lunedì 3 gennaio 2011

Ecologia del vivere: un 2011 pieno di speranza


di Stefania Taruffi
In un negozio riecheggiava la considerazione a voce alta di un uomo: “Non ho incontrato neanche una persona sorridente, tutti musi lunghi. Che tristezza, ma è Natale!!!!”. Mi sono soffermata un attimo a riflettere su questa frase e uscendo, ho cominciato a guardarmi in giro per cercare un sorriso felice. Il risultato è stato piuttosto deludente: nessun sorriso, solo facce scure e pensierose. Sguardi abbassati e passi veloci. Non è il tempo dei sorrisi il nostro. Da molti anni viviamo una recessione senza fine, mancano punti di riferimento sociali, politici e anche familiari. Sembra che tutto si voglia disgregare, famiglie, aziende, fatturati, valori. Tutto è fermo, bloccato, non solo l’economia. Non ci sono segnali di crescita, sviluppo e nemmeno obiettivi che ci diano la speranza di un miglioramento a breve-medio termine. La maggioranza delle persone non vive, sopravvive. Fa riflettere la recente notizia di Banca d’Italia che solo il 10% delle famiglie italiane detiene il 45% della ricchezza nazionale.


Molti perciò vorrebbero di più: in termini di possibilità di carriera, di miglioramento economico, di potere d’acquisto. Per non parlare della salute, degli affetti duraturi e perché no, anche di divertimento. Forse non dovremmo attendere il miglioramento dal cielo, ma diventare noi stessi più creativi: in un mondo buio e senza luce forse siamo noi che dovremmo riaccendere le candele della speranza. Se la vita non ci offre quello che desideriamo, dobbiamo imparare a costruircelo, con pazienza e umiltà. Dobbiamo porci obiettivi e lavorare con serietà e passione per raggiungerli. Prepariamo il nostro Piano previsionale 2011 per la nostra azienda-vita. Non ha senso porsi obiettivi impossibili e irraggiungibili, quelli sono chiamati sogni: teniamoli in un cassetto però, non si sa mai. Dobbiamo trovare il coraggio di uscire da questa dilagante passività in ogni campo e renderci parte attiva per il Cambiamento. Forse la chiave è proprio questa: “Trovare il coraggio del Cambiamento”, quale Mission di Vita.

Cominciando da noi stessi. Rinnovare le energie interiori, cercare nei lati oscuri del nostro carattere e quindi della nostra vita, ci aiuterà a identificare quello che non va, ciò che non ci piace. Rovistare nei meandri delle nostre esistenze con coraggio e audacia credo sia la strada migliore per identificare un orizzonte da raggiungere, un obiettivo che gli uomini di marketing definiscono Co.Mi.Co. (Concreto, misurabile, compatibile), che è per ciascuno diverso. Poi occorre tenacia, audacia, lavoro sodo, perseveranza, pazienza, strategie per realizzarlo.

Ci sono cose difficili da cambiare, altre realizzabili, alcune impossibili e come disse saggiamente S. Francesco d’Assisi: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. Per fare questo ci vuole coraggio, ma anche speranza. E la speranza la troviamo in noi stessi, ma può anche esserci donata da situazioni felici e positive che ci attraversano la strada. Per trattenere la speranza dobbiamo impegnarci, affinché essa resti con noi a lungo, infondendoci energia e pensieri positivi. Purché ci impegniamo a farla rinascere anche al di fuori delle nostre quattro mura, del nostro ambito personale. Ad infonderla anche negli altri. Se ciascuno di noi s’impegnasse di più anche in ambito sociale, politico, civile, ambientale forse potremmo tutti contribuire a creare una speranza collettiva, un nuovo ideale comune che ci dia il coraggio di cambiare in positivo la società, migliorandone gli aspetti negativi che tanto contribuiscono alla nostra insoddisfazione personale.

