domenica 22 aprile 2012

Ecologia del vivere: la dimora del tempo sospeso


Di Stefania Taruffi
180835 188902171143000 172737262759491 495001 5380547 n1 342x229 Ecologia del vivere: la dimora del tempo sospesoA volte mi chiedo dove si fermi il tempo, dove dimorino quei puntini di sospensione della nostra vita in cui ci sentiamo a ‘casa’, dove il tempo scompare per un istante, lasciandoci in quel limbo emotivo di quiete, stasi, rilassamento, in cui ci culliamo nel pensiero, nell’attesa, nell’assaporare l’attimo e fermarlo. Ed ecco che nel fremere della corsa quotidiana cresce l’anelito a rallentare i ritmi, ad andare più piano, decelerare. Cercare di afferrare quegli attimi, sempre più sporadici, in cui si vive al rallentatore, senza fretta, in un clima di domestica pacatezza.  “La calma nell’azione. Come una cascata diventa nella caduta più lenta e sospesa, così il grande uomo d’azione suole agire con più calma di quanto il suo impetuoso desiderio facesse prevedere prima dell’azione.” diceva F. Nietzsche. L’azione costante è inevitabile, siamo cascate di energia produttiva, di acqua fremente, siamo fiumi in piena che scorrono ricoprendo ogni cosa, senza sosta. Sempre nei flutti, sempre in avanti. Produttivi, incisivi, proiettati sugli obiettivi, sembra impossibile poter dire di no alla velocità e alla competizione, siamo sempre collegati accesi sull’’on’, perché lo ‘stand by’ ci sembra solo un tasto funzionale, adatto solo a riprendere temporaneamente fiato. Eppure questa posizione, tra l’attività e l’inattività, è l’unica che ci fa assaporare ogni istante fino in fondo, che ci pone in relazione con il nostro essere più profondo, ci aiuta a riflettere con più consapevolezza e a prendere le decisioni più giuste.
Il nostro corpo non può fermarsi: il cuore batte centottantamila volte in 24 ore, pompa 8.600 litri di sangue. I nostri polmoni respirano in un giorno 120 mila litri di aria. I nostri ritmi, quindi, sono già velocissimi per necessità fisiologica e accelerarli sbilancia l’equilibrio psicofisico.
Il tempo della vita è il bene più prezioso che abbiamo. E’ vero che non bisogna sprecarlo. Tuttavia, chi vive con ritmi rilassati, comprende più degli altri se stesso e il mondo. La fretta, invece, è un modo di bruciare il tempo della propria esistenza senza viverlo pienamente. Dobbiamo sì essere lucidi e consapevoli, afferrare al volo quello che gli antichi greci chiamavano ‘kairos’, il momento opportuno. Tuttavia, ci sono dei momenti in cui dobbiamo rilassarci, riflettere, rallentare il ritmo dei nostri pensieri, sedimentarli, ponderarli, assaporarli, ascoltare il nostro stesso respiro. Dobbiamo diventare tutti un po’ più ‘filosofi’. Ma a cosa  serve nel terzo millennio la filosofia? Serve a meditare. Platone diceva che il  vero filosofo deve fermarsi, sedersi e mettersi a meditare perché soltanto in questa forma d’immobilità si riesce a pensare. E il pensiero è vitale. Quando pensiamo e meditiamo entriamo in un altro ritmo, che possiamo definire infinito. Noi viviamo tutti i giorni nel tempo finito, quello misurabile, dagli orologi, dai calendari, dagli appuntamenti e dalle scadenze. Tutte cose necessarie. Tuttavia, nello stesso tempo, dobbiamo  saper entrare nell’infinito per assaporarlo. Se non riusciamo mai a conoscerlo e a entrarvi, non saremo in grado neanche di apprezzare il finito quotidiano.20090313limits 342x213 Ecologia del vivere: la dimora del tempo sospeso
