivi, rinunciando anche al senso dell’impresa e della creazione, propri del maschile, che andrebbero recuperati per farli funzionare anche all’interno della coppia e che invece, spesso, sono cancellati del tutto. Non possiamo far finta di niente, non si può sempre e solo parlare di noi donne, dei nostri diritti, problemi (seppur presenti e attuali), di parità, di ciò di cui abbiamo bisogno noi protagoniste femminili, madri, donne. E non trovo giusto nemmeno, in questo giorno, accanirsi contro gli uomini ‘disgraziati’, i padri che abbandonano le famiglie e i propri figli, che pure esistono, ma di cui oggi non voglio occuparmi. Esiste anche lui, l’uomo premuroso, dolce, altruista, pieno di amore e rispetto: il Padre. Prima ancora della paternità bisognerebbe andare alla radice e parlare anche di ‘diritto alla paternità’, che in alcuni casi è negata di fatto: molti uomini desiderano un figlio, il primo, il secondo, ma le proprie compagne sono troppo prese a fare carriera e spesso non lo vogliono, sapendo di dover rinunciare al proprio appagamento personale, affrontando sacrifici incredibili. Tuttavia, esiste anche la casistica degli uomini, in aumento vertiginoso, che il figlio desiderato riescono a metterlo in cantiere, a farlo nascere, a iniziare a crescerlo, ma poi, a causa di una relazione insostenibile, sono costretti a separarsi, con l’inevitabile distacco non solo dall’odiata compagna, ma purtroppo e con estremo dolore, anche dall’amato figlio. E poiché il buon senso, la generosità e l’equilibrio, ma soprattutto l’amore, che dovrebbero essere il nucleo del ‘femminile‘, non sono doti che appartengono più a molte donne, accade che a taluni padri di fatto non sia più concesso nulla, o troppo poco, rispetto ai desiderata. Sempre più spesso, i padri si ritrovano sbattuti fuori dalla propria casa, senza poter avere con sé i figli, che non dimentichiamo, sono anche frutto del loro sangue e senza più un soldo in tasca, neanche per pagarsi un nuovo affitto. Il tutto tra mille ricatti, sfide, impedimenti voluti e dichiarati, sotto la tirannia del ‘rimborso’ a piè di lista da parte di donne avide e ingorde che li riducono a meri ‘papamat’, dei papà-bancomat ai quali attingere al bisogno. Le relazioni tra ex coniugi e tra questi e i figli sono sì tutelati per legge. Oggi, con l’affido condiviso, gli uomini hanno raggiunto un importante traguardo nella ridefinizione giuridica della delicata gestione dei figli. Sulla carta questo rappresenta un cambiamento epocale, in quanto stabilisce il cosiddetto principio di “bigenitorialità”: alla separazione dei genitori, non consegue necessariamente, come nella precedente disciplina dell’affidamento esclusivo, la separazione di uno dei genitori dai figli. Tuttavia, all’atto pratico, quando un uomo si ritrova a doversi relazionare con un’ex moglie incattivita, con la quale generalmente i figli vivono, deve combattere guerre quotidiane e accettare compromessi, anche umilianti, pur di poter dare anche solo un bacio al proprio figlio, davanti alla scuola. Senza necessariamente generalizzare, quante di queste situazioni osserviamo ogni giorno! Non andrebbe mai dimenticato che la figura del padre è molto importante e decisiva nella delicata fase di crescita del bambino, dell’adolescente e che questo si nutre dell’amore di entrambi i genitori. Entrambi, ognuno a proprio modo, dovrebbero avere il diritto di vederlo crescere sereno e pronto ad affrontare la vita. Allora, in questo giorno, forse molte donne dovrebbero per una volta superare le barriere dell’emancipazione fine a se stessa e del proprio egoismo e mettersi nei panni dei padri strappati e allontanati dai propri figli: nel loro dolore, nella solitudine, frustrazione e sempre più spesso, nella loro disagio, anche economico. Quello che servirebbe ad alcune donne è solo un pizzico di buon senso e di generosità che renderebbero più fluide le relazioni e più serena anche la vita di un figlio. Un padre non va mai dimenticato. Nemmeno ricordato. Andrebbe vissuto pienamente e  un figlio lo sa bene. E’ una questione importante: se ne ricordino anche le ex.