A tutti i lettori di Italiamagazine auguro un 2011 pieno di Speranza, ma anche di coraggio. Il coraggio del Cambiamento.

lunedì 20 dicembre 2010

Ecologia del vivere: Natale e i regali del cuore.


di Stefania Taruffi
Si avvicina il Natale e con esso il momento dello scambio dei doni. Per molti questo momento è diventato più un problema, che un piacere. Forse perché, come per molte cose, non ci si mette più amore nel farli e sono diventati un fatto commerciale, uno scambio dovuto e sempre meno sentito. Il regalo è considerato per lo più solo un oggetto materiale da scegliere in fretta, acquistare, far incartare al negoziante e di cui sbarazzarsi al più presto, consegnandolo nelle mani di familiari e amici, che se lo aspettano. E meno amore si mette nel farlo, più si corre il rischio che non sia gradito e sia relegato nel cassetto del riciclo o in cantina, in attesa di un destino incerto.

Possiamo regalare le cose più costose e importanti, ma non dobbiamo mai dimenticare che il valore di un regalo è stabilito dall’amore con cui lo scegliamo per una certa persona e dall’energia che infondiamo in quell’oggetto. Energia che sgorga al cuore e che l’oggetto assorbe e rilascia a chi lo riceve. E’ semplice acquistare qualcosa, più difficile è trasmettere gli auguri del nostro amore agli altri, per avvolgerli di luce e ricordare alle persone che amiamo quanto siano importanti per noi e quanto vogliamo loro bene, attraverso un regalo materiale che ci rappresenta materialmente e spiritualmente. Per chi sa andare ‘oltre’ il regalo diventa un modo per donare qualcosa di sé, in maniera unica e personale. Alcuni popoli antichi, nella loro saggezza, infondevano nel rito del dono un’aurea di sacralità ed esso diveniva un modo per dimostrare i propri pensieri e sentimenti, proprio perché l’oggetto materiale era pieno dell’anima di chi lo donava e l’anima era considerata sacra. Ogni oggetto può avere un’anima, ma siamo noi a dargliela. Basterebbe poco. Un bigliettino personale nel quale esprimere affetto, vicinanza, affinità. Una telefonata che lo preceda. Un gesto affettuoso che lo accompagni. Una confezione fatta con le proprie mani scegliendo con cura ogni dettaglio, dal disegno della carta che lo avvolge al bigliettino, al messaggio immateriale che lo accompagna.

Gli eletti invece, quelle poche persone che sanno dare un grande valore ai sentimenti e al benessere interiore che gesti e sentimenti sanno generare, non hanno bisogno di acquistare nulla nei negozi, né di ricevere doni materiali. Per queste persone lo scambio dei doni avviene a un livello più alto che sottintende il dono di sé, del proprio amore, di un gesto che renda felice l’altro e lo colmi di quanto più bello esista al mondo, il dono d’amore. Vi auguro davvero un Natale pieno di questi doni!

Foto: Albetta19.wordpress.com

mercoledì 15 dicembre 2010

Ecologia del vivere: molte cose si possono aggiustare.


di Stefania Taruffi
Negli anni passati abbiamo assistito a un tracollo finanziario mondiale, che ha prodotto un radicale cambiamento nelle economie di tutti i paesi. Anche se non se ne parla molto in termini catastrofici, la grande crisi scatenata dal deficit accumulato dai governi e dalle speculazioni finanziarie internazionali ha prodotto degli effetti sistemici generalmente sottovalutati.

La cultura del breve termine, diffusa fino a qualche anno fa ovunque, ha generato in passato ricchezze volatili e facile accesso al credito da parte di aziende e di privati, spingendo a un consumismo sfrenato attraverso l’indebitamento e portando molti a vivere oltre le proprie possibilità. Ora i tempi dell’usa e getta sono finiti e anche la società italiana ha subito uno scossone e si è ridimensionata. La maggior parte degli italiani non arriva più a fine mese. L’euro continua ad avere uno scarso potere d’acquisto e i prezzi ancora oscillano in balia degli interessi delle categorie e dei costi di produzione, mentre gli stipendi non aumentano e spesso sono troppo bassi per far fronte alle crescenti spese. Le piccole medie imprese sono in difficoltà, le attività commerciali non ce la fanno, soprattutto nelle grandi città. In generale dunque si consuma meno, ma sta succedendo una cosa molto importante: il cittadino sta imparando a valutare e a scegliere. E sceglie in base al giusto rapporto qualità/prezzo, a volte sceglie anche di rinunciare per necessità. Non viene più tanto sedotto dal frenetico consumismo.

