lunedì 13 settembre 2010

Ecologia del vivere: il primo giorno di scuola.


di Stefania Taruffi

In questi giorni riaprono i battenti le scuole. Per qualcuno è anche il primo giorno nelle primarie. Insegnanti e compagni nuovi, un edificio tutto da scoprire e tomi sconosciuti sui quali chinare il capo per mesi, all’insegna del sapere. A vederli impauriti in attesa del suono della campanella, fanno tenerezza, con quegli zaini pesanti come macigni a piegare le loro piccole schiene e la merenda in mano. Certe sensazioni crescendo le dimentichiamo, o si sfumano negli anni lasciandoci solo vaghe sensazioni. Poi accade che si abbiano figli e anche loro iniziano i percorsi scolastici con tutte le dinamiche e gli oggetti che noi avevamo riposto nel giardino dei ricordi. Ed ecco che improvvisi déjà vu riaffiorano come flash ripescati in vecchi album fotografici, permettendoci di ristabilire un contatto, ormai quasi perduto, con il bimbo che è in noi. I tempi sono cambiati, così com’è cambiata l’organizzazione scolastica, gli insegnanti e anche molto i genitori. Non c’è più il maestro unico alle elementari, nessun insegnante si sogna di bacchettare o mettere in punizione un alunno, sarebbe denunciato, ma certe cose né il tempo, la società o nuove leggi sono riusciti a cambiarle. Pensiamo agli odori: dei banchi, delle gomme da cancellare, della matita temperata, della merenda profumata portata da casa e riposta nello zaino, dei libri nuovi e di quelli usati, che portano ancora l’indelebile odore e il vissuto dell’alunno precedente. Poi ci sono l’astuccio, con l’arcobaleno dei suoi colori e il diario, il simbolo per antonomasia della vita che cambia: da quel momento in poi, degli impegni quotidiani, non ci sbarazziamo più e l’agenda ne è l’evidenza. E quando i ragazzi vogliono ripeterci la lezione, ci ritorna in mente anche la grande paura prima di ogni interrogazione e il dito della professoressa che scorreva lento sul registro. Ci ribatte il cuore forte solo al ricordo. Molte sono le cose che non sono cambiate. Le prime cotte, le omissioni dei brutti voti ai genitori, le marachelle, il pesce d’aprile dietro alle schiene. Si chiacchiera, si copia, si socializza ma soprattutto, il ricordo più forte, è che ci si diverte. Ciascuno di noi avrà il proprio ricordo indelebile, tuttavia credo che la cosa che più ricordiamo di quel periodo è la spensieratezza e tanta voglia di giocare e crescere. Fino a tutte le scuole medie superiori le aspettative sono a breve periodo e le delusioni, ancora lontane. Forse nessuno tornerebbe indietro, crescere e imparare è una gran fatica, ma sono certa che una cosa quasi tutti la rimpiangiamo: l’infanzia, poi la giovinezza, beni preziosi, limitati nel tempo e tutti da godere. Passano troppo in fretta.
Foto in licenza CC: s-m-n-

mercoledì 8 settembre 2010

Ecologia del vivere: Saudade, la nostalgia.