Lentezza, attesa, ozio. L’ozio è un’arte, elogiato da Lafargue, Bertrand Russel, De Masi, perNietzsche, era una virtù, per Kundera: “ il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”. Grande successo ha avuto il libro di  Muriel Barbery “L’eleganza del riccio”, la  storia di una donna che trascorre la sua vita a osservare e imparare molto dai comportamenti delle persone che popolano l’elegante casa in cui lei è portinaia, e nella sua tranquilla dimora, trascorre all’insaputa di tutti anche dei più maligni, il suo tempo a divorare libri, intere opere enciclopediche, e a formarsi una coscienza di sé e degli altri così fine, da far invidia al miglior psicologo o professore di filosofia teoretica.
Quante volte ci troviamo dietro la macchina una persona che suona impaziente, osserviamo sorridendo gente che sbuffa in fila alla posta, o di fronte ad una cassiera che ‘va lenta!’, oppure diventiamo impazienti di fronte a una persona che prima di decidere, riflette qualche secondo. Esseri lenti per la nostra società non è una qualità, ma un male, un difetto, una manchevolezza. L’etica calvinista l’abbiamo ormai nel sangue: guai a sprecare tempo! ‘Il tempo è denaro’, ‘chi ha tempo non aspetti tempo’. Eppure dobbiamo imparare a svuotare la testa dai pensieri per formarne di nuovi ed essere consapevoli del fatto che questo sia un atto creativo.
La lentezza invece è un bisogno fisiologico, fa parte dell’essere umano. Se si andasse più lentamente, se ci si guardasse attorno senza fretta, forse si vedrebbero più cose, molti più dettagli, bellezza, si capirebbero di più le persone. Quante volte le persone ci parlano e noi non le ascoltiamo, non diamo loro la giusta attenzione.
Cercare lentezza è anche un insegnamento zen: ‘fermati, respira profondamente, sorridi e pensa positivo’. Per riuscirci, proviamo a rallentare, a essere consapevoli, focalizzati su ciò che la vita ci offre, senza pensare troppo al domani, senza fretta, frenesia, stress. Il risultato del rallentamento sarà la qualità, in tutte le cose che faremo. Proviamo a mangiare più lentamente, migliora la digestione, si sentono meglio i sapori, si mangia di meno e meglio. Respiriamo più profondamente, ci consente di calmare i nervi, ridurre lo stress e assumere maggiore consapevolezza del momento. Conversiamo di più e meglio, dando alle conversazioni il giusto tempo, senza fretta, ci aiuta a capire di più i  nostri interlocutori, magari non solo attraverso cellulari o chat, ma guardandoli negli occhi. Il dialogo diretto è un modo piacevole per comprendere a fondo una persona, ascoltando le sue vibrazioni. Quante volte ci accorgiamo che ‘le ore volano’, dialogando con una persona interessante?
Impariamo a meditare. A entrare cioè nel profondo del nostro essere per cercare la nostra essenza, i nostri desideri, le emozioni, i progetti, i pensieri in fieri per valutarli, crescerli, arricchirli, vederne i punti deboli. Dedicare tempo a noi stessi e ai nostri pensieri è vitale: essi saranno le nostre azioni future. La nostra vita.
Infine assaporiamo l’amore: per la vita, per un hobby, per una persona. Con lentezza, con passione, dedizione, cura, cogliendone le infinite sfumature, le emozioni, concedendo qualcosa di noi ad ogni persona che incontriamo.
Agire con più lentezza, significa tornare ‘a casa’: ritrovare qualità, armonia, serenità ed energia per costruire la nostra esistenza, nel migliore dei modi.