Questo fenomeno di riduzione rilevante dei consumi produce un ritorno all’antico valore del rammendo, del rattoppo, dell’’aggiustare’ anziché gettare via un prodotto cui si tiene. E in questi momenti rispuntano sul mercato piccole attività gestite da artigiani, spesso stranieri che, con poco, ci aggiustano ogni cosa. Qualche anno fa erano scomparsi i piccoli laboratori d’informatica. Ora sono riapparsi e con poco risolvono piccoli-grandi problemi senza dover ricomprare un pc. La bottega del mio calzolaio è gestita da ragazzi peruviani e la comparsa dell’attività in zona è stata molto gradita: allungano la vita delle scarpe di qualche anno e non è poco, con quello che costano. Il negozio è pulito, ordinato, pieno di accessori di ogni tipo, da loro entri con una scarpa da buttare e te la restituiscono, con un sorriso, aggiustata e lucidata a nuovo. La piccola sartoria gestita da donne ucraine è sempre piena: rammendano, restringono, allungano, rattoppano e spesso, fanno dei veri e propri miracoli. Il tutto a costi bassissimi.

Soprattutto le donne sono molto felici di queste piccole realtà, perché nessuna ha più molto tempo, ma diciamo la verità, anche la capacità: poche sanno attaccare un bottone. Sono lontani i tempi in cui le madri insegnavano il ricamo e il punto a croce alle proprie figlie. Le macchine da cucire sono considerate strumenti per professionisti, quando invece ogni donna dovrebbe averne una a casa e saperla usare all’occorrenza. E’ facile come cucinare. Forse manca in generale la voglia di fare. L’emancipazione femminile ha fatto scomparire anche queste piccole virtù, che all’occorrenza, sono molto utili. Tuttavia credo che di questi tempi molte donne, (ma anche uomini), si siano almeno muniti di ago, filo e buona volontà. Necessità fa virtù. Per tutto il resto, sono tornate di moda le botteghe artigiane.

Foto in licenza CC: Christian Demma

lunedì 6 dicembre 2010

Ecologia del vivere: Bambini e montagna, è davvero vacanza?


di Stefania Taruffi
Premesso che i miei genitori mi hanno messo sugli sci a sei anni e che da allora faccio (almeno) una settimana bianca l’anno, anche in questo autunno, in prossimità del freddo e di una partenza in avvicinamento, mi trovo a fare le stesse riflessioni sul delicato argomento. Sarà che nonostante gli anni passati sugli sci, nessuno è riuscito a farmi innamorare del freddo e della fatica che provo ogni volta che vado in montagna d’inverno. Amo i paesaggi montani innevati e finché ero senza figli, riuscivo anche a trovare le energie necessarie per attraversare indenne quella settimana infinita. Poi è accaduto l’irrimediabile. Con due bambini in crescita, ogni anno occorre rinnovare completamente l’abbigliamento. Per non parlare del lungo viaggio in macchina deliziato da ore di lamenti, nausee e continue necessità alimentari o e fisiologiche. Per non parlare delle favole o le canzoni dello Zecchino d’oro, in onda per ore per deliziare i pargoli. Poi c’è il freddo e i bambini odiano il freddo. Affitta gli sci, prova cento scarponi per capire se calzano, insegna loro a camminare con quei pezzi di plastica ai piedi in bilico sulla neve ghiacciata, iscrivili alla scuola sci e finalmente arriva il primo giorno di lezione in cui già sogni due orette di libertà. Falso! Uno dei due bambini stai sicuro che piange perché non ci vuole andare e in genere ti ritrovi a passeggiare con lui per il paese deserto e noioso, ragionando sui motivi di questa ‘assurda’ mancanza di coraggio. Quando finalmente entrambi i figli si sono convinti di andare a lezione di gruppo, inizia la faticosissima corsa mattutina alla colazione/vestizione. Superata la prima, con lunghe soste al buffet, già in notevole ritardo, ci si deve vestire: per mettere tutti gli strati a ciascuno ci s’impiega una vita e guai a dimenticare i calzini, gli occhiali o i caschetti nella stanza: pena non trovi più nessuno alla paletta della scuola sci e passi tutta la mattina a rincorrere il maestro sulle piste, con figlio al seguito. Il tempo in montagna è sacro, ancora più che in città. Infilarsi tutti gli scarponi e riuscire a guadagnare un posto sull’eventuale funivia che porta agli impianti è un’altra impresa ardua. Pressati come sardine in una cabina di ferro non è poi il massimo, specie per i piccoli gnomi che si guardano intorno disperati e il cui sguardo perso sembra voler dire: ”Ma tutti questi giganti dove vanno?”.

