venerdì 20 agosto 2010

Ecologia del vivere: i nostri sensi.


di Stefania Taruffi

I sensi sono le vie che portano all’anima e la vista è forse la via più diretta, che ci conduce dentro all’essenza delle cose e delle persone. Gli occhi ne sono lo strumento vivo che ci fa guardare tutto, ma vedere è tutt’altra cosa. Guardare è semplice, istintivo, elementare, non richiede impegno. Vedere è andare oltre, significa anche desiderare, amare, conoscere. Quanto sono belli gli occhi! Quanto è meraviglioso riuscire a vedere con lo sguardo curioso di un bambino!. Aprire gli occhi e vedere il primo raggio del mattino, la luce, le ombre, le sfumature. I colori, i dettagli del mondo, la bellezza, le infinite varietà di forme e di vita. Vedere e stupirsi! Restare a bocca aperta, immobili, entusiasti, stupiti. Delle cose belle, di quelle strane, anche di quelle brutte. Non occorre andare lontano per stupirsi, l’importanza è nello sguardo, non nella cosa guardata. Il problema del nostro tempo è che si scivola sulle cose, senza avere il desiderio di penetrarle. Noi guardiamo senza vedere, senza mai entrare in un rapporto di reciprocità con le cose viste. Proviamo a coltivare una disponibilità dello sguardo, un’attenzione fluttuante verso tutto ciò che ci circonda, con gli occhi di quando si era bambini, con curiosità inesauribile, senza far interferire il nostro giudizio, i preconcetti, le esperienze, la nostra cultura e educazione. Solo allora potremo renderci conto che ciò che ci appariva insignificante si rivelerà ricco di significato e ci trasmetterà qualcosa di unico. Allora saper guardare significherà voler vedere in ogni istante tutto quello che esiste intorno a noi e farlo nostro, restando nel flusso dell’esistenza.

lunedì 9 agosto 2010

Ecologia del vivere: stelle e desideri.


di Stefania Taruffi
Alla vigilia della notte di S. Lorenzo, mi stendo sul lettino del mio terrazzo sul mare e scruto avidamente il cielo: dovessi scorgere una stella cadente qualche giorno prima, mi tolgo il pensiero, perché la notte delle stelle sarò chiusa nella cabina di una nave, senza neanche l’oblò. Di stelle ce ne sono tante, il cielo ne è stracolmo. Mai nessuna che cada. Nessuna che mi regali un sogno. Mettiamoci che sono anche molto miope, l’impresa diventa ardua. E poi, diciamolo chiaramente: non c’è più il cielo stellato di una volta, un po’ come la mezza stagione. Il problema è l’eccesso di luce. Da quando hanno inventato l’elettricità, siamo usciti dal buio. Forse per la nostra atavica paura, ci siamo inondati di luce per proteggerci dal buio e siamo arrivati all’eccesso: troppa illuminazione, che ci ha portati addirittura all’inquinamento luminoso. Eppure in sere come queste, ci rendiamo conto di quanto la luce nasconda e l’ombra invece, riveli. Spesso mi sono domandata cosa porti milioni di persone nel mondo a cercare il buio una volta l’anno solo per attendere una stella speciale che si riveli a noi. Sono arrivata a una conclusione: siamo pieni di desideri. Lasciarsi sfuggire un’occasione per vederne realizzato almeno uno, sarebbe una follia. Ci attacchiamo proprio a tutto per ritagliarci un’illusione, un sogno. L’ultima stella cadente che ho visto però, una palla di fuoco stagliata nel cielo buio di un paesino austriaco di montagna, due anni fa, mi ha un pò deluso: il mio desiderio non si è mai realizzato! Ci rimango sempre un po’ male, ma alla fine è solo una stella nel cielo, una fra milioni, perchè dovrebbe farsi un giro nel mio cielo e addirittura realizzare un mio desiderio! Ma la magia è proprio in questo: in quelle ore distesi a guardare il cielo, non solo ristabiliamo il contatto perduto con il cosmo, ma soddisfiamo anche un desiderio di unicità, di essere prescelti da una stella su un miliardo. Sì noi, proprio noi! E in quel momento, ci sentiamo pieni di felicità.
Foto in licenza CC: Luana 183

lunedì 2 agosto 2010

Ecologia del vivere: estate chic o sciatta?


