lunedì 24 gennaio 2011

Ecologia del vivere: Avatar e social network.


di Stefania Taruffi
Da quando esistono blog, forum, siti interattivi, su internet ci s’imbatte in nickname (soprannomi) di ogni sorta e non si sa mai chi c’è dall’altra parte. Esistono da qualche tempo anche molti siti che permettono di creare un ‘avatar’, cioè il nostro ‘alter ego’, completamente costruito dalla nostra fantasia. Per questo avatar possiamo inventare una vita parallela, farlo fidanzare, costruirgli una casa su misura, scegliergli un lavoro e fargli vivere la vita che vorremmo noi. Poi sono apparsi i social network, Facebook è il più diffuso, nati soprattutto per mettere in contatto fra loro ‘persone reali’ e farle comunicare in maniera rapida e costante, con persone amiche e dai profili chiari.

Dopo un po’ però anche Fb ha cominciato a mostrare i suoi punti deboli: a parte chi lo usa professionalmente e chi si limita ‘a esserci’ in maniera asettica, la maggior parte delle persone condivide lì tutto: pensieri, opinioni, problemi, amori, desideri, sogni, disperazione. Una sorta di vetrina del sé, di cui abili manovratori della psiche umana potrebbero abusare in ogni momento. Per non parlare dell’aspetto delicato e sfumato del concetto di privacy, alla quale ognuno sembra aver rinunciato.


Bisogna dunque stare attenti a chi dare ‘amicizia’. Infatti sono spuntati anche i manovratori sotto falso nome, insieme ai ‘fantasmi’ del web, persone con nomi inventati e foto ‘prese in prestito’, che nessuno potrà mai identificare. Molti si nascondono per fare il comodo loro senza essere riconosciuti, sbandierando il concetto ambiguo che in tal modo ‘possono essere se stessi’. Ma se stessi chi, molti si domandano? Altri sono pericolosi e nascono per fare del male: pedofili, violentatori, stalker. Dare loro amicizia a volte può significare guai seri. E giacché molti minorenni, pur essendo loro vietato il mondo dei social network, hanno un profilo su Facebook, la Polizia Postale ha un bel da fare per proteggerli.


Uno dei protagonisti del film "Avatar" di James Cameron
Insomma internet e i social network possono rappresentare uno strumento incredibile di condivisione, dialogo e scambio. Di solidarietà e creazione di relazioni positive. Tuttavia, esporsi troppo al rischio del virtuale, può anche rappresentare un ‘pericolo’, sia in termini generali che personali: una sorta di rifugio in un mondo parallelo che non è la realtà e spesso collide con essa. Addirittura Papa Benedetto XVI in questi giorni si è espresso sull’argomento, con il suo messaggio divulgato in occasione della 45/a Giornata Mondiale sulle comunicazioni sociali, sul tema “Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale“. Papa Ratzinger ha affermato: “Come ogni altro frutto dell’ingegno umano, le nuove tecnologie della comunicazione chiedono di essere poste al servizio del bene integrale della persona e dell’umanità intera“, e “se usate saggiamente, esse possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano”. Esistono tuttavia “alcuni limiti tipici della comunicazione digitale: la parzialità dell’interazione – elenca il Papa -, la tendenza a comunicare solo alcune parti del proprio mondo interiore, il rischio di cadere in una sorta di costruzione dell’immagine di sé, che può indulgere all’autocompiacimento“. Secondo Papa Ratzinger, “il coinvolgimento sempre maggiore nella pubblica arena digitale, quella creata dai cosiddetti social network, conduce a stabilire nuove forme di relazione interpersonale, influisce sulla percezione di sé e pone quindi, inevitabilmente, la questione non solo della correttezza del proprio agire, ma anche dell’autenticità del proprio essere”. “La presenza in questi spazi virtuali – aggiunge – può essere il segno di una ricerca autentica d’incontro personale con l’altro se si fa attenzione a evitarne i pericoli, quali il rifugiarsi in una sorta di mondo parallelo“.

Non credo ci sia molto altro da aggiungere al suo sensato discorso. Forse, il fatto che essere se stessi rappresenta, nel bene e nel male, una virtù. E presentarsi alla luce del sole con la propria faccia esteriore e interiore, un modo per confrontarsi, crescere e migliorare se stessi, con fiducia e apertura verso il prossimo. Tuttavia, guardarsi negli occhi resta ancora il modo più bello per salutarsi, amarsi e condividere le cose della vita. Soprattutto quelle più personali.


