lunedì 8 novembre 2010

Ecologia del vivere: Il possesso virtuale. Come cambia il mondo.


di Stefania Taruffi
Dobbiamo abituarci al fatto che ormai la vita vola a ritmi indiavolati. Navighiamo a vista sui byte dei motori di ricerca. Abbiamo acquisito il dono dell’ubiquità, dell’onniscienza, dell’intangibilità, del sesso incorporeo e dei viaggi nel tempo. Schiocchiamo le dita e ci viene dato! Ciò che vale oggi, domani sarà già obsoleto. Tutto cambia costantemente, vince il movimento, l’aggiornamento continuo e rapido, il divenire. E ne guadagna e vince chi sa restare al passo.

Abbiamo tante opportunità in più in ogni campo grazie ad Internet e a potenti mezzi di comunicazione che ci spostano velocemente da una parte del mondo all’altra, da una dimensione fisica a un’incorporea, dal passato al presente. Non tocchiamo quasi più nulla: i soldi viaggiano nelle banche online, paghiamo con carte di plastica e codici numerici, approfondiamo e studiamo virtualmente su Google e Wikipedia, che hanno letteralmente ucciso le enciclopedie cartacee e ogni sistema di catalogazione che non si aggiorni automaticamente. Leggiamo le notizie sul web e con esse le opinioni della gente, senza dover andare in edicola. Ogni tanto ci facciamo una passeggiata in forum, siti e blog per aprire la nostra finestra sul mondo.

Entriamo nelle vite dei nostri amici, degli sconosciuti, di chi ammiriamo. Non ci sono più segreti. Tutto scorre in video intangibili, nell’etere, via satellite, in digitale. Non serve più acquistare e possedere alcune cose. Possiamo prenderle, scaricarle, abbonarci e averle virtualmente per un minuto, un’ora, un giorno, per sempre o solo per una notte. Usufruirne senza toccarle. Cerchiamo, troviamo, prendiamo e restituiamo al mittente, o al prossimo utilizzatore. Tutto è perfezionabile, modificabile e mutabile. Possiamo diventare intangibili anche noi stessi e nascondere la nostra vera identità creando un avatar che ci sostituisca e faccia ogni cosa al nostro posto.

E’ tornato di moda scrivere e comunicare, con le mail, Messenger, Skype, Facebook. E per le brevi comunicazioni basta un sms. Ci si bacia mandando una bocca virtuale, si fa un regalo mandando fiori in fotografia e si cerca (e si trova) l’anima gemella sui social network. Sta scomparendo la solitudine, c’è sempre qualcuno più solo disponibile a tenerci compagnia e sappiamo dove trovarlo. Anche il sesso ha assunto “connotati” virtualmente visibili e fruibili: si può fare sesso anche senza scomodarsi da casa. Basta cliccare su un volto che piace, un nick invitante o una frase che fa la differenza, per eccitarsi e fare l’amore ognuno a casa propria, davanti al PC. Insomma, viviamo in un mondo pieno di opportunità e questo è positivo. Tuttavia, come sempre, ci vuole equilibrio e buon senso. E non bisogna farsi prendere dal panico.

Dobbiamo riuscire a superare la sensazione di avere virtualmente tutto ma di non possedere nulla. E il coraggio di fermare e trattenere il più possibile dentro di noi. A volte si ha la triste sensazione che tutto scorra troppo in fretta davanti ai nostri occhi, anche solo per sfiorarlo. E non si riesce a scegliere, perché c’è troppa possibilità di scelta. L’importante è non dimenticare mai che è proprio la nostra capacità di poter scegliere, a fare la differenza. Sono ancora il nostro istinto, l’intelligenza, il cuore, l’anima, i sensi, sesto compreso, a guidarci. Sono anch’essi intangibili, ma sono nostri, li possediamo per acquisizione alla nascita e non ce li può togliere nessuno. Non possiamo rinchiuderli in una cartella di file, perché viaggiano su onde diverse, in una dimensione unica e personale, senza tempo né spazio, se non il nostro.

lunedì 1 novembre 2010

Ecologia del vivere: importiamo anche tradizioni.