di Stefania Taruffi

Con questa parola molti intellettuali portoghesi hanno raccontato il destino dei navigatori lusitani e la loro speranza di poter un giorno tornare a casa. In essa non è racchiuso solo un sentimento portoghese o brasiliano, ma uno stato d’animo globalizzato che dimora in molti di noi. Significa solitudine. Un sentimento commisto di passato e presente che non evoca solo la nostalgia, ma anche la speranza nel futuro che verrà. In questa parola è racchiuso un lungo viaggio verso le terre sconosciute della vita, il desiderio di raggiungere l’inaccessibile, la rassegnazione al destino che verrà, la nostalgia di ciò che è andato perduto. La saudade è una voce che in un istante raccoglie in sé una moltitudine di sentimenti, l’essenza della vita e delle cose quotidiane, di uno stato amoroso che vive di lontananza e speranza. E’ il ricordo affettivo di un bene speciale che è assente. La saudade è un modo di vivere e di sentire le cose con amore, come un canto melanconico e appassionato in riva all’oceano delle nostre emozioni. E’ un vago sentimento di perdita e di tristezza che può anche diventare creatività, fonte di vita e di piacere. A volte anche ispirazione.
Saudade, come canta Gilberto Gil, è la presenza dell’assenza, di qualcuno, qualcosa, un luogo. Come una capsula che sigilla e nello stesso tempo porta la visione di ciò che non si può vedere, o si è lasciato dietro di sé, ma che si conserva nel proprio cuore.
Il fado che ho appena ascoltato, questa meravigliosa, straziante melodia portoghese, ha risvegliato la mia, di saudade. Una nostalgia liquida che da sempre mi scorre nelle vene come linfa vitale. Ma non è assassina. E’ carica di amore. E l’amore è anche sofferenza. E’ carica di felicità. Perché ogni felicità è anche un po’ triste.

venerdì 3 settembre 2010

Ecologia del vivere: diventare mamma dopo i 50 anni.


di Stefania Taruffi
Non si parla d’altro da qualche settimana: Gianna Nannini, rockstar dall’aspetto mascolino, icona ribelle, anticonformista e trasgressiva, emblema della libertà sessuale e morale dei nostri tempi, fa parlare di sé per la sua gravidanza a 54 anni suonati. A vederla sembra una ragazzina e se li porta benissimo. Tuttavia la sua scelta ha riproposto un argomento controverso e quanto mai attuale nella società italiana: è giusto fare un figlio dopo i 50 anni? Che di bambini in Italia ce ne sia bisogno lo dicono da anni anche le rilevazioni Istat. Quelle del 2009 si attestano a 1,41 figli per donna. Rispetto al 1995 c’è stato un leggerissimo aumento, ma siamo sempre largamente di sotto la soglia del 2,1, che permette la costanza della popolazione. La società italiana sta invecchiando rapidamente, come si sta spostando in avanti l’età in cui si fanno figli. E’ un problema le cui cause vanno ricercate non solo nelle difficoltà economiche, ma soprattutto nelle scelte di vita. Vince l’individualismo, che sposta in avanti il momento del sacrificio e delle rinunce, ma anche delle gioie. Dopo aver dato del ‘nonno’ a un papà in attesa davanti alla scuola, con una conseguente brutta figura, non mi permetto più di denominare nessuno. Premesso che ognuno ha il diritto di procreare all’età che preferisce, o in cui si creano le condizioni per farlo, sorge il dubbio sul valore, sull’opportunità di quest’atto meraviglioso, oltre la soglia dei 50anni. I bambini sono doni e sono sempre i benvenuti, questo è un punto fermo. La società ne ha bisogno per crescere, perchè i bambini rappresentano il nostro futuro. Tuttavia quelli che nascono da padri o madri di età avanzata, seppur amati, qualche differenza la vivono. Con il passare del tempo si ha meno forza fisica, si diventa meno tolleranti, più ansiosi, più stanchi. I figli risucchiano le nostre energie e ci costringono a vivere in un turbinio continuo, sia emotivo sia fisico, che i genitori/nonni spesso non riescono a sostenere, abituati come sono ai ritmi dettati solo dalle proprie esigenze e abitudini, ormai radicate. Per la par condicio non dovrebbero esserci differenze: perché un uomo come Fini o come Montezemolo possono fare un figlio oltre i 60 anni e una donna no? Certo, se non ci sono problemi o limitazioni fisiche che lo impediscono, anche per una donna è possibile fare un figlio in tarda età. L’orologio biologico delle donne può suonare a qualsiasi ora, ma bisogna fare i conti con il proprio corpo: la fecondità diminuisce con l’età e rimanere incinta quando non si è più tanto giovani, è molto difficile. Rimane la fecondazione artificiale, forzatura necessaria per procreare oltre i 50 anni, salvo le dovute eccezioni. Non si sa bene dunque chi sia il padre della bambina in grembo a Gianna Nannini, resta il dubbio che lei, come molte altre donne, abbia voluto fare tutto da sola. Desiderava tanto un figlio e se l’è procurato. Da qui il delicato dibattito sull’eticità della procreazione oltre i 50 anni, ma anche sulla maternità delle ‘single’ che ricorrono alla fecondazione artificiale pur di avere un figlio. Quello che più spaventa tuttavia è questa corsa ostinata delle donne a voler prolungare la giovinezza, a forzare il corso della natura, ma soprattutto all’esclusione della paternità, intesa come valore, completamento. A volte l’uomo sembra essere ininfluente, relegato al ruolo di generatore di vita. Per fortuna almeno, per fare un figlio, ancora serve il suo seme. Stando alle immagini pubblicate da Oggi (www.oggi.it), che la ritraggono a spasso per Chelsea con un misterioso trentenne (che potrebbe essere suo figlio), resta la speranza che questa bambina sia frutto di un amore, non il capriccio di una diva. Una storia avvolta da misteri, in linea con il personaggio, dove il tempo e l’età sono una variabile ininfluente, le scelte controcorrente, un tocco di originale vanità. ‘Meravigliosa creatura, volerò tra i fulmini…per averti…” cantava Gianna. Lo avrà fatto anche per sua figlia? Dicono si chiamerà Penelope, simbolo per antonomasia, della fedeltà coniugale femminile. Un grande coraggio però, dobbiamo riconoscerglielo.
Foto in licenza CC: Marco Cortesi