giovedì 8 marzo 2012

Ecologia del vivere: va di moda uccidere le donne


Di Stefania Taruffi
mimosa 342x256 Ecologia del vivere: va di moda uccidere le donneQuest’anno la festa delle donne avrà meno mimose, gelate nel nostro rigido inverno e duramente colpite dal Burano. Nell’entroterra della provincia di Imperia, dove c’è il 95% della produzione nazionale di mimose, si è registrato un crollo del raccolto di questo meraviglioso fiore, pari al 50-60% (Confagricoltura). Alla crisi di vendite degli ultimi anni si è aggiunto dunque il maltempo, che ha compromesso la crescita e la fioritura del fragile fiore dedicato alle donne.
E come i loro fiori, anche le donne stesse sono uccise sempre di più. Non dal caso, dalle malattie, ma dai propri compagni, per eccesso di odio, o di amore. Aumenta infatti vertiginosamente il numero di uomini, fidanzati, amanti, mariti, spesso ex , che uccidono le loro donne. Ogni tre giorni avviene un ‘femminicidio’, un neologismo nato per dire basta ad ogni forma di discriminazione e violenza posta in essere contro la donna “in quanto donna“. Perchè le donne non debbano più pagare con la vita la scelta di essere sè stesse, e non quello che i loro partner, gli uomini o la società vorrebbero che fossero. Questi ‘femminicidi’vengono perpetrati da parte di uomini colti da raptus da gelosia, abbandono, follia, dipendenza, violenza, troppa responsabilità, che crollano e ammazzano brutalmente la donna a coltellate, a botte o la freddano con una pistola e con lei, spesso, anche i propri figli. Uomini sempre più fragili e disorientati che non reggono emotivamente situazioni di crisi, sia essa economica o relazionale, di cambiamento di partner da parte della propria compagna, di abbandono e trovano dentro di sé solo una rabbia violenta, e come unica soluzione, quella di uccidere senza pietà. A volte finiscono con l’uccidere anche se stessi. Disperazione pura, gesti estremi che non sono più solo generati da uomini ’folli’. Spesso a compierli sono persone normali, definite ‘tranquille’ ed ‘equilibrate’. Altre volte la violenza nasce e cresce negli ambiti familiari fino al gesto estremo, che esplode al culmine di anni di soprusi, violenze fisiche e psicologiche, stalking. La violenza sulle donne è un fenomeno sempre più diffuso e attuale, ma molti casi non sono neanche denunciati. E il tema non sembra essere di grande attualità sui media, che affrontano il problema solo ad omicidio avvenuto, rilevando il fatto di cronaca nera. E anche gli uomini che si dissociano da tali comportamenti, fanno poco o nulla per sostenere le donne in questa lotta per la propria tutela morale e incolumità fisica.1327413776 mano violenza donne 410x307 1 1 150x113 Ecologia del vivere: va di moda uccidere le donne
Il problema resta esclusivamente delle donne, ed è serio. I fondi destinati ai centri Antiviolenza sono stati tagliati, per poi essere ritirati fuori in extremis, dal Ministro Carfagna prima della caduta del governo Berlusconi. Molti centri hanno chiuso, altri sopravvivono grazie a donazioni private. L’importanza di questi centri antiviolenza è fondamentale. E’ grazie a loro, non alle Questure che non hanno dati ufficiali, che conosciamo il reale numero delle violenze e degli omicidi che avvengono ogni anno in Italia: solo nel 2010, per esempio, hanno perso la vita 127 donne, di cui 114 sono state uccise da membri della famiglia, 68 erano partner, mentre 29 ex partner. Da questi centri sappiamo anche che la maggior parte di questi omicidi avvengono in casa, non in strada. Molti casi di violenza domestica non arrivano alla morte fisica della donna, ma sono ancora peggiori, perché la devastano interiormente, fino a spegnerla. Che, a volte, è peggio di morire.
Quello del nostro paese è principalmente un problema culturale dei rapporti uomo-donna.  Ciò che resta è una cultura, cristallizzata nel tempo, di rapporti fra i sessi fondata su legami di subalternità dell’universo femminile nei confronti di quello maschile, di cui la violenza è solo l’espressione estrema, più bestiale.
Gli uomini hanno costruito nei secoli un legame di dipendenza dalle donne molto forte. Sono in stretto contatto con il corpo femminile fin da piccolissimi, sviluppando in seguito negli anni un legame che si forma nella figura della donna-madre. Che poi evolve nel rapporto donna-compagna. Questa evoluzione dovrebbe essere accompagnata da un reciproco rispetto delle individualità, senza dipendenze. La donna però è cambiata, c’è una maggiore libertà da parte sua, di scegliere, rifiutare, di non accettare passivamente l’ingerenza o la sopraffazione dell’uomo, tanto meno di stabilire dipendenza. La nuova consapevolezza femminile rende le donne più indipendenti, mentre la dipendenza degli uomini dalle donne, resta. In un nuovo contesto in cui l’uomo non riesce più a comprendere i nuovi modelli femminili, adeguandovisi, ecco che scatta la violenza, a vari livelli, insita nel nostro retaggio culturale, così radicato da secoli di cultura profondamente maschilista.  A volte resta cristallizzata nella violenza verbale; altre volte accade che degeneri in fisica o psicologica. Poi c’è il gesto estremo.
Si dovrebbe dibattere di più su quest’argomento così importante. Non è da paese civile ed evoluto avere le cronache dei giornali piene di omicidi di donne, come l’ultimo, perpetrato dal camionista 34enne Mario Albanese che ha ucciso l’ex compagna, il nuovo fidanzato e sua figlia, per gelosia. C’è ancora molto da fare, temo, per quanto riguarda l’emancipazione della donna, intesa nella sua forma più elementare, quella cioè del rispetto della sua persona, delle sue scelte. Anche quella di non amare più, senza per questo essere uccisa, dallo stesso uomo che diceva di amarla.