di Stefania Taruffi
Torno indietro e non ritrovo tracce di memoria della festa di Halloween nei miei ricordi di bambina. Ai miei tempi ci si mascherava solo a Carnevale. Le mie figlie sono state le prime a informarmi che il 31 ottobre si doveva andare di casa in casa a chiedere “Treats or tricks, dolcetti o scherzetti”, mascherandosi da streghe. Alla luce delle ultime mode, anche genitori ignari e addirittura la scuola, si sono allineati con i tempi. I programmi di storia e geografia si sono assottigliati, ma le maestre ora devono essere preparate anche a istruire i ragazzi sulle origini della Festa di Halloween. Non conoscendola per niente, mi sono messa a studiarla con loro anch’io. Ora è un po’ di anni che me la sorbisco. In un mondo globale s’importano anche le tradizioni ormai, specie se generano fatturato: Telefono Blu, ha voluto calcolare il giro d’affari di questa festa in Italia, che pare si aggiri intorno ai 420 milioni di euro. D’altronde non ci si può perdere un’altra bella occasione per fare feste, divertirsi, mascherarsi e spendere una cospicua somma di denaro in gadget, dentoni, parrucche, vestiti neri e maschere striate di sangue. Perché in fondo Halloween altro non è altro che un carnevale lugubre alla vigilia (Eve) di Ognissanti (All Hallows), con tanto di riabilitazione della zucca, destinata all’estinzione e salvata da questa festività acquisita.

Se andiamo a scavare nella nostra storia, ha davvero un senso Halloween per noi europei? E’ una festa pagana che vuole festeggiare il ritorno delle streghe e degli spiriti dall’oltretomba, l’unica notte dell’anno in cui si dovrebbe assottigliare la divisione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Davvero siamo interessati a sostare in questo limbo?

Halloween una festa popolare pre-cristiana che nasce negli Stati Uniti, tuttavia l’Europa non ne è completamente estranea. Infatti, fu diffusa dai Celti (per lo più dunque in Irlanda), che festeggiavano il loro Capodanno proprio il 31 ottobre. Non avendo paura dei morti, essi lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi, un’usanza, peraltro, sopravvissuta anche in alcune regioni dell’Italia settentrionale e in parte della Puglia e Basilicata. Ecco almeno un riferimento nostrano. Essa resta tuttavia una festa prettamente anglosassone. E’ dunque da capire che in un’Italia, a prevalenza cattolica, essa non abbia molto senso. Ma si sa, noi italiani predichiamo bene e razzoliamo male. Fa parte della nostra indole ricca di controsensi.

Alla chiesa non è mai piaciuto Halloween. Il più duro è stato il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano, che in piena polemica sui crocefissi nelle scuole, ricordò che “ci lasciano le zucche e ci tolgono il nostro caro crocefisso..”. E come in ogni democrazia scatta la controffensiva lanciata dal progetto “Sentinelle del mattino”, tramite i “papaboys” (www.sentinelledelmattino.org), che hanno lanciato via internet la festa di «Holyween», la notte dei santi. La sera del 31 ottobre invitano parrocchie e cittadini a esporre alle finestre le immagini di santi e beati. Pare abbiano aderito all’iniziativa almeno trenta città italiane. E stamattina a Roma, si è svolta la terza edizione della «Corsa dei santi», maratona benefica per raccogliere fondi in aiuto agli alluvionati del Pakistan. Un modo come un altro per distogliere l’attenzione dalle streghe. Importiamo tradizioni dunque, ma le nostre le conosciamo e tuteliamo adeguatamente? Molte riguardano piccole realtà locali, ma non generano fatturati, sono soltanto un patrimonio culturale d’inestimabile valore storico. Per fortuna cittadini e amministrazioni locali riescono ancora a salvaguardarle. Avete mai provato a negare un dolcetto a Halloween? Crudeltà pura, ma io l’ho fatto. Sono pochi, tra adulti e bambini a essere in grado di inventare scherzetti divertenti, improvvisando con ironia. Forse insieme a questa tradizione, potremmo anche importare un po’ del senso dell’humour anglosassone. Quello ci sarebbe molto più utile.

Foto in licenza CC: beachut (john) just one click

lunedì 25 ottobre 2010

Ecologia del vivere: L’importanza della comunicazione.


di Stefania Taruffi

«Quel che amore tracciò in silenzio, accoglilo, che udir con gli occhi è finezza d’amore.» scriveva William Shakespeare. E’ vero che a volte le parole non servono, che il linguaggio non verbale in molti casi rappresenta la forma di comunicazione più sottile, quella che parte dall’essere più profondo e scava nelle radici dell’altro, attingendo a tutti i sensi, alla mente, all’anima, per manifestarsi nella sua forma più pura, la gestualità, l’azione, l’espressività, il pensiero manifestato senza l’utilizzo delle parole.