venerdì 20 agosto 2010

Ecologia del vivere: i nostri sensi.


di Stefania Taruffi

I sensi sono le vie che portano all’anima e la vista è forse la via più diretta, che ci conduce dentro all’essenza delle cose e delle persone. Gli occhi ne sono lo strumento vivo che ci fa guardare tutto, ma vedere è tutt’altra cosa. Guardare è semplice, istintivo, elementare, non richiede impegno. Vedere è andare oltre, significa anche desiderare, amare, conoscere. Quanto sono belli gli occhi! Quanto è meraviglioso riuscire a vedere con lo sguardo curioso di un bambino!. Aprire gli occhi e vedere il primo raggio del mattino, la luce, le ombre, le sfumature. I colori, i dettagli del mondo, la bellezza, le infinite varietà di forme e di vita. Vedere e stupirsi! Restare a bocca aperta, immobili, entusiasti, stupiti. Delle cose belle, di quelle strane, anche di quelle brutte. Non occorre andare lontano per stupirsi, l’importanza è nello sguardo, non nella cosa guardata. Il problema del nostro tempo è che si scivola sulle cose, senza avere il desiderio di penetrarle. Noi guardiamo senza vedere, senza mai entrare in un rapporto di reciprocità con le cose viste. Proviamo a coltivare una disponibilità dello sguardo, un’attenzione fluttuante verso tutto ciò che ci circonda, con gli occhi di quando si era bambini, con curiosità inesauribile, senza far interferire il nostro giudizio, i preconcetti, le esperienze, la nostra cultura e educazione. Solo allora potremo renderci conto che ciò che ci appariva insignificante si rivelerà ricco di significato e ci trasmetterà qualcosa di unico. Allora saper guardare significherà voler vedere in ogni istante tutto quello che esiste intorno a noi e farlo nostro, restando nel flusso dell’esistenza.

lunedì 9 agosto 2010

Ecologia del vivere: stelle e desideri.