Foto in licenza CC: Melinda_trustedeal

martedì 18 gennaio 2011

Ecologia del vivere: quando il dolore fa audience.


di Stefania Taruffi
E’ polemica sulla presenza di Francesco Nuti al programma di Barbara D’Urso “Stasera che sera”, Canale 5. L’attore e regista toscano porta ancora le conseguenze neurologiche dell’incidente domestico che cinque anni fa lo fece entrare in coma per un trauma cranico, che gli ha causato gravi menomazioni neurologiche. Dal giorno dell’incidente Francesco è muto e costretto su una sedia a rotelle. Nel programma appare sullo schermo per sei lunghi minuti, senza parlare, mentre l’ex compagna, Annamaria Malipiero, è intervistata dalla D’Urso e gli amici gli rendono omaggio. E’ importante restare vicino a chi ha dato tanto al suo pubblico ed è la televisione che deve e può farlo. Ma ci vuole stile e decoro, anche questo è un obbligo dei mass media.

L’apparizione di Nuti su quel video è stata penosa e triste. L’immagine di quell’uomo con una visibile menomazione psico-fisica che continuamente si pulisce la bava dalla bocca e piange, commosso e frastornato, ha indignato molti in questi giorni. Anche me. Un uomo perso e finito. Prima di uscire dalla scena, Nuti era un personaggio molto noto al pubblico, un uomo brillante e ironico, di grande presenza.

La vita purtroppo è severa e fa uscire dalla scena da un momento all’altro i suoi protagonisti, senza preavviso e senza via di ritorno. Quando cala il sipario e dietro si nasconde una tragedia, dolore, tristezza, malattia, credo che simili scene vadano evitate. Il malato ha un proprio mondo, dagli equilibri sfumati e delicati, fragili come il vetro e va rispettato conferendogli dignità. Spesso l’invisibile filo che ci ricollega ai ricordi, ai momenti felici, è più potente di una presenza fisica inquietante, che disorienta e rattrista. Sarebbe stato più rispettoso ricordarlo nelle parole degli amici, negli spezzoni dei film che ha diretto, nei suoi momenti migliori. Perché in fondo, è così che tutti vogliamo ricordarlo. Ed è così che merita di essere ricordato.

Foto in licenza CC: maxlider

lunedì 10 gennaio 2011

Ecologia del vivere: quando la vita diventa un peso.


di Stefania Taruffi
La vita è un dono meraviglioso, un cammino a tempo determinato durante il quale, ogni anno che passa, oltre alla saggezza e a tante cose belle, ci sono dati anche uno o più fardelli da portare. E, nonostante i pesi sulle spalle, dobbiamo trovare sempre più energia dentro di noi per andare avanti, continuando ad apprezzare le piccole gioie che questo cammino ci dona. Purtroppo la vita è anche ingiusta e distribuisce i fardelli in modo iniquo e pone sulle spalle di qualcuno macigni impossibili da trasportare, senza inciampare. Chi è forte, dentro e fuori, chi ha accanto qualcuno che può e vuole aiutarlo, riesce ad avanzare. Chi è sensibile, fragile, emotivo, soprattutto solo, senza aiuti morali e sostegni cui sorreggersi, non ce la fa. Crolla. E spesso non si rialza più, decidendo di morire. Nei nostri tempi intrisi di ‘mal di vivere’ sono sempre di più le persone, anche senza apparenti problemi, che tentano il suicidio.

Dietro quest’apparente “normalità”, si cela un abisso di sofferenza e disperazione, invisibile agli occhi del mondo e, spesso, persino agli occhi dei familiari e degli amici più cari. In Italia, secondo le statistiche, ogni giorno si tolgono la vita dieci persone. E fra questi suicidi, molti hanno meno di trent’anni. La persona che pensa al suicidio, spesso depressa, vive in uno stato di silente disperazione alla quale non riesce a trovare altra soluzione che la soppressione della vita e con essa, di tutti i problemi. Alcune persone non riescono a trovare un significato alla propria esistenza, niente le appassiona o le emoziona più. Non si sentono depresse, semplicemente vuote e spente. Apparentemente hanno una vita normale o addirittura soddisfacente, ma dietro la maschera di normalità, si nasconde una profonda insoddisfazione. Altre ancora hanno subito un trauma, perso una persona cara, il lavoro, subito una delusione in settore su cui avevano puntato tutta la loro esistenza. A volte, tra i giovanissimi molti si tolgono la vita anche solo per una bocciatura a scuola, una delusione sentimentale o d’amicizia. Situazioni comuni che non meriterebbero un gesto così estremo.