Eppure siamo stati dotati della voce, quale mezzo di comunicazione verso l’esterno. Le parole sono il contenuto del nostro pensiero vivente veicolate dalla voce, tuttavia esse rappresentano solo la punta della montagna, sono i suoni concreti e visibili che ci permettono di esprimere il nostro mondo invisibile, ciò che abbiamo dentro.

Le parole possono creare emozioni, accenderle o spegnerle, far piangere o ridere, innamorare, sperare, deprimere e soffrire. Possono ispirare popoli, creare e distruggere rapporti, salvarli in extremis, possono motivare a vivere o a morire. Il linguaggio può creare opinioni e cambiarle. Tuttavia dovremmo anche essere consapevoli che le nostre parole possono illuminare o confondere, aiutare o danneggiare, costruire o distruggere. Si dovrebbe prestare molta attenzione allo stato della mente e delle emozioni, perché fattori condizionanti, ai moventi consci e inconsci che qualificano il nostro comunicare, alle conseguenze che avranno le parole espresse, delle quali siamo responsabili. I rapporti umani, nelle loro molteplici forme, sono il campo d’azione della comunicazione.

L’esasperazione del linguaggio, la polemica sterile, la denigrazione e la demonizzazione dell’ “altro”, le condanne senza appello, non portano né alla verità né alla giustizia, bensì creano disarmonie e sofferenza generale. Allora è meglio il silenzio. Nel frastuono di un mondo che grida, c’è bisogno di Parole che nascano dal Cuore, con il loro valore positivo e protettivo, per rendere più bella e armoniosa la vita e contribuire alla nostra e all’altrui evoluzione. Pensieri e parole purificati dalle scorie dell’interesse puramente egoistico e materialistico, consapevoli della loro funzione creativa. Pensiero positivo espresso con parole positive.

lunedì 11 ottobre 2010

Ecologia del vivere: Vite interrotte.


di Stefania Taruffi
E’ un fatto di cronaca nera quello che ha fatto il giro d’Italia e non solo in questi giorni, inorridendoci: il delitto efferato di uno zio che, dopo aver ucciso la nipote 15enne, l’ha anche violentata. Ha violentato una piccola donna senza vita, sotto a un fico. La notizia sta muovendo la rabbia di milioni di persone che si sono mobilitate, anche sul social network facebook, perché sia fatta giustizia per Sarah Scazzi. Se scorriamo le statistiche dell’Unicef e i dati riferiti alle violenze sui minori, non si riescono a identificare numeri certi e questi variano secondo i casi e la tipologia di violenza e bisogna tenere conto che spesso, molti crimini non sono nemmeno denunciati e non rientrano dunque in quelle statistiche. Pedofilia, prostituzione infantile, violenza fisica, psicologica, stupri casalinghi, sfruttamento minorile, abusi da parte di preti. La violenza sui minori ha mille volti e fa inorridire. Vite spezzate, distrutte, mortificate sul nascere, nel momento più delicato, quello della crescita.
La violenza tra le mura domestiche è sempre esistita, solo che un secolo fa restava circoscritta fra quelle mura e quindi non faceva scandalo. Semplicemente perché non c’erano i mezzi di comunicazione a darne risalto. Spesso i ‘vizietti’ di parenti e amici, dei sacerdoti, erano coperti dal silenzio dei familiari omertosi, o della chiesa, che sapevano tutto ma non ammettevano, né tantomeno denunciavano nulla. Stupri, violenze fisiche e psicologiche su giovanissime donne, da parti di padri, parenti, amici che vivevano a stretto contatto con le vittime che spesso, terrorizzate da ricatti morali e fisici, restavano in silenzio. E le cose non sono cambiate. Piccole, fragili donne cresciute nel segno del disturbo, della sofferenza, della violenza inferta da chi dovrebbe invece proteggerle, amarle e rispettarle. La casa e la chiesa sono per alcuni bambini, luoghi di guerra e sofferenza, non di pace e accoglienza. Non è forse il nucleo familiare, quello di cui ci si dovrebbe fidare? L’unico posto dove sentirsi protetti? I genitori e la famiglia dovrebbero rappresentare, soprattutto per le giovani donne, i bambini in genere, il ‘nido’ dove vivere serenamente e crescere con valori sani, cercando di attingere all’esempio positivo degli adulti. Il mondo è già abbastanza crudele e i genitori, le persone più vicine ai giovani, dovrebbero aiutarli a difendersi dall’esterno. Poi leggiamo dell’esistenza di mostri come Michele Misseri, che operano dentro la famiglia. Probabilmente c’è dell’altro, ci sarà un vissuto nascosto, un passato, vizietti e storie non raccontate dall’omicida e dai familiari, ma che stanno emergendo da piccoli dettagli, perché in queste tristi storie ci sono malvagità e abusi quotidiani. Alcune volte anche la morte. Che i disturbi mentali o dell’equilibrio siano sempre più diffusi, lo testimoniano molti atti estremi compiuti da persone apparentemente ‘normali’. Non c’è dunque da stare tranquilli con nessuno. Una normalissima giovane donna qualche mese fa ha buttato dalla finestra, uccidendola, la figlia di 5 mesi, solo perché piangeva. Tutti in preda alle depressioni che offuscano il cervello? “I bambini ci guardano, e in molti casi, ci odiano” diceva De Sica. E alcuni bambini hanno proprio ragione. Se l’inferno esiste, loro lo vivono. Il Paradiso è per pochi e spesso, neanche per preti, vescovi e i religiosi, stante le cronache. Gli abusi sui minori accompagnano la storia della chiesa da secoli e solo alcuni casi sporadici sono noti o pubblicati dalle cronache, come quello del prete americano con 200 bambini sulla coscienza (New York Times 25/03/2010). Misseri, lo zio omicida, però ha pregato sul pozzo dove aveva infine annegato la giovane nipote uccisa. Ha formulato un’Ave Maria per cancellare ogni peccato. Viene da pensare se esista una pena tanto severa che possa fare davvero giustizia al male inferto ai bambini, ai giovani. Resto con il dubbio, ma un’idea mi viene in mente.