di Stefania Taruffi
Alla vigilia della notte di S. Lorenzo, mi stendo sul lettino del mio terrazzo sul mare e scruto avidamente il cielo: dovessi scorgere una stella cadente qualche giorno prima, mi tolgo il pensiero, perché la notte delle stelle sarò chiusa nella cabina di una nave, senza neanche l’oblò. Di stelle ce ne sono tante, il cielo ne è stracolmo. Mai nessuna che cada. Nessuna che mi regali un sogno. Mettiamoci che sono anche molto miope, l’impresa diventa ardua. E poi, diciamolo chiaramente: non c’è più il cielo stellato di una volta, un po’ come la mezza stagione. Il problema è l’eccesso di luce. Da quando hanno inventato l’elettricità, siamo usciti dal buio. Forse per la nostra atavica paura, ci siamo inondati di luce per proteggerci dal buio e siamo arrivati all’eccesso: troppa illuminazione, che ci ha portati addirittura all’inquinamento luminoso. Eppure in sere come queste, ci rendiamo conto di quanto la luce nasconda e l’ombra invece, riveli. Spesso mi sono domandata cosa porti milioni di persone nel mondo a cercare il buio una volta l’anno solo per attendere una stella speciale che si riveli a noi. Sono arrivata a una conclusione: siamo pieni di desideri. Lasciarsi sfuggire un’occasione per vederne realizzato almeno uno, sarebbe una follia. Ci attacchiamo proprio a tutto per ritagliarci un’illusione, un sogno. L’ultima stella cadente che ho visto però, una palla di fuoco stagliata nel cielo buio di un paesino austriaco di montagna, due anni fa, mi ha un pò deluso: il mio desiderio non si è mai realizzato! Ci rimango sempre un po’ male, ma alla fine è solo una stella nel cielo, una fra milioni, perchè dovrebbe farsi un giro nel mio cielo e addirittura realizzare un mio desiderio! Ma la magia è proprio in questo: in quelle ore distesi a guardare il cielo, non solo ristabiliamo il contatto perduto con il cosmo, ma soddisfiamo anche un desiderio di unicità, di essere prescelti da una stella su un miliardo. Sì noi, proprio noi! E in quel momento, ci sentiamo pieni di felicità.
Foto in licenza CC: Luana 183

lunedì 2 agosto 2010

Ecologia del vivere: estate chic o sciatta?