di Stefania Taruffi

E’ arrivato il tempo delle vacanze e quindi delle valigie. Come tante donne, anche io apro l’armadio traboccante e mi deprimo. E’ colmo di vestiti che non metto quasi mai, perché ogni giorno indosso sempre i miei preferiti: un vestitino scollato, acquistato su una bancarella, oppure gli short di Subdued con la canottiera abbinata, identici a quelli di mia figlia tredicenne. Mi fanno stare bene. Basta non entrare vestiti così in zona Vaticana, dove ora è severamente vietato inoltrarsi se abbigliati in maniera inadeguata. Hanno bloccato un’anziana signora sbracciata, che dopo un lungo viaggio in autobus dalla periferia, pare abbia dato in escandescenze e non ci sia stato verso di fermarla. Nella farmacia però, dopo le accese proteste, è riuscita ad entrare. Più che i valori mi pare che la Chiesa voglia salvare le apparenze. Salvo poi proteggere e tutelare i preti pedofili, quelli non oltraggiano il pubblico pudore! Misteri della fede! Abbasso lo sguardo e le sette scatole ricolme di scarpe tacco 12 si lamentano ammuffite dall’umidità invernale. Le guardo con un ghigno impietoso e rispondo loro che: “eh no, care mie, al massimo posso togliervi la muffa, ma non posso portarvi in vacanza! Magari il prossimo anno!”. Ci rimangono sempre molto male, ma ormai ci sono abituate. Le ciabattine di Positano reclamano dal basso del loro comodo piattume, loro sì che me le porto. Sarà il caldo, ma ho poca fantasia. D’altronde andrò in giro con famiglia e amici per isole, su un gommone, dunque a cosa servono tanti vestiti e mise eleganti?. Basta qualche costume e magari la crema solare, quella non deve mancare mai, perchè ad una certa età vengono pure le macchie. Distolta da questo pensiero estetico mi guardo allo specchio e sì, ultimamente non sono molto curata. Certo queste palpebre cominciano a calare, griderebbero le iper-ritoccate. Gli occhi arrossati bruciano a furia di scrivere al pc. La pancetta poi, non ne parliamo Mi consolo pensando che ora vanno di moda le donne in carne e il fascino delle quarantenni. Forse sono solo molto stanca. Se non altro non sono divorziata, o indagata, che va tanto di moda. Per fortuna neanche ho vizi banali di droga e in ogni modo nessuno mi avrebbe mai offerto la conduzione di Sanremo. Resta il fatto che di Belen ce ne è una sola, peggio per il Festival. Vuol dire che ingaggeranno di nuovo la Clerici a suon di milioni. Lei sì che è in linea con la tradizione e il buon costume italiani. Nei privè neanche mi invitano, per fortuna non devo competere per arrotondare. Tanto meno devo sedurre calciatori, non sono proprio i miei tipi! Sì amiche mie, sono soddisfazioni. Dal parrucchiere poi non ci vado, va bene così, il look selvaggio fa tendenza. D’altronde di questi tempi, fatti due conti, occorre fare dei tagli: si risparmia sulla messa in piega settimanale, la perfetta pedicure, i quintali di trucco e non si va nemmeno per saldi! E sono tante le donne che questa estate