Non è facile generalizzare quando si parla di un tema così sfumato e delicato. Ogni storia, ogni vita è a sé, avvolta dalle nebbie della propria interiorità, intrisa del proprio vissuto, dell’ambiente familiare e sociale in cui si trova a vivere. Tuttavia credo che alla base dell’infelicità che porta alla morte, ci sia soprattutto tanta solitudine e mancanza d’amore. Spesso, con la propria morte, il suicida vuole colpire la persona che più l’ha fatto soffrire in vita: può trattarsi di un genitore, del partner, del gruppo di amici, di un fidanzato/a. Il suicidio è un atto di forza dettato dalla rabbia e dietro alla rabbia, c’è sempre una richiesta d’amore: l’aspirante suicida spera di ottenere con la sua morte quell’affetto e quella considerazione che non è riuscito ad ottenere da vivo. E con il senno del poi, forse, chi poteva aiutarlo a trovare soluzioni tese a lenire quella profonda disperazione-, l’aiuto più efficace – non ha saputo farlo. Genitori, nonni, parenti, amici, compagni che hanno vicino una persona infelice e disperata, in preda a situazioni estreme e difficili da sopportare, o semplicemente molto depressa, non dovrebbero mai lasciarla sola. Non solo a parole, anche proprio fisicamente. Il calore e l’affetto, la presenza, i consigli e le soluzioni pratiche che possiamo dare a una persona sofferente, sono la medicina più potente che esista.

A tutto c’è sempre un rimedio. Nulla è definitivo. Tutto può cambiare se noi lo vogliamo e se qualcuno ci indica la strada prendendoci per mano. Perché è solo l’amore, che guarisce la vita.

lunedì 3 gennaio 2011

Ecologia del vivere: un 2011 pieno di speranza


di Stefania Taruffi
In un negozio riecheggiava la considerazione a voce alta di un uomo: “Non ho incontrato neanche una persona sorridente, tutti musi lunghi. Che tristezza, ma è Natale!!!!”. Mi sono soffermata un attimo a riflettere su questa frase e uscendo, ho cominciato a guardarmi in giro per cercare un sorriso felice. Il risultato è stato piuttosto deludente: nessun sorriso, solo facce scure e pensierose. Sguardi abbassati e passi veloci. Non è il tempo dei sorrisi il nostro. Da molti anni viviamo una recessione senza fine, mancano punti di riferimento sociali, politici e anche familiari. Sembra che tutto si voglia disgregare, famiglie, aziende, fatturati, valori. Tutto è fermo, bloccato, non solo l’economia. Non ci sono segnali di crescita, sviluppo e nemmeno obiettivi che ci diano la speranza di un miglioramento a breve-medio termine. La maggioranza delle persone non vive, sopravvive. Fa riflettere la recente notizia di Banca d’Italia che solo il 10% delle famiglie italiane detiene il 45% della ricchezza nazionale.


Molti perciò vorrebbero di più: in termini di possibilità di carriera, di miglioramento economico, di potere d’acquisto. Per non parlare della salute, degli affetti duraturi e perché no, anche di divertimento. Forse non dovremmo attendere il miglioramento dal cielo, ma diventare noi stessi più creativi: in un mondo buio e senza luce forse siamo noi che dovremmo riaccendere le candele della speranza. Se la vita non ci offre quello che desideriamo, dobbiamo imparare a costruircelo, con pazienza e umiltà. Dobbiamo porci obiettivi e lavorare con serietà e passione per raggiungerli. Prepariamo il nostro Piano previsionale 2011 per la nostra azienda-vita. Non ha senso porsi obiettivi impossibili e irraggiungibili, quelli sono chiamati sogni: teniamoli in un cassetto però, non si sa mai. Dobbiamo trovare il coraggio di uscire da questa dilagante passività in ogni campo e renderci parte attiva per il Cambiamento. Forse la chiave è proprio questa: “Trovare il coraggio del Cambiamento”, quale Mission di Vita.

