giovedì 22 luglio 2010

Ecologia del vivere: Il nuovo lusso- Cibo.


di Stefania Taruffi
Anche nel cibo il nuovo lusso si contraddistingue con uno stile più personale, misurato, essenziale, eco-compatibile. Soprattutto deve rappresentare l’essenza della ‘qualità’, che non è più insita nei prodotti esclusivi, costosi e gourmand, quanto piuttosto in quelli rispettosi dell’equilibrio del pianeta. Quello che interessa oggi è il valore etico, ecologico e sociale espresso dal cibo. Sta emergendo, infatti, una nuova ‘cultura alimentare’ che è permeata di orgoglio delle proprie radici e d’impegno nel salvaguardare le varietà locali della terra in cui viviamo. Dopo il boom del biologico, che tiene conto dell’intero ecosistema agricolo senza l’utilizzo di fitofarmaci o concimi chimici e con attenzione all’impatto ambientale, sono tornati ora di moda tra gli eco consumatori l’orticello casalingo e la carne a chilometro zero (così si elimina la CO2 emessa durante i trasporti). Una mela raccolta con le proprie mani, la verdura che arriva dal proprio orto (anche al mare o in città), un olio prodotto come duemila anni fa con le olive raccolte in Sicilia, sulle terre sottratte alla mafia in aree riqualificate con le armi del gusto e dell’impegno sociale. Non solo sono importanti i valori nutrizionali del cibo, ma anche la provenienza e la garanzia di genuinità. Mangiare ‘buono e pulito’, arricchendo la propria tavola di prodotti equo-solidali che ci danno l’illusione di poter contribuire a migliorare il mondo. E’ questo il ‘plus’ che sta emergendo dalle nicchie degli attivisti e dai salotti chic dove non sono più allestiti banchetti trionfanti di abbondanza e spreco. Invece del caviale russo, va di moda quello allevato nel parco del Ticino, una realtà agricola protetta con prodotti certificati bio, formaggi e ricottine di origine controllata. Anche il nostro spumante batte in popolarità lo champagne. L’esclusività è data dal mangiare il cibo della propria regione, spesso di un produttore specifico dal quale si può acquistare direttamente, riducendo così i passaggi, diminuendo i prezzi al consumo e salvaguardando la freschezza e la genuinità del prodotto. L’ultima tendenza eco-chic è il progetto ‘Le verdure del mio orto’ (www.leverduredelmioorto.it), che ci dà la possibilità di scegliere la pezzatura del terreno in una certa regione, decidere quali ortaggi far coltivare e poi riceverli direttamente a casa pagando una quota periodica.
E non dimentichiamo anche il ‘design’: mangiamo prima con gli occhi che con la bocca, pertanto l’aspetto deve essere curato e l’accostamento dei colori, impeccabile. Ed ecco che nella buona tradizione del nuovo lusso, il piatto ci dona anche un’emozione attivando tutti i nostri sensi. E intanto, ci racconta una storia: del luogo di provenienza che ci evoca o dell’amore che abbiamo infuso noi stessi nella terra, riappropriandoci di un contatto con essa, ormai perso nelle strade della modernizzazione.

Foto in licenza CC: Candido33

lunedì 12 luglio 2010

Ecologia del vivere: Il nuovo lusso - Viaggi.


di Stefania Taruffi
Da qualche tempo ci vengono proposti slogan del tipo: “Non è importante la meta, quello che conta è il viaggio”. Questo riflette la nuova concezione di vita (e di viaggio) che sta emergendo negli ultimi anni, finalizzata a un ‘percorso’ emotivo, slegato da un obiettivo preciso. Non è tanto il ‘luogo’ di destinazione che conta, ma quello che esso rappresenta per noi, le emozioni che esso ci provoca nel raggiungerlo e viverlo. Viaggiare è sempre più il piacere di confrontarsi con culture che alimentano la nostra conoscenza, abbandonare i confini del quotidiano, della routine piena di doveri e sacrifici, di ‘gabbie’ che ci costringono a orizzonti limitati. Nel viaggio oggi si cerca una nuova dimensione del vivere, di più ampio respiro, quella che c’è preclusa dai ritmi frenetici di ogni giorno e dagli spazi angusti in cui siamo costretti a vivere: il lusso del viaggio diventa una questione di spazi e di silenzi. Una ricerca di benessere emotivo, fisico e intellettuale in una sorta di ‘slow mood’, di rallentamento dei ritmi. Per dilatare il tempo c’è chi medita, chi trascorre le vacanze nella propria casa al mare, in montagna o campagna, riscoprendo piccoli e semplici piaceri. Chi va a pescare e chi si immerge nella natura. Ognuno secondo i propri desideri. Bastano pochi giorni per cambiare il proprio mood energetico e passare dal respiro breve, a quello lungo, profondo e calmo.
“Nella scelta della vacanza, lo spartiacque dell’esclusività non è più il denaro” spiega Michael J. Silverstein, autore con Neil Fiske del libro “Trading up. La rivoluzione del lusso accessibile”(Etas). “Ma il valore emozionale e simbolico del viaggio che deve staccarci e staccarsi dalla standardizzazione e dalla ripetitività del quotidiano”. Pertanto quello che rende appetibile un viaggio non è tanto la tipologia di albergo o la classe del volo, quanto un raffinato mix di elementi ogni volta unici, che danno la possibilità di avventurarsi lungo le geografie interiori incontrando realtà e luoghi che aumentino lo spessore dell’essere, la consapevolezza, l’equilibrio interiore. Che ci pongono in intimità con la natura, il mondo e, perché no, anche un po’ di più con noi stessi.
Foto in licenza CC: playsoda