sono stanche delle cure ossessive, delle costose manutenzioni e dell’abbigliamento impeccabile. A guadarsi intorno ci si deprime: la concorrenza è feroce, ossessionante, direi quasi umiliante. Fa venire la depressione alle più sensibili. Siamo circondate da donne curatissime, bellissime e perfettissime. Dai 14 ai 75 anni, veline o velone, donnine o donnone. E alcune sono davvero ridicole. Soprattutto, sono tutte uguali! Così io mi ribello e diserto. Mi trucco poco, non mi pettino e mi infilo il vestitino della bancarella con le ciabattine di Positano. E invece della borsa Fendi, infilo i miei milioni d’impicci nella comoda borsa di stoffa acquistata in una delle mie peregrinazioni sulle isole pontine. Mi ricorda quei fantastici fine settimana. D’altronde le ultime tendenze che definiscono i parametri del nuovo lusso, non si identificano nei marchi e nell’ostentazione, ma nei dettagli informali e unici, originali e personali. Di questa tendenza di certo non era a conoscenza la borgatara romana spiata nel Mc Donald di Piazza di Spagna, integralmente firmata , forse fino al microperizoma esibito in trasparenza. Giovanissima e molto carina. Chissà com’era dentro. Non lo saprò mai. In compenso le due ragazze cicciotelle e un po’ sciatte che nessuno si è girato a guardare, hanno regalato alle mie figlie i due bicchieri della coca cola avuti in omaggio alla cassa. Di gare se ne devono già fare tante oggigiorno e quelle sul piano estetico sono le più estenuanti e sono anche quelle che danno meno soddisfazione ad una certa età e vista l’ampia gamma d’offerta disponibile. Magari ce ne fossero (di gare) per la corsa alla gentilezza, all’altruismo e all’educazione. Abbandono l’armadio e mi guardo in giro. Piuttosto mi porto il pc e i libri. Quelli sì. D’altronde partirò con la mia migliore amica e donne anche molto belle, non più giovani ma naturali e vitali, che anche se spettinate, sanno intrattenersi sotto il sole cocente di 40 gradi con discorsi interessanti e profondi, ironia e garbatezza e magari tirano fuori un fornelletto e ti fanno il caffé, quando tu, nel mezzo del nulla lo stai sognando ad occhi aperti. Non è solo una questione d’età, ma di predisposizione d’animo. E non è una gara. Ci si rilassa veramente e si viene apprezzati per quello che si è. Oppure no. Ma stai bene lo stesso. Se questo stile più ‘easy going’ venisse applicato, ogni tanto, anche in Italia come accade normalmente nel nord dell’Europa, il clima generale sarebbe più naturale, autentico, non quello di una fiction televisiva con tutte le donne in fila per il posto d’attrice principale.
A Settembre poi si vedrà, magari mi rimetto in forma e rilancio lo stile sportivo chic, a me caro. Ma ora è andata così.
In tiro o sciatte, auguro comunque a tutte le lettrici (ma anche ai lettori) d’Italiamagazineonline, una felice vacanza, per chi la deve ancora fare. Continuate a leggermi, Ecologia del vivere non andrà in ferie.
Foto in licenza CC: Violator3