Cominciando da noi stessi. Rinnovare le energie interiori, cercare nei lati oscuri del nostro carattere e quindi della nostra vita, ci aiuterà a identificare quello che non va, ciò che non ci piace. Rovistare nei meandri delle nostre esistenze con coraggio e audacia credo sia la strada migliore per identificare un orizzonte da raggiungere, un obiettivo che gli uomini di marketing definiscono Co.Mi.Co. (Concreto, misurabile, compatibile), che è per ciascuno diverso. Poi occorre tenacia, audacia, lavoro sodo, perseveranza, pazienza, strategie per realizzarlo.

Ci sono cose difficili da cambiare, altre realizzabili, alcune impossibili e come disse saggiamente S. Francesco d’Assisi: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. Per fare questo ci vuole coraggio, ma anche speranza. E la speranza la troviamo in noi stessi, ma può anche esserci donata da situazioni felici e positive che ci attraversano la strada. Per trattenere la speranza dobbiamo impegnarci, affinché essa resti con noi a lungo, infondendoci energia e pensieri positivi. Purché ci impegniamo a farla rinascere anche al di fuori delle nostre quattro mura, del nostro ambito personale. Ad infonderla anche negli altri. Se ciascuno di noi s’impegnasse di più anche in ambito sociale, politico, civile, ambientale forse potremmo tutti contribuire a creare una speranza collettiva, un nuovo ideale comune che ci dia il coraggio di cambiare in positivo la società, migliorandone gli aspetti negativi che tanto contribuiscono alla nostra insoddisfazione personale.

A tutti i lettori di Italiamagazine auguro un 2011 pieno di Speranza, ma anche di coraggio. Il coraggio del Cambiamento.

lunedì 20 dicembre 2010

Ecologia del vivere: Natale e i regali del cuore.


di Stefania Taruffi
Si avvicina il Natale e con esso il momento dello scambio dei doni. Per molti questo momento è diventato più un problema, che un piacere. Forse perché, come per molte cose, non ci si mette più amore nel farli e sono diventati un fatto commerciale, uno scambio dovuto e sempre meno sentito. Il regalo è considerato per lo più solo un oggetto materiale da scegliere in fretta, acquistare, far incartare al negoziante e di cui sbarazzarsi al più presto, consegnandolo nelle mani di familiari e amici, che se lo aspettano. E meno amore si mette nel farlo, più si corre il rischio che non sia gradito e sia relegato nel cassetto del riciclo o in cantina, in attesa di un destino incerto.

Possiamo regalare le cose più costose e importanti, ma non dobbiamo mai dimenticare che il valore di un regalo è stabilito dall’amore con cui lo scegliamo per una certa persona e dall’energia che infondiamo in quell’oggetto. Energia che sgorga al cuore e che l’oggetto assorbe e rilascia a chi lo riceve. E’ semplice acquistare qualcosa, più difficile è trasmettere gli auguri del nostro amore agli altri, per avvolgerli di luce e ricordare alle persone che amiamo quanto siano importanti per noi e quanto vogliamo loro bene, attraverso un regalo materiale che ci rappresenta materialmente e spiritualmente. Per chi sa andare ‘oltre’ il regalo diventa un modo per donare qualcosa di sé, in maniera unica e personale. Alcuni popoli antichi, nella loro saggezza, infondevano nel rito del dono un’aurea di sacralità ed esso diveniva un modo per dimostrare i propri pensieri e sentimenti, proprio perché l’oggetto materiale era pieno dell’anima di chi lo donava e l’anima era considerata sacra. Ogni oggetto può avere un’anima, ma siamo noi a dargliela. Basterebbe poco. Un bigliettino personale nel quale esprimere affetto, vicinanza, affinità. Una telefonata che lo preceda. Un gesto affettuoso che lo accompagni. Una confezione fatta con le proprie mani scegliendo con cura ogni dettaglio, dal disegno della carta che lo avvolge al bigliettino, al messaggio immateriale che lo accompagna.

Gli eletti invece, quelle poche persone che sanno dare un grande valore ai sentimenti e al benessere interiore che gesti e sentimenti sanno generare, non hanno bisogno di acquistare nulla nei negozi, né di ricevere doni materiali. Per queste persone lo scambio dei doni avviene a un livello più alto che sottintende il dono di sé, del proprio amore, di un gesto che renda felice l’altro e lo colmi di quanto più bello esista al mondo, il dono d’amore. Vi auguro davvero un Natale pieno di questi doni!