Foto in licenza CC: Almarita (en sevilla)

martedì 5 ottobre 2010

Ecologia del vivere: i nostri sensi.


di Stefania Taruffi
Il tatto è il senso che più stabilisce una relazione, l’intimità, la confidenza, la comunione. Nel contatto sentiamo qualcosa dentro di noi, nel nostro corpo e acquisiamo la conoscenza più intima delle cose. La massima espressione di questa percezione sensoriale si ha a occhi chiusi, quando le palpebre, schermo naturale dell’universo, ci proiettano in una dimensione totalmente incorporea. E noi, attraverso il meraviglioso strumento delle mani e del corpo, ristabiliamo il perfetto equilibrio tra la percezione della materia e la sua effettiva consistenza. Con le mani si esplora e inizia un lungo viaggio di conoscenza. I polpastrelli delle dita procedono lentamente innescando una sorta di scansione minuziosa. Toccano, sfiorano, palpano, facendoci conoscere la solidità, la fluidità, la levigatezza del reale, la sua profondità, la sua forma. Ci fanno scoprire le sensazioni che passano dalla pelle, fino agli strati più profondi del corpo per incontrarsi con ciò che abbiamo dentro. La pelle è il filtro tra l’accensione del contatto e il suo lungo viaggio dentro di noi. Il bambino s’identifica con le esperienze tattili che fa nei primi mesi di vita. Le sue esperienze al contatto con il corpo della madre, poi con il padre, costituiscono il suo primo e fondamentale mezzo di comunicazione, il suo primo modo di dare e ricevere amore. Perché toccare, non è altro che far passare l’amore attraverso la pelle. Significa entrare in contatto diretto con la sfera delle cose reali, con la natura e le sue molteplici forme che provocano sensazioni dalle mille sfumature. Toccare un figlio, la persona amata, andare a piedi nudi sulla terra, toccare l’acqua, immergersi, raccogliere un frutto, sfiorare gli elementi, accarezzare il vento, baciare una guancia, abbracciare un corpo, entrare in esso, toccare un libro, tenere in mano una moneta. Toccare è un po’ come possedere una cosa, una persona, un bene. Entrare in confidenza. In questo mondo così intangibile, il tatto è l’unico senso che ci mette in diretta comunicazione con la vita e tutto ciò che essa contiene. Toccare per credere.