Alla fine si raggiunge l’ambito traguardo della vetta, dove i maestri di sci attendono genitori e figli con un ghigno sulle labbra, che di solito non piace ai bambini che, guarda caso, proprio in quel momento si ricordano di dover andare in bagno. Sembra facile con tutti quegli strati d’abbigliamento! I bisogni primari in montagna dovrebbero diventare secondari, perché quasi impossibili da realizzare. Sospiro di sollievo. In realtà la vera vacanza dei genitori è racchiusa in quelle due ore di corso dei propri figli, con l’orologio in mano e solo percorsi brevi, che permettano di rientrare in orario per riprendere la ciurma. Poi arriva il pranzo. Le baite sono strapiene di gente affamata e anche quella meta è impegnativa, tanto da far passare la fame.

Certo è bellissimo osservare i fiocchi di neve appoggiarsi sui rami, ma di poetico, in tutto il resto, c’è poco. Gli alberghi pieni di bambini sono un concentrato di virus senza paragoni e certamente, qualcuno prima o poi se li prende, uno ma anche due o tre insieme. I virus montanari sono noti per la loro potenza e per aver uno spiccato spirito di gruppo. Allora è davvero finita! Il famigerato virus è di solito in cerca di tante vittime ed è ben felice di far ammalare entrambi i figli, ma non insieme, troppo facile. A distanza di due giorni, a catena. In modo tale da costringere uno dei genitori o entrambi, a turno, a restare chiusi nella stanza d’albergo tutto il giorno, tutta la settimana.

Finita la vacanza ce ne vorrebbe un’altra per riprendersi!. I genitori appassionati di neve, che intendono tramandare la pratica di questa disciplina e l’amore per la montagna ai propri figli, sono dei veri e propri eroi. E il risultato non è poi neanche garantito. Capace che i figli, come me, non vedano l’ora di attaccare gli scarponi di plastica al chiodo e sognino un atollo in cui girare scalzi e in pareo, al caldo tepore dei tropici. Dove anche i bambini, secondo me, sarebbero più sereni. E poi, c’è sempre lo sci d’acqua.

Foto in licenza CC: Daniele Romagnoli

lunedì 29 novembre 2010

Ecologia del vivere: Essere, senza fretta.


di Stefania Taruffi
Tutti andiamo sempre di corsa, in bilico sulle lancette frenetiche di una giornata. La sintesi diviene virtù necessaria al raggiungimento della meta prefissa. La liquidità condensata delle azioni, dei pensieri, delle emozioni, forma necessaria per barcamenarsi nel mare magnum dell’agenda giornaliera. E la frase più banalmente ricorrente diviene: “Scusa non ho tempo” o “Che giornata stressante” o “Come vola il tempo!”.