Foto: Albetta19.wordpress.com

mercoledì 15 dicembre 2010

Ecologia del vivere: molte cose si possono aggiustare.


di Stefania Taruffi
Negli anni passati abbiamo assistito a un tracollo finanziario mondiale, che ha prodotto un radicale cambiamento nelle economie di tutti i paesi. Anche se non se ne parla molto in termini catastrofici, la grande crisi scatenata dal deficit accumulato dai governi e dalle speculazioni finanziarie internazionali ha prodotto degli effetti sistemici generalmente sottovalutati.

La cultura del breve termine, diffusa fino a qualche anno fa ovunque, ha generato in passato ricchezze volatili e facile accesso al credito da parte di aziende e di privati, spingendo a un consumismo sfrenato attraverso l’indebitamento e portando molti a vivere oltre le proprie possibilità. Ora i tempi dell’usa e getta sono finiti e anche la società italiana ha subito uno scossone e si è ridimensionata. La maggior parte degli italiani non arriva più a fine mese. L’euro continua ad avere uno scarso potere d’acquisto e i prezzi ancora oscillano in balia degli interessi delle categorie e dei costi di produzione, mentre gli stipendi non aumentano e spesso sono troppo bassi per far fronte alle crescenti spese. Le piccole medie imprese sono in difficoltà, le attività commerciali non ce la fanno, soprattutto nelle grandi città. In generale dunque si consuma meno, ma sta succedendo una cosa molto importante: il cittadino sta imparando a valutare e a scegliere. E sceglie in base al giusto rapporto qualità/prezzo, a volte sceglie anche di rinunciare per necessità. Non viene più tanto sedotto dal frenetico consumismo.

Questo fenomeno di riduzione rilevante dei consumi produce un ritorno all’antico valore del rammendo, del rattoppo, dell’’aggiustare’ anziché gettare via un prodotto cui si tiene. E in questi momenti rispuntano sul mercato piccole attività gestite da artigiani, spesso stranieri che, con poco, ci aggiustano ogni cosa. Qualche anno fa erano scomparsi i piccoli laboratori d’informatica. Ora sono riapparsi e con poco risolvono piccoli-grandi problemi senza dover ricomprare un pc. La bottega del mio calzolaio è gestita da ragazzi peruviani e la comparsa dell’attività in zona è stata molto gradita: allungano la vita delle scarpe di qualche anno e non è poco, con quello che costano. Il negozio è pulito, ordinato, pieno di accessori di ogni tipo, da loro entri con una scarpa da buttare e te la restituiscono, con un sorriso, aggiustata e lucidata a nuovo. La piccola sartoria gestita da donne ucraine è sempre piena: rammendano, restringono, allungano, rattoppano e spesso, fanno dei veri e propri miracoli. Il tutto a costi bassissimi.

Soprattutto le donne sono molto felici di queste piccole realtà, perché nessuna ha più molto tempo, ma diciamo la verità, anche la capacità: poche sanno attaccare un bottone. Sono lontani i tempi in cui le madri insegnavano il ricamo e il punto a croce alle proprie figlie. Le macchine da cucire sono considerate strumenti per professionisti, quando invece ogni donna dovrebbe averne una a casa e saperla usare all’occorrenza. E’ facile come cucinare. Forse manca in generale la voglia di fare. L’emancipazione femminile ha fatto scomparire anche queste piccole virtù, che all’occorrenza, sono molto utili. Tuttavia credo che di questi tempi molte donne, (ma anche uomini), si siano almeno muniti di ago, filo e buona volontà. Necessità fa virtù. Per tutto il resto, sono tornate di moda le botteghe artigiane.