mercoledì 7 luglio 2010

Ecologia del vivere: Il nuovo lusso - Cura di sè.


Di Stefania Taruffi
Se ne parla molto, ma in cosa consiste il nuovo concetto del lusso? Lo studioso francese Jean Castaréde nel suo libro Le Luxe(Puf, su www.amazon.fr) afferma: “Il lusso non è un oggetto, ma un segno. Distintivo, sempre più soggettivo”. Significa esprimersi e circondarsi di ciò che ci rappresenta veramente, per condividerlo con gli altri. Non più omologazione, ostentazione e neppure abbondanza. Non vanno più di moda gli stili dettati dagli altri. Il nuovo lusso è diventato molto personale, essenziale, semplice, rispettoso degli ‘altri’ e dell’ambiente, in un generale tono di understatement. Si coniuga dunque con la cultura, le emozioni, la bellezza, il bisogno assoluto di qualità e autenticità, che spiega il forte ritorno, negli ultimi anni, alla natura e ai suoi prodotti. Il nuovo lusso è interiorizzazione di esperienze: emozionali, sensoriali, olfattive, relazionali, di ‘contatto’. Attimi di vita personali e unici, da assaporare, portare con sé e condividere con le anime affini.
Anche i prodotti di bellezza seguono questa tendenza, perché devono soddisfare le nuove esigenze dei consumatori: efficacia, piacevolezza sensoriale, impatto emozionale, rispetto per l’ambiente. Le nuove frontiere del benessere non contemplano più solo il ‘corpo’, ma includono anche ‘l’anima’. Pertanto anche i prodotti cosmetici devono averne una, cercando non più di soddisfare l’esclusività e lo ‘status symbol’, ma piuttosto l’affidabilità, l’efficacia e soprattutto l’emozione che regalano. Il valore di un prodotto si misura ormai anche per la sua capacità di dare piacere, di creare un’emozione in chi lo compra, come sostiene il filosofo francese Thierry Paquot. Spesso, di regalare un sogno. Il prezzo dunque non è più l’elemento primario dell’esclusività: il vecchio vasetto famoso e dai costi proibitivi non è più un must. Chi ha cura di sé vuole conoscere le materie prime del prodotto che usa, meglio se di derivazione naturale; desidera che non sia testato su animali, che non costi troppo e sia efficace. Il suo utilizzo deve trasportare in un’esperienza che abbracci fantasia, mente e anima: anche solo respirandolo, deve far sì che ci si perda tra le rose imperiali della principessa Masako: Shiseido, nota casa cosmetica giapponese, lo sa bene. Il marchio tuttavia non è più una necessità: vanno bene anche l’erboristeria e la farmacia. Si spende meno con effetti sorprendenti e duraturi. Il vasetto non è più in esposizione sulla mensola tra le cose che ‘possediamo’, ma custodito tra le ‘nostre’ cose. Quelle alle quali teniamo e che ci fanno stare bene.
Foto in licenza CC: iflavour

domenica 27 giugno 2010

Ecologia del vivere: fare goal (nel calcio come nella vita)


di Stefania Taruffi
Ci siamo fatti buttare fuori dai Mondiali di Calcio, come degli sprovveduti. Sembra il destino degli Italiani, quello di diventare i ‘numero uno’ per poi perdersi, senza riuscire a tenere alto il livello di performance raggiunto: eravamo campioni del mondo, perché per una serie di fattori concomitanti, quattro anni fa abbiamo vinto.

In questo caso non possiamo scomodare la “sfortuna” o la “fortuna”, variabili che prescindono dalle azioni umane, perché ad alti livelli non ci si può permettere di affidarsi alla Dea Bendata, occorrono piuttosto strategie precise e scelte oculate, in genere affidate ai leader, ai manager che devono preparare, coordinare, scegliere e supervisionare il gruppo per farlo funzionare al meglio e portarlo alla vittoria. L’obiettivo è solo uno, vincere. Il mezzo con cui farlo sono i giocatori: gli uomini giusti, che devono essere scelti con attenzione e occhio strategico, utilizzando solo ‘fuoriclasse’ in ogni momento della partita, perché non ci si può permettere di sbagliare.