Tra le poche cose che mi pare di aver capito, una è questa: che spesso a renderci infelici è il desiderio di essere là mentre si è qua, nel domani mentre si è nell’oggi. L’ansiosa attrazione per un altrove che non spalanca l’orizzonte del presente e lo rende angusto come una cella. Allora, forse , il segreto della felicità è nel saper stare nel hic et nunc (qui e ora). Saperci stare, poi, così intensamente, da riuscire a sottrarsi alle coordinate dello spazio e alla corsa del tempo, facendo largo a quelli che Virginia Woolf chiamava “momenti d’essere”: quando la fretta non esiste più e il tempo lineare, ingannato sul serio, ci scorre accanto come un vorticoso fiume in piena che non ci tocca.

I momenti d’essere sono per ognuno diversi. Io li ritrovo nel fermare l’attimo e coglierlo ovunque io sia, nello scrivere, nel respirare il profumo del mare, osservando il cielo, correndo sulla spiaggia. In certi luoghi e in gesti semplici, nel riordinare, nel dedicarmi con amore alla famiglia, in molti altri umili territori femminili abbandonati tumultuosamente dall’emancipazione. E’ l’amore che fa la differenza. Ho imparato a ritrovare la stessa pienezza d’essere ogni volta che posso, almeno in parte delle cose che faccio e che faccio sempre con passione.

Perfino in coda alla posta, sorridendo agli altri esseri umani. Ma è soprattutto mentre ascolto la musica che “l’essere” si fa vivo con me, dando forma a pensieri ed emozioni in grado di proiettarmi in nuove dimensioni atemporali, dove c’è solo spazio per sogni, fantasie e progetti positivi. Sono momenti ad alto tasso di creatività, in cui ci si ricollega con il proprio nucleo interiore. E a voi dove capita?

Foto in licenza CC: visionaria27_2

lunedì 22 novembre 2010

Ecologia del vivere: Lasciamo ai bambini il diritto di essere bambini


di Stefania Taruffi

E’ finita la settimana dell’infanzia. Personalmente, avendo bambini e amandoli, vivo il loro mondo ogni giorno. Tuttavia, ogni tanto, celebrarlo è divertente. E c’è anche chi l’ha fatto in maniera molto simpatica e originale come il popolo di Facebook. Sul diffusissimo social network un anonimo ha creato un link in cui s’invitavano tutti a pubblicare, come foto del profilo, l’immagine dell’eroe dei cartoni animati più amato. Un modo come un altro per tornare indietro nel tempo e riprendere a giocare, se non altro con i ricordi. E’ stato divertente relazionarsi con la Capo ufficio Trilly o il collega Batman, o il fidanzato che si è per qualche giorno trasformato in principe azzurro.

E sono stati soprattutto gli adulti a divertirsi di più, spogliandosi della seria maschera quotidiana e scegliendo, seppur a breve termine, una personalità fiabesca. Noi adulti siamo strani e quanto ci piace ancora giocare! Tuttavia chi è genitore, non dovrebbe solo ritrovare il bambino che è in sé, quanto piuttosto valutare meglio se il proprio figlio è messo in condizione di poter giocare, di vivere realmente la propria infanzia. Sempre di più, per problemi organizzativi, i genitori che lavorano, giustamente per vivere o vivere meglio, sono fuori di casa tutto il giorno. Il tempo pieno nelle scuole risolve gran parte della giornata e dopo? E nelle vacanze? La domanda che si sente più spesso è questa:”Oddio, dove lo metto?”. Neanche fosse una lampada.

Ed ecco allora che la complessa macchina organizzativa del mondo dei genitori cerca e trova i più disparati impieghi che occupino il proprio figlio nelle restanti ore con attività non solo piacevoli, ma soprattutto educative e ‘utili’. Però che fatica!!! Credo che gli adulti a volte dimentichino di avere a che fare con dei bambini. E neppure tengano conto dei loro limiti fisici e mentali, per non parlare dei loro desideri. I bambini sono fragili, non riescono a sopportare il peso di responsabilità troppo grandi, ma soprattutto hanno bisogno di spazi, tempi e luoghi diversi per crescere. E anche di silenzio e di momenti vuoti, da riempire con la loro fantasia, con l’energia del loro mondo incantato.