Foto in licenza CC: Christian Demma

lunedì 6 dicembre 2010

Ecologia del vivere: Bambini e montagna, è davvero vacanza?


di Stefania Taruffi
Premesso che i miei genitori mi hanno messo sugli sci a sei anni e che da allora faccio (almeno) una settimana bianca l’anno, anche in questo autunno, in prossimità del freddo e di una partenza in avvicinamento, mi trovo a fare le stesse riflessioni sul delicato argomento. Sarà che nonostante gli anni passati sugli sci, nessuno è riuscito a farmi innamorare del freddo e della fatica che provo ogni volta che vado in montagna d’inverno. Amo i paesaggi montani innevati e finché ero senza figli, riuscivo anche a trovare le energie necessarie per attraversare indenne quella settimana infinita. Poi è accaduto l’irrimediabile. Con due bambini in crescita, ogni anno occorre rinnovare completamente l’abbigliamento. Per non parlare del lungo viaggio in macchina deliziato da ore di lamenti, nausee e continue necessità alimentari o e fisiologiche. Per non parlare delle favole o le canzoni dello Zecchino d’oro, in onda per ore per deliziare i pargoli. Poi c’è il freddo e i bambini odiano il freddo. Affitta gli sci, prova cento scarponi per capire se calzano, insegna loro a camminare con quei pezzi di plastica ai piedi in bilico sulla neve ghiacciata, iscrivili alla scuola sci e finalmente arriva il primo giorno di lezione in cui già sogni due orette di libertà. Falso! Uno dei due bambini stai sicuro che piange perché non ci vuole andare e in genere ti ritrovi a passeggiare con lui per il paese deserto e noioso, ragionando sui motivi di questa ‘assurda’ mancanza di coraggio. Quando finalmente entrambi i figli si sono convinti di andare a lezione di gruppo, inizia la faticosissima corsa mattutina alla colazione/vestizione. Superata la prima, con lunghe soste al buffet, già in notevole ritardo, ci si deve vestire: per mettere tutti gli strati a ciascuno ci s’impiega una vita e guai a dimenticare i calzini, gli occhiali o i caschetti nella stanza: pena non trovi più nessuno alla paletta della scuola sci e passi tutta la mattina a rincorrere il maestro sulle piste, con figlio al seguito. Il tempo in montagna è sacro, ancora più che in città. Infilarsi tutti gli scarponi e riuscire a guadagnare un posto sull’eventuale funivia che porta agli impianti è un’altra impresa ardua. Pressati come sardine in una cabina di ferro non è poi il massimo, specie per i piccoli gnomi che si guardano intorno disperati e il cui sguardo perso sembra voler dire: ”Ma tutti questi giganti dove vanno?”.

Alla fine si raggiunge l’ambito traguardo della vetta, dove i maestri di sci attendono genitori e figli con un ghigno sulle labbra, che di solito non piace ai bambini che, guarda caso, proprio in quel momento si ricordano di dover andare in bagno. Sembra facile con tutti quegli strati d’abbigliamento! I bisogni primari in montagna dovrebbero diventare secondari, perché quasi impossibili da realizzare. Sospiro di sollievo. In realtà la vera vacanza dei genitori è racchiusa in quelle due ore di corso dei propri figli, con l’orologio in mano e solo percorsi brevi, che permettano di rientrare in orario per riprendere la ciurma. Poi arriva il pranzo. Le baite sono strapiene di gente affamata e anche quella meta è impegnativa, tanto da far passare la fame.

Certo è bellissimo osservare i fiocchi di neve appoggiarsi sui rami, ma di poetico, in tutto il resto, c’è poco. Gli alberghi pieni di bambini sono un concentrato di virus senza paragoni e certamente, qualcuno prima o poi se li prende, uno ma anche due o tre insieme. I virus montanari sono noti per la loro potenza e per aver uno spiccato spirito di gruppo. Allora è davvero finita! Il famigerato virus è di solito in cerca di tante vittime ed è ben felice di far ammalare entrambi i figli, ma non insieme, troppo facile. A distanza di due giorni, a catena. In modo tale da costringere uno dei genitori o entrambi, a turno, a restare chiusi nella stanza d’albergo tutto il giorno, tutta la settimana.

Finita la vacanza ce ne vorrebbe un’altra per riprendersi!. I genitori appassionati di neve, che intendono tramandare la pratica di questa disciplina e l’amore per la montagna ai propri figli, sono dei veri e propri eroi. E il risultato non è poi neanche garantito. Capace che i figli, come me, non vedano l’ora di attaccare gli scarponi di plastica al chiodo e sognino un atollo in cui girare scalzi e in pareo, al caldo tepore dei tropici. Dove anche i bambini, secondo me, sarebbero più sereni. E poi, c’è sempre lo sci d’acqua.

Foto in licenza CC: Daniele Romagnoli