mercoledì 28 luglio 2010

Ecologia del vivere: comunità trasversali e "Creativi culturali".


di Stefania Taruffi
Non tutti sanno esattamente chi siano i ‘Creativi Culturali’ eppure solo a sentirlo il termine piace molto: la creatività nella cultura porta sempre novità e cambiamenti. Essi sono salutari nelle società ‘stanche’ e svuotate nell’anima. Ma chi sono i Creativi Culturali ? Si tratta di una comunità trasversale molto diffusa in tutto il mondo, che sta diventando la protagonista di un nuovo modello culturale basato sulla qualità della vita, applicabile in tutti i campi: la famiglia, gli affetti, l’ambiente, la salute psicofisica, la realizzazione personale, l’impegno, il senso di responsabilità, il progetto di un’economia etica, la ricerca del benessere nel lavoro e in assoluto, nella vita. E’ questo l’identikit tracciato nel libro “Creativi Culturali- Persone nuove e nuove idee per un mondo migliore” di Enrico Cheli e Nitamo Montecucco, con la partecipazione di Ervin Laszlo e Paul H. Ray- Xenia Edizioni, in cui per la prima volta si analizza questo movimento raccogliendo i risultati di ricerche sociologiche raccolte in Italia, America, Francia, Giappone, con un linguaggio comprensibile a tutti. Il risultato è sorprendente: 80 milioni di persone nel nostro pianeta si riconoscono nel profilo dei Creativi Culturali. In Italia il 35% dei 1728 intervistati. Tutti insieme, stanno creando un movimento trasversale capace di riscrivere le priorità e definire con chiarezza valori e bisogni. Essi non sono ancora emersi come fenomeno perché non sono rappresentati da club ufficiali, organizzazioni, chiese, o gruppi politici: sono appunto ‘trasversali’, al punto, sostiene Paul H. Ray, da aver deciso la vittoria elettorale di Barak Obama. E’ una società invisibile che cresce del 3 per cento l’anno, un modus vivendi che permea le esistenze di molte persone. Lo possiamo misurare attraverso l’aumento dell’interesse per i prodotti naturali, per le medicine alternative, i seminari e corsi legati alla crescita spirituale e allo sviluppo personale, per la ricerca di una dimensione lavorativa più umana e accettabile, poiché sono in pochi a credere ormai che nel lavoro si possa trovare la felicità. Specie in questo momento storico in cui assistiamo a una triste mancanza di prospettive, di carriere, di traguardi raggiungibili, di possibilità di scegliere il mestiere preferito. I Creativi Culturali sono coloro che trovano il coraggio di fare scelte difficili, piccoli o grandi cambiamenti di vita per raggiungere una maggiore serenità, un equilibrio con se stessi e con gli altri, in un certo senso, la felicità. E questa felicità la cercano soprattutto (per trovarla) nella ‘qualità della vita’, che oggettivamente risiede in ogni dimensione equilibrata sia nella sfera personale e familiare, che in quella sociale, ambientale e planetaria. La scelta di un’etica di vita meno legata al superfluo, al materialismo, quanto piuttosto ancorata ai valori e agli affetti. Solidarietà contro individualismo, autorevolezza anziché autoritarismo, cooperazione anziché competizione. Chi può essere contrario? Siamo in molti a ritrovarci in questi valori e dunque i Creativi Culturali, che non si definiscono tali, ma vivono secondo questi modelli, sono molti di più di quelli intervistati e si nascondono tra le persone comuni. E si sa, le più grandi rivoluzioni si formano nell’humus delle vite comuni, nascono dai bisogni concreti della gente che, stanca, propone nuovi modelli culturali. E con internet, la loro diffusione e condivisione è capillare e veloce. Sarebbe auspicabile ritrovare qualche Creativo Culturale anche in politica, o nei posti-chiave di aziende e strutture pubbliche, ma i cambiamenti più difficili, si sa, sono lenti, tuttavia, si spera, non impossibili.
Foto in licenza CC: Julia

giovedì 22 luglio 2010

Ecologia del vivere: Il nuovo lusso- Cibo.