Ben venga lo sport che da sempre è sano per il loro equilibrio psico-fisico e una sana crescita. Oppure qualche ora di musica o quant’altro. Però non bisognerebbe esagerare. Ci sono bambini chiamati a stare 12 ore fuori casa, impegnati in mille attività diverse, oltre lo studio. Stare seduti otto ore sui banchi di scuola a sette-otto-dieci anni è già impegnativo. Quando escono, i ragazzi sono distrutti dalla stanchezza. Se devono trascorrere anche il restante delle ore imparando l’inglese, lo strumento musicale, a cantare o quant’altro, o tutto insieme, dove lo trovano il tempo per giocare?. Ricordo con piacere immenso i miei pomeriggi liberi, chiusa nella stanza da sola o con le amiche.

Spente le televisioni, i pomeriggi erano intrisi di me, di noi: pittura, musica, suonate di fisarmonica senza alcuna cognizione, chiacchierate, letture, scritture, futili giochi inventati con nulla. Perché i bambini non hanno neanche bisogno di tutti quei giocattoli di cui li sommergiamo. Ce ne accorgiamo quando gli mettiamo in mano un pennello e loro, liberi di intingere negli acquarelli, ci mostrano la loro anima. Momenti di creatività pura in cui misurarsi con se stessi, con i propri desideri, con la propria fantasia. E perché no, anche con il silenzio o il nulla. Perché queste ore vuote devono essere riempite da contenuti personali ed emozionali, che arricchiscono l’essere umano anche di più di mille nozioni.

Che senso ha mandare un ragazzino di sei anni a imparare l’inglese quando ancora non sa leggere e scrivere l’italiano? Spesso dimentichiamo che stiamo parlando di bambini, non di adulti. E che certe nozioni possono anche essere insegnate loro più tardi, oppure giocando. C’è tempo per essere grandi. Credo che sempre più spesso vogliamo portare i bambini nel nostro mondo e non siamo più in grado di calarci nel loro. I risultati, purtroppo, si vedono: I bambini sono diventati troppo seri, responsabili e tristi. Quasi non sorridono più. E questo è davvero un peccato. Credo sia molto utile osservarli, parlare con i nostri bambini, ascoltare i loro richiami. In tal modo non solo faremo il meglio per loro, ma impareremo anche qualcosa noi.

Foto in licenza CC: Wall e Permano Laboratori creativi

lunedì 15 novembre 2010

Ecologia del vivere: Di padre in figlio,Visibilia ex Invisibilibus, il sogno deve continuare.


di Stefania Taruffi
Il falegname che mi sta montando l’armadio è un uomo ancora giovane e ha una piccola azienda di falegnameria a gestione familiare. Il suo è uno di quei mestieri come l’idraulico, l’elettricista, il muratore tuttologo, diciamo anche il ciabattino, la sarta, il pasticciere e anche il panettiere e quant’altri, che potremmo definire ‘artigianali’.

In questi mestieri la manualità è data principalmente da una tradizione familiare e da una pratica tramandata di padre in figlio. Tuttavia il suddetto falegname si lamenta che il figlio, quasi maggiorenne, non solo non ha voluto seguire le sue orme, ma addirittura, vorrebbe non studiare più per fare l’attore! C’è chi sosterrebbe che questo ragazzo ha il pane (azienda avviata, padre esperto, privilegio di poter imparare per poi ereditare l’attività), ma non ha i denti, in altre parole non ha il mordente, il desiderio di continuare una tradizione, motivazioni sufficienti a restare su una strada già battuta.

Secondo l’ultimo rapporto della Confartigianato, che elabora i dati del rapporto 2010 Excelsior-Unioncamere, anche le imprese sono a corto di personale specializzato: mancano cuochi, panettieri, falegnami, pasticceri installatori e tanti altri artigiani. Nonostante la crisi e la dilagante disoccupazione, certi mestieri non li vuole o, soprattutto, non li sa più fare nessuno. E molte botteghe chiudono con la pensione, o la morte dell’ultimo discendente, mentre le aziende, nell’83,3% dei casi, restano senza trovare il personale che cercavano. Alla base di questa situazione c’è sicuramente una componente di fatica fisica e spesso anche di mancanza di volontà o motivazioni.