Foto in licenza CC: http://www.flickr.com/photos/patlele_sl/

mercoledì 29 settembre 2010

Ecologia del vivere: “Per tutta la vita”.


di Stefania Taruffi
Non va più di moda questa frase, in questo nostro mondo in cui il domani è già un traguardo impegnativo e in cui nessuno vuole più investire in sentimenti duraturi nel tempo. Eppure guardando i miei zii seduti su quel divano, 80 anni lei e 89 suonati lui, mano nella mano, teneri come due innamorati, avvolti nei loro costumi di pelle bavaresi, m’intenerisco. Mi confidano che lui il prossimo anno compirà 90 anni e allo stesso tempo, insieme, festeggeranno 60 anni di matrimonio. Mi si stringe il cuore e penso che sì, l’amore eterno ancora esiste. Forse non è cosa d’altri tempi, non è solo retaggio di romanzi e film d’amore, non vive solo nelle canzoni romantiche, ma esiste davvero ancora, l’Amore profondo che si trasforma nel tempo, che si prende cura dell’altro, che supera le difficoltà, custodisce i segreti, lotta contro il dolore, sconfigge i mali, che sorride alla vita, rincuora e sostiene, che si diverte. L’amore che semina e raccoglie nel tempo. Lei non sta tanto bene e dopo tanti anni in cui si è presa cura di lui ora è il suo compagno di vita ad assisterla. Nei loro occhi liquidi di anziani scorre una vita: ricordi, emozioni ma soprattutto amore, che vive nel guizzo ancora vivace del loro sguardo. Perché l’amore nutre e sazia e soprattutto, rende immortali. Sono felici, perché la felicità è anche il coraggio della tenerezza, il coraggio di concedere la propria vita a un’altra persona e condividerla. E’ recente la notizia della morte di Sandra Mondaini, una delle icone della nostra tv, che viveva in simbiosi con il suo compagno, Raimondo Vianello. Un legame così forte che li vedeva sempre insieme, nella vita e nel lavoro, da più di 40anni. E fa riflettere che a pochi mesi dalla morte del consorte lei non sia riuscita più a dare un senso alla sua vita e si sia consegnata nelle mani della donna con la falce, perchè non poteva più vivere senza di lui. Ci sono coppie, che sono due unità che s’incastrano come pezzi di un puzzle e formano un quadro completo solo insieme. In fondo ciascuno di noi trascorre tutta la sua vita cercando quel pezzo mancante e molti, non lo trovano mai. Però quando accade, si realizza la più grande manifestazione dell’esistenza di un Bene superiore, che ci dona l’Amore, per essere migliori. Per guarire e vincere la vita.

domenica 19 settembre 2010

Ecologia del vivere: Manhattan trash.


di Stefania Taruffi

In Italia pensiamo di essere sempre gli ultimi in classifica, eppure accade che a volte, addirittura rispetto alla città di New York, in qualcosa siamo anche più bravi. Abbiamo i cassonetti della differenziata da molto più tempo, anche se, per un problema di cultura, fatichiamo ad abituarci a essere ecologicamente educati. Ma c’è sempre qualcuno meno educato di noi, per fortuna. In aprile, in occasione dell’Earth Day, anche la città New York si era preparata ad affrontare il problema del riciclaggio della spazzatura con nuove leggi che proponevano 700 nuovi cassonetti per la differenziata, da installare entro il 2020. Nel frattempo i sacchetti ‘differenziati’, quando vengono fatti, giacciono sui marciapiedi e non è un bel vedere. Gli edifici residenziali hanno un sistema per la raccolta e il riciclo, obbligatorio per legge, mentre gli edifici commerciali, i grattacieli, ovvero la tipologia più comune, non sono obbligati a differenziare, né potrebbero, essendoci in giro solo cassonetti unici. Manhattan, probabilmente per ovvi problemi logistici, esporta i propri rifiuti verso altri stati, con costi molto alti. Eppure ci sono realtà invisibili che operano con microiniziative in questa metropoli: li chiamano ‘scavenger’, un termine che in inglese è riferito sia ai netturbini, che agli animali che si nutrono di tessuti in decomposizione, rifiuti, cadaveri. E sono cinesi. Si muovono nella notte come un esercito invisibile, alla ricerca di lattine e bottiglie per ciascuna delle quali ottengono il premio di un centesimo. Nessun cittadino americano per tale somma restituirebbe in alcun modo il contenitore. Figuriamoci per coscienza ambientale! I cinesi sì. E dopo ore di duro lavoro, si caricano sulle spalle il pesantissimo bottino e si dileguano nel buio. Nella nostra civiltà dello spreco gli asiatici si rimboccano le maniche e fanno piazza pulita dei nostri rifiuti. E non solo. Girando tra i fiorai di Chinatown all’alba, possiamo osservare ragazze cinesi togliere i petali appassiti dai fiori per ridare loro nuovo vigore, per non buttarli via anzitempo e poterli rimetterli in vendita. Qualche newyorkese ne sentirà ancora il profumo e senza saperlo, avrà donato al fiore, un giorno in più.

Foto in licenza CC: Chachlate