di Stefania Taruffi

E’ arrivato il tempo delle vacanze e quindi delle valigie. Come tante donne, anche io apro l’armadio traboccante e mi deprimo. E’ colmo di vestiti che non metto quasi mai, perché ogni giorno indosso sempre i miei preferiti: un vestitino scollato, acquistato su una bancarella, oppure gli short di Subdued con la canottiera abbinata, identici a quelli di mia figlia tredicenne. Mi fanno stare bene. Basta non entrare vestiti così in zona Vaticana, dove ora è severamente vietato inoltrarsi se abbigliati in maniera inadeguata. Hanno bloccato un’anziana signora sbracciata, che dopo un lungo viaggio in autobus dalla periferia, pare abbia dato in escandescenze e non ci sia stato verso di fermarla. Nella farmacia però, dopo le accese proteste, è riuscita ad entrare. Più che i valori mi pare che la Chiesa voglia salvare le apparenze. Salvo poi proteggere e tutelare i preti pedofili, quelli non oltraggiano il pubblico pudore! Misteri della fede! Abbasso lo sguardo e le sette scatole ricolme di scarpe tacco 12 si lamentano ammuffite dall’umidità invernale. Le guardo con un ghigno impietoso e rispondo loro che: “eh no, care mie, al massimo posso togliervi la muffa, ma non posso portarvi in vacanza! Magari il prossimo anno!”. Ci rimangono sempre molto male, ma ormai ci sono abituate. Le ciabattine di Positano reclamano dal basso del loro comodo piattume, loro sì che me le porto. Sarà il caldo, ma ho poca fantasia. D’altronde andrò in giro con famiglia e amici per isole, su un gommone, dunque a cosa servono tanti vestiti e mise eleganti?. Basta qualche costume e magari la crema solare, quella non deve mancare mai, perchè ad una certa età vengono pure le macchie. Distolta da questo pensiero estetico mi guardo allo specchio e sì, ultimamente non sono molto curata. Certo queste palpebre cominciano a calare, griderebbero le iper-ritoccate. Gli occhi arrossati bruciano a furia di scrivere al pc. La pancetta poi, non ne parliamo Mi consolo pensando che ora vanno di moda le donne in carne e il fascino delle quarantenni. Forse sono solo molto stanca. Se non altro non sono divorziata, o indagata, che va tanto di moda. Per fortuna neanche ho vizi banali di droga e in ogni modo nessuno mi avrebbe mai offerto la conduzione di Sanremo. Resta il fatto che di Belen ce ne è una sola, peggio per il Festival. Vuol dire che ingaggeranno di nuovo la Clerici a suon di milioni. Lei sì che è in linea con la tradizione e il buon costume italiani. Nei privè neanche mi invitano, per fortuna non devo competere per arrotondare. Tanto meno devo sedurre calciatori, non sono proprio i miei tipi! Sì amiche mie, sono soddisfazioni. Dal parrucchiere poi non ci vado, va bene così, il look selvaggio fa tendenza. D’altronde di questi tempi, fatti due conti, occorre fare dei tagli: si risparmia sulla messa in piega settimanale, la perfetta pedicure, i quintali di trucco e non si va nemmeno per saldi! E sono tante le donne che questa estate sono stanche delle cure ossessive, delle costose manutenzioni e dell’abbigliamento impeccabile. A guadarsi intorno ci si deprime: la concorrenza è feroce, ossessionante, direi quasi umiliante. Fa venire la depressione alle più sensibili. Siamo circondate da donne curatissime, bellissime e perfettissime. Dai 14 ai 75 anni, veline o velone, donnine o donnone. E alcune sono davvero ridicole. Soprattutto, sono tutte uguali! Così io mi ribello e diserto. Mi trucco poco, non mi pettino e mi infilo il vestitino della bancarella con le ciabattine di Positano. E invece della borsa Fendi, infilo i miei milioni d’impicci nella comoda borsa di stoffa acquistata in una delle mie peregrinazioni sulle isole pontine. Mi ricorda quei fantastici fine settimana. D’altronde le ultime tendenze che definiscono i parametri del nuovo lusso, non si identificano nei marchi e nell’ostentazione, ma nei dettagli informali e unici, originali e personali. Di questa tendenza di certo non era a conoscenza la borgatara romana spiata nel Mc Donald di Piazza di Spagna, integralmente firmata , forse fino al microperizoma esibito in trasparenza. Giovanissima e molto carina. Chissà com’era dentro. Non lo saprò mai. In compenso le due ragazze cicciotelle e un po’ sciatte che nessuno si è girato a guardare, hanno regalato alle mie figlie i due bicchieri della coca cola avuti in omaggio alla cassa. Di gare se ne devono già fare tante oggigiorno e quelle sul piano estetico sono le più estenuanti e sono anche quelle che danno meno soddisfazione ad una certa età e vista l’ampia gamma d’offerta disponibile. Magari ce ne fossero (di gare) per la corsa alla gentilezza, all’altruismo e all’educazione. Abbandono l’armadio e mi guardo in giro. Piuttosto mi porto il pc e i libri. Quelli sì. D’altronde partirò con la mia migliore amica e donne anche molto belle, non più giovani ma naturali e vitali, che anche se spettinate, sanno intrattenersi sotto il sole cocente di 40 gradi con discorsi interessanti e profondi, ironia e garbatezza e magari tirano fuori un fornelletto e ti fanno il caffé, quando tu, nel mezzo del nulla lo stai sognando ad occhi aperti. Non è solo una questione d’età, ma di predisposizione d’animo. E non è una gara. Ci si rilassa veramente e si viene apprezzati per quello che si è. Oppure no. Ma stai bene lo stesso. Se questo stile più ‘easy going’ venisse applicato, ogni tanto, anche in Italia come accade normalmente nel nord dell’Europa, il clima generale sarebbe più naturale, autentico, non quello di una fiction televisiva con tutte le donne in fila per il posto d’attrice principale.
A Settembre poi si vedrà, magari mi rimetto in forma e rilancio lo stile sportivo chic, a me caro. Ma ora è andata così.
In tiro o sciatte, auguro comunque a tutte le lettrici (ma anche ai lettori) d’Italiamagazineonline, una felice vacanza, per chi la deve ancora fare. Continuate a leggermi, Ecologia del vivere non andrà in ferie.
Foto in licenza CC: Violator3

mercoledì 28 luglio 2010

Ecologia del vivere: comunità trasversali e "Creativi culturali".