In un gioco sportivo (ma anche nelle nostre performance quotidiane), prevalgono moltissimi fattori legati all’individuo, tra i quali la preparazione, l’allenamento, lo stato fisico e la lucidità mentale, l’equilibrio emotivo del giorno e la motivazione. Per vincere, occorre essere preparati e lucidi. E anche un po’ fortunati. Ma per segnare un goal ci vuole coraggio, con l’emozione che sottende l’azione e la lucidità che deve presiedere alla sua realizzazione. E la volontà e la determinazione di vincere. Dote che solo i fuoriclasse, hanno. A questo si aggiunge il gioco di squadra che sottintende necessariamente una strategia. E il cerchio si richiude e si ritorna al manager, al leader, alla sua capacità decisionale di saper individuare sempre le strategie vincenti al momento giusto, scegliendo gli uomini giusti.

Perché alla fine, infatti, nel calcio, come nella vita, quelli che contano sono sempre i risultati: chi fa rete e si difende meglio, vince. Noi italiani, ora, possiamo solo fare la lista degli errori e vergognarci: il fuoriclasse è stato lasciato a riscaldare la panchina troppo a lungo, il leader non ha saputo creare una vera squadra in grado di emergere in ambito internazionale né scegliere gli uomini giusti e noi Italiani, non abbiamo fatto una bella figura!

Foto in licenza CC: Obi-Akpere

domenica 20 giugno 2010

Ecologia del vivere: un pipistrello per amico.


di Stefania Taruffi
Scoppia il fenomeno della bat box, la casetta da posizionare sul soffitto del proprio terrazzo o nel giardino, per ospitare il piccolo mammifero peloso a testa in giù. Questo topo volante un po’ bruttino ma cha fa tanta tenerezza, era in estinzione per mancanza di buchi o fessure dove rifugiarsi, soprattutto nelle città. La Coop, che da tre anni ha messo in vendita la casetta di legno di betulla assemblata senza collanti e coloranti nocivi, e inodore, per non respingere l’aspirante inquilino, tra aprile e maggio di quest’anno nel reparto bricolage, ne ha venduto 12 mila pezzi a 27 euro l’uno, tanto che l’articolo su molti scaffali è quasi esaurito e al produttore (la ditta Demolli di Assago) è stato richiesto un riassortimento urgente. Il gadget nasce da una campagna ecologica «Un pipistrello per amico», in collaborazione con il Museo di Storia Naturale dell’università di Firenze, per salvare questa specie e a rischio. Nei primi tre anni, sono state smerciate dalla Coop circa 7 mila casette, ma si trovavano soltanto in tre regioni, Toscana, Lazio ed Emilia Romagna. Adesso invece le bat box si possono acquistare nei 160 punti vendita Coop in tutta Italia, anche online. Paolo Agnelli, zoologo del museo fiorentino attribuisce il record di vendite all’animo sempre più ambientalista degli italiani, comunque sensibili all’equilibrio dell’ecosistema, che in questa casetta hanno visto anche un modo concreto per aiutare i pipistrelli a trovare casa. Ma non è tutto. E’ certamente un luogo comune quello che i chirotteri attacchino i capelli o mordano. Sono animali timidi e inoffensivi per l’uomo e ora che molti hanno scoperto che un solo esemplare mangia anche 10.000 insetti per notte, di cui circa 2.000 sono zanzare, è scoppiata una vera e propria mania, eco-compatibile, per utilizzarli come metodo antizanzare. Non servirà più accendere gli odorosi zampironi o spruzzare le abitazioni con prodotti tossici e aggressivi, che uccidono anche api e lucciole, basterà semplicemente acquistare una casetta e appenderla nel luogo giusto, sperando che arrivi l’inquilino operoso. Il problema, una volta acquistata la ‘cuccia’ è attendere l’animale. E già c’è chi è in cerca siti o negozi in cui acquistare il raro pipistrello. Allora muniamoci di una casetta e attendiamo l’arrivo di questi angeli della notte, che volteggiano bassi nel buio e che quasi nessuno è mai riuscito a guardare nei grandi occhi ciechi. Dalle nostre parti troverebbero una casa e anche un lavoro ‘nutriente’. Di cibo, infatti, da aprile in poi, ce n’è in abbondanza. Sarebbe auspicabile farli entrare in casa per bonificare la stanza da letto prima di andare a dormire, ma immagino ci sia qualche problema di convivenza; se non altro sarà pure innocuo, ma è un animale molto poco addomesticabile e non è certo rilassante come un gatto.