di Stefania Taruffi
Anche nel cibo il nuovo lusso si contraddistingue con uno stile più personale, misurato, essenziale, eco-compatibile. Soprattutto deve rappresentare l’essenza della ‘qualità’, che non è più insita nei prodotti esclusivi, costosi e gourmand, quanto piuttosto in quelli rispettosi dell’equilibrio del pianeta. Quello che interessa oggi è il valore etico, ecologico e sociale espresso dal cibo. Sta emergendo, infatti, una nuova ‘cultura alimentare’ che è permeata di orgoglio delle proprie radici e d’impegno nel salvaguardare le varietà locali della terra in cui viviamo. Dopo il boom del biologico, che tiene conto dell’intero ecosistema agricolo senza l’utilizzo di fitofarmaci o concimi chimici e con attenzione all’impatto ambientale, sono tornati ora di moda tra gli eco consumatori l’orticello casalingo e la carne a chilometro zero (così si elimina la CO2 emessa durante i trasporti). Una mela raccolta con le proprie mani, la verdura che arriva dal proprio orto (anche al mare o in città), un olio prodotto come duemila anni fa con le olive raccolte in Sicilia, sulle terre sottratte alla mafia in aree riqualificate con le armi del gusto e dell’impegno sociale. Non solo sono importanti i valori nutrizionali del cibo, ma anche la provenienza e la garanzia di genuinità. Mangiare ‘buono e pulito’, arricchendo la propria tavola di prodotti equo-solidali che ci danno l’illusione di poter contribuire a migliorare il mondo. E’ questo il ‘plus’ che sta emergendo dalle nicchie degli attivisti e dai salotti chic dove non sono più allestiti banchetti trionfanti di abbondanza e spreco. Invece del caviale russo, va di moda quello allevato nel parco del Ticino, una realtà agricola protetta con prodotti certificati bio, formaggi e ricottine di origine controllata. Anche il nostro spumante batte in popolarità lo champagne. L’esclusività è data dal mangiare il cibo della propria regione, spesso di un produttore specifico dal quale si può acquistare direttamente, riducendo così i passaggi, diminuendo i prezzi al consumo e salvaguardando la freschezza e la genuinità del prodotto. L’ultima tendenza eco-chic è il progetto ‘Le verdure del mio orto’ (www.leverduredelmioorto.it), che ci dà la possibilità di scegliere la pezzatura del terreno in una certa regione, decidere quali ortaggi far coltivare e poi riceverli direttamente a casa pagando una quota periodica.
E non dimentichiamo anche il ‘design’: mangiamo prima con gli occhi che con la bocca, pertanto l’aspetto deve essere curato e l’accostamento dei colori, impeccabile. Ed ecco che nella buona tradizione del nuovo lusso, il piatto ci dona anche un’emozione attivando tutti i nostri sensi. E intanto, ci racconta una storia: del luogo di provenienza che ci evoca o dell’amore che abbiamo infuso noi stessi nella terra, riappropriandoci di un contatto con essa, ormai perso nelle strade della modernizzazione.

Foto in licenza CC: Candido33

lunedì 12 luglio 2010

Ecologia del vivere: Il nuovo lusso - Viaggi.


di Stefania Taruffi
Da qualche tempo ci vengono proposti slogan del tipo: “Non è importante la meta, quello che conta è il viaggio”. Questo riflette la nuova concezione di vita (e di viaggio) che sta emergendo negli ultimi anni, finalizzata a un ‘percorso’ emotivo, slegato da un obiettivo preciso. Non è tanto il ‘luogo’ di destinazione che conta, ma quello che esso rappresenta per noi, le emozioni che esso ci provoca nel raggiungerlo e viverlo. Viaggiare è sempre più il piacere di confrontarsi con culture che alimentano la nostra conoscenza, abbandonare i confini del quotidiano, della routine piena di doveri e sacrifici, di ‘gabbie’ che ci costringono a orizzonti limitati. Nel viaggio oggi si cerca una nuova dimensione del vivere, di più ampio respiro, quella che c’è preclusa dai ritmi frenetici di ogni giorno e dagli spazi angusti in cui siamo costretti a vivere: il lusso del viaggio diventa una questione di spazi e di silenzi. Una ricerca di benessere emotivo, fisico e intellettuale in una sorta di ‘slow mood’, di rallentamento dei ritmi. Per dilatare il tempo c’è chi medita, chi trascorre le vacanze nella propria casa al mare, in montagna o campagna, riscoprendo piccoli e semplici piaceri. Chi va a pescare e chi si immerge nella natura. Ognuno secondo i propri desideri. Bastano pochi giorni per cambiare il proprio mood energetico e passare dal respiro breve, a quello lungo, profondo e calmo.
“Nella scelta della vacanza, lo spartiacque dell’esclusività non è più il denaro” spiega Michael J. Silverstein, autore con Neil Fiske del libro “Trading up. La rivoluzione del lusso accessibile”(Etas). “Ma il valore emozionale e simbolico del viaggio che deve staccarci e staccarsi dalla standardizzazione e dalla ripetitività del quotidiano”. Pertanto quello che rende appetibile un viaggio non è tanto la tipologia di albergo o la classe del volo, quanto un raffinato mix di elementi ogni volta unici, che danno la possibilità di avventurarsi lungo le geografie interiori incontrando realtà e luoghi che aumentino lo spessore dell’essere, la consapevolezza, l’equilibrio interiore. Che ci pongono in intimità con la natura, il mondo e, perché no, anche un po’ di più con noi stessi.
Foto in licenza CC: playsoda