A volte anche di opportunità formative. Nel caso delle piccole imprese artigiane è un vero peccato, perché queste potrebbero non solo garantire continuità di lavoro al proprio nucleo familiare, contribuendo a far sopravvivere un mestiere importante, ma potrebbero diventare dei veri e propri ‘laboratori-stage di formazione’ che accolgano i giovani interessati a imparare il mestiere, da destinare poi alle aziende che ne abbiano bisogno. Il problema della continuità spesso non riguarda solo le piccole imprese artigianali, ma anche l’universo delle imprese familiari in genere, che rappresenta i due terzi del totale delle imprese italiane. C’è un’ombra che incombe su questo vasto universo: il passaggio generazionale.

L’European School of Economics di Milano ha ben presente il problema: “Per comprendere la rilevanza economico-sociale di questo fenomeno e l’importanza del family business in Italia e nel mondo, basti pensare che l’operazione di “cambio della guardia” interessa ogni anno 66.000 imprenditori per lo più ‘over 60’ e altrettante imprese che danno lavoro a oltre 220.000 dipendenti coinvolti nel passaggio del testimone da padre a figlio. Due su tre di queste imprese falliscono nel periodo di passaggio tra la prima e la seconda generazione e l’80% delle aziende a conduzione o controllo familiare scompare entro la terza generazione”. Secondo loro il problema è riconducibile a un concetto antico: ’Visibilia ex invisibilibus.

Il visibile nasce dall’invisibile’: “dietro capannoni, automezzi e macchinari, oltre a uffici e magazzini, al di là dell’esercito di dipendenti, dirigenti e fornitori, c’è il sogno di un uomo, quel colpo di diapason che ha fatto nascere tutto questo e che ancora fa vibrare ogni cellula dell’organizzazione. Consulenti e professori universitari, e professionisti di ogni genere studiano e affrontano il fenomeno del passaggio generazionale dai più diversi aspetti e sotto ogni profilo: tributario, legale, successorio, finanziario e perfino psicologico, per le ripercussioni di carattere umano, affettivo, emozionale, che originano dalla perdita dell’imprenditore o, in ogni caso, dalla sua uscita di scena.

E tuttavia qualcosa di importante sfugge a tutti: Il re è la terra e la terra è il re. Ciò significa che il destino di un’impresa, e tutto quello che ha conquistato in anni e anni di attività, è legato a filo doppio alla figura del suo fondatore, e perfino dall’integrità fisica del suo leader”. Guidato da queste intuizioni, o ipotesi pre-scientifiche, l’Istituto di Sociologia delle Organizzazioni dell’European School of Economics ha fatto ricerche nel campo dell’economia e del business scoprendo che: “ il destino di interi imperi industriali e finanziari dipende dall’integrità del ‘sogno’ imprenditoriale da cui sono nati, dall’impeccabilità del leader.

Grandi imprese, fortune imprenditoriali, così come nazioni e intere civiltà, si formano e prosperano, o si ammalano e muoiono, con il loro leader, con il loro fondatore-ideatore. Una piramide organizzativa è legata al respiro del suo leader. Un filo d’oro salda la sua immagine e il suo destino personale a quello della sua organizzazione e dei suoi uomini. Il suo sé corporeo coincide con la sua economia, come fu per gli antichi sovrani”.

Possiamo dedurne che sia nell’impresa familiare artigianale, sia in quella più articolata, a livello industriale, è sempre il Re che deve trasmettere in tempo il Sogno ai discendenti. Come riuscirci? Forse basterebbe semplicemente parlarne di più e più in profondità, credo si tratti di una questione d’imprinting. L’educazione dei figli implica anche questo, non disperdere le energie acquisite nel tempo. I vincenti lo sanno bene.

Foto: costella.it