Foto inlicenza CC: shutterschrink

lunedì 14 giugno 2010

Ecologia del vivere: un mondo di plastica.


di Stefania Taruffi
Ogni tre giorni mi ritrovo a gettare nella spazzatura il contenitore di plastica vuoto del Nesquik e ogni volta mi pongo la stessa domanda: perché in Italia non vendono le ricariche nelle bustine come in Germania, dove c’è una grande sensibilità anche a livelli produttivi e ogni volta devo ricomprare un grosso contenitore, che va poi a finire nel cassonetto? Almeno c’è la differenziata, anche se non sta molto simpatica agli italiani e la plastica ce la ritroviamo anche a galleggiare per anni sui nostri mari. In realtà si producono troppi rifiuti e viviamo in un mondo di plastica, invasi da prodotti usa e getta, da contenitori svuotati e mai più riempiti, destinati a un ciclo di vita troppo breve per averne cura e goderseli per un pò. Forse negli ultimi tempi di crisi economica abbiamo imparato di nuovo a riparare, riciclare e riutilizzare. Si torna a rammendare i calzini, a portare le scarpe dal ciabattino e a riutilizzare i beni, aggiustandoli. Tuttavia la maggior parte delle cose è da aprire, sfruttare, accartocciare e gettare via per sempre. La cosa triste è che non solo le cose materiali sono di plastica, troppo spesso anche i sentimenti, i valori e le persone lo sono diventati: non solo imperversano i vestiti acrilici, per starci nei costi di produzione, ma sempre di più a essere acrilici sono i sentimenti, i valori, i corpi delle donne, il sesso inteso come usa e getta. Ripenso al coraggio della tenerezza e dell’amore, alla fusione di anima e corpo, all’amicizia acquisita e trattenuta con impegno e dolcezza, al cotone e alla lana 100%, alla ‘qualità delle cose’, diventata un articolo di nicchia. Forse dovremmo rivalutarne il concetto ed estenderlo a ogni cosa, anche a beneficio della durata che rallenti la corsa del prodotto (o del sentimento) verso la sua fine e il vuoto desolante. Occorre rivalutare la qualità alla quale ci si affeziona, che si serba con cura e che cerchiamo di trattenere nella nostra vita il più a lungo possibile. Per non inquinare il mondo, la sua anima, ma anche la nostra.

lunedì 7 giugno 2010

Ecologia del vivere: Storie di (stra)ordinaria umanità.


di Stefania Taruffi
Accade in un giorno qualunque, in un tranquillo paesino di provincia. Si entra in un’erboristeria molto fornita, il cui successo è legato alla professionalità e alla competenza della titolare che, con amorevolezza e un dolce sorriso, da anni si prende cura dei piccoli problemi della gente, risolvendoli con un approccio olistico. Tra fiori di Bach e rimedi naturali non aggressivi, quello che principalmente fa bene, entrando in quel luogo, è il senso di serenità ed equilibrio che vi aleggia. Sarà che la natura è di casa; il resto è tutto riconducibile alla gentilezza e alla profonda umanità che vi regna, al fatto che vi si entra con un dubbio, una necessità e se ne esce non solo con un rimedio, ma con la gioia infusa nelle vene.
La titolare non c’è, ma è lampante come le sue collaboratrici siano state scelte per affinità. Si aggira nel negozio un paffuto ragazzo down, che si dà da fare con delle buste da portare via. “Sei bellissima” dice a una delle commesse. E lei gli sorride con una dolcezza infinta, schioccando davanti ai clienti un bacio sulla sua guancia paffuta. L’altra fa l’offesa:“ Ed io non sono bella? Ok, ti perdono perché me l’hai già detto prima”, scherzando con dolce ironia. Il giovane a quel punto le va incontro con un sorriso sbieco pieno di tenerezza e pretende il bacio anche da lei. Le due giovani donne gli ricordano il suo prossimo compito, esortandolo a ritornare il giorno dopo. Esco dal negozio insieme al giovane down. Lo guardo negli occhi fieri e rassicurati che denotano un’intelligenza e una sensibilità che vanno oltre ogni speranza. Le persone affette dalla sindrome di down sono persone davvero speciali: educate, di una dolcezza infinita, davvero, che se accolte con affetto sanno dare tanto, anche in termini di collaborazione fattiva. Osservando i passi lenti di quel giovane che probabilmente, finito il suo lavoro, se ne tornava a casa, mi si è stretto il cuore. Non per la pena nei suoi confronti, ma perché la scena vissuta in quel negozio mi aveva colmato di emozione, per l’amore di cui era invasa. Un episodio di straordinaria umanità. Una lezione di vita.

Foto in licenza CC: http://www.flickr.com/photos/r_ortega/522748644/