di Stefania Taruffi
Non tutti sanno esattamente chi siano i ‘Creativi Culturali’ eppure solo a sentirlo il termine piace molto: la creatività nella cultura porta sempre novità e cambiamenti. Essi sono salutari nelle società ‘stanche’ e svuotate nell’anima. Ma chi sono i Creativi Culturali ? Si tratta di una comunità trasversale molto diffusa in tutto il mondo, che sta diventando la protagonista di un nuovo modello culturale basato sulla qualità della vita, applicabile in tutti i campi: la famiglia, gli affetti, l’ambiente, la salute psicofisica, la realizzazione personale, l’impegno, il senso di responsabilità, il progetto di un’economia etica, la ricerca del benessere nel lavoro e in assoluto, nella vita. E’ questo l’identikit tracciato nel libro “Creativi Culturali- Persone nuove e nuove idee per un mondo migliore” di Enrico Cheli e Nitamo Montecucco, con la partecipazione di Ervin Laszlo e Paul H. Ray- Xenia Edizioni, in cui per la prima volta si analizza questo movimento raccogliendo i risultati di ricerche sociologiche raccolte in Italia, America, Francia, Giappone, con un linguaggio comprensibile a tutti. Il risultato è sorprendente: 80 milioni di persone nel nostro pianeta si riconoscono nel profilo dei Creativi Culturali. In Italia il 35% dei 1728 intervistati. Tutti insieme, stanno creando un movimento trasversale capace di riscrivere le priorità e definire con chiarezza valori e bisogni. Essi non sono ancora emersi come fenomeno perché non sono rappresentati da club ufficiali, organizzazioni, chiese, o gruppi politici: sono appunto ‘trasversali’, al punto, sostiene Paul H. Ray, da aver deciso la vittoria elettorale di Barak Obama. E’ una società invisibile che cresce del 3 per cento l’anno, un modus vivendi che permea le esistenze di molte persone. Lo possiamo misurare attraverso l’aumento dell’interesse per i prodotti naturali, per le medicine alternative, i seminari e corsi legati alla crescita spirituale e allo sviluppo personale, per la ricerca di una dimensione lavorativa più umana e accettabile, poiché sono in pochi a credere ormai che nel lavoro si possa trovare la felicità. Specie in questo momento storico in cui assistiamo a una triste mancanza di prospettive, di carriere, di traguardi raggiungibili, di possibilità di scegliere il mestiere preferito. I Creativi Culturali sono coloro che trovano il coraggio di fare scelte difficili, piccoli o grandi cambiamenti di vita per raggiungere una maggiore serenità, un equilibrio con se stessi e con gli altri, in un certo senso, la felicità. E questa felicità la cercano soprattutto (per trovarla) nella ‘qualità della vita’, che oggettivamente risiede in ogni dimensione equilibrata sia nella sfera personale e familiare, che in quella sociale, ambientale e planetaria. La scelta di un’etica di vita meno legata al superfluo, al materialismo, quanto piuttosto ancorata ai valori e agli affetti. Solidarietà contro individualismo, autorevolezza anziché autoritarismo, cooperazione anziché competizione. Chi può essere contrario? Siamo in molti a ritrovarci in questi valori e dunque i Creativi Culturali, che non si definiscono tali, ma vivono secondo questi modelli, sono molti di più di quelli intervistati e si nascondono tra le persone comuni. E si sa, le più grandi rivoluzioni si formano nell’humus delle vite comuni, nascono dai bisogni concreti della gente che, stanca, propone nuovi modelli culturali. E con internet, la loro diffusione e condivisione è capillare e veloce. Sarebbe auspicabile ritrovare qualche Creativo Culturale anche in politica, o nei posti-chiave di aziende e strutture pubbliche, ma i cambiamenti più difficili, si sa, sono lenti, tuttavia, si spera, non impossibili.
Foto in licenza CC: Julia