mercoledì 7 luglio 2010

Ecologia del vivere: Il nuovo lusso - Cura di sè.


Di Stefania Taruffi
Se ne parla molto, ma in cosa consiste il nuovo concetto del lusso? Lo studioso francese Jean Castaréde nel suo libro Le Luxe(Puf, su www.amazon.fr) afferma: “Il lusso non è un oggetto, ma un segno. Distintivo, sempre più soggettivo”. Significa esprimersi e circondarsi di ciò che ci rappresenta veramente, per condividerlo con gli altri. Non più omologazione, ostentazione e neppure abbondanza. Non vanno più di moda gli stili dettati dagli altri. Il nuovo lusso è diventato molto personale, essenziale, semplice, rispettoso degli ‘altri’ e dell’ambiente, in un generale tono di understatement. Si coniuga dunque con la cultura, le emozioni, la bellezza, il bisogno assoluto di qualità e autenticità, che spiega il forte ritorno, negli ultimi anni, alla natura e ai suoi prodotti. Il nuovo lusso è interiorizzazione di esperienze: emozionali, sensoriali, olfattive, relazionali, di ‘contatto’. Attimi di vita personali e unici, da assaporare, portare con sé e condividere con le anime affini.
Anche i prodotti di bellezza seguono questa tendenza, perché devono soddisfare le nuove esigenze dei consumatori: efficacia, piacevolezza sensoriale, impatto emozionale, rispetto per l’ambiente. Le nuove frontiere del benessere non contemplano più solo il ‘corpo’, ma includono anche ‘l’anima’. Pertanto anche i prodotti cosmetici devono averne una, cercando non più di soddisfare l’esclusività e lo ‘status symbol’, ma piuttosto l’affidabilità, l’efficacia e soprattutto l’emozione che regalano. Il valore di un prodotto si misura ormai anche per la sua capacità di dare piacere, di creare un’emozione in chi lo compra, come sostiene il filosofo francese Thierry Paquot. Spesso, di regalare un sogno. Il prezzo dunque non è più l’elemento primario dell’esclusività: il vecchio vasetto famoso e dai costi proibitivi non è più un must. Chi ha cura di sé vuole conoscere le materie prime del prodotto che usa, meglio se di derivazione naturale; desidera che non sia testato su animali, che non costi troppo e sia efficace. Il suo utilizzo deve trasportare in un’esperienza che abbracci fantasia, mente e anima: anche solo respirandolo, deve far sì che ci si perda tra le rose imperiali della principessa Masako: Shiseido, nota casa cosmetica giapponese, lo sa bene. Il marchio tuttavia non è più una necessità: vanno bene anche l’erboristeria e la farmacia. Si spende meno con effetti sorprendenti e duraturi. Il vasetto non è più in esposizione sulla mensola tra le cose che ‘possediamo’, ma custodito tra le ‘nostre’ cose. Quelle alle quali teniamo e che ci fanno stare bene.
Foto in licenza CC: iflavour