lunedì 19 marzo 2012

Ecologia del vivere: per un giorno dalla parte dei papà


Di Stefania Taruffi
padre e figlio 1 342x211 Ecologia del vivere: per un giorno dalla parte dei papà

Il 19 marzo si usa celebrare il papà. Questo è il suo giorno e nessuno al mondo può toglierglielo. Tuttavia, prima di parlare di paternità, occorre soffermarsi una volta tanto sul protagonista della paternità, sull’uomo e sui nuovi modelli maschili, frutto dell’emancipazione femminile, di cui psicologi e sociologi discutono da qualche tempo. Nel libro di Franco Bolelli:“Con il cuore e con le palle”, sono ben identificati i nuovi prototipi maschili, nei quali molte donne identificano elementi di debolezza, sfiducia, insicurezza. Anche in uomini dotati di sensibilità, cultura, simpatia e intelligenza, ma forse troppo assoggettati al moderno ‘politically correct’. “Senza palle” sono definiti molti uomini, per il semplice fatto che cercano disperatamente di venire incontro ai nuovi modelli femminili che chiedono sempre di più: collaborazione, parità, diritti e tempo per sé. E molti uomini, pur di far felici le proprie compagne di vita, abbandonano i propri sogni, desideri, obiettivi, rinunciando anche al senso dell’impresa e della creazione, propri del maschile, che andrebbero recuperati per farli funzionare anche all’interno della coppia e che invece, spesso, sono cancellati del tutto. Non possiamo far finta di niente, non si può sempre e solo parlare di noi donne, dei nostri diritti, problemi (seppur presenti e attuali), di parità, di ciò di cui abbiamo bisogno noi protagoniste femminili, madri, donne. E non trovo giusto nemmeno, in questo giorno, accanirsi contro gli uomini ‘disgraziati’, i padri che abbandonano le famiglie e i propri figli, che pure esistono, ma di cui oggi non voglio occuparmi. Esiste anche lui, l’uomo premuroso, dolce, altruista, pieno di amore e rispetto: il Padre. Prima ancora della paternità bisognerebbe andare alla radice e parlare anche di ‘diritto alla paternità’, che in alcuni casi è negata di fatto: molti uomini desiderano un figlio, il primo, il secondo, ma le proprie compagne sono troppo prese a fare carriera e spesso non lo vogliono, sapendo di dover rinunciare al proprio appagamento personale, affrontando sacrifici incredibili. Tuttavia, esiste anche la casistica degli uomini, in aumento vertiginoso, che il figlio desiderato riescono a metterlo in cantiere, a farlo nascere, a iniziare a crescerlo, ma poi, a causa di una relazione insostenibile, sono costretti a separarsi, con l’inevitabile distacco non solo dall’odiata compagna, ma purtroppo e con estremo dolore, anche dall’amato figlio. E poiché il buon senso, la generosità e l’equilibrio, ma soprattutto l’amore, che dovrebbero essere il nucleo del ‘femminile‘, non sono doti che appartengono più a molte donne, accade che a taluni padri di fatto non sia più concesso nulla, o troppo poco, rispetto ai desiderata. Sempre più spesso, i padri si ritrovano sbattuti fuori dalla propria casa, senza poter avere con sé i figli, che non dimentichiamo, sono anche frutto del loro sangue e senza più un soldo in tasca, neanche per pagarsi un nuovo affitto. Il tutto tra mille ricatti, sfide, impedimenti voluti e dichiarati, sotto la tirannia del ‘rimborso’ a piè di lista da parte di donne avide e ingorde che li riducono a meri ‘papamat’, dei papà-bancomat ai quali attingere al bisogno. Le relazioni tra ex coniugi e tra questi e i figli sono sì tutelati per legge. Oggi, con l’affido condiviso, gli uomini hanno raggiunto un importante traguardo nella ridefinizione giuridica della delicata gestione dei figli. Sulla carta questo rappresenta un cambiamento epocale, in quanto stabilisce il cosiddetto principio di “bigenitorialità”: alla separazione dei genitori, non consegue necessariamente, come nella precedente disciplina dell’affidamento esclusivo, la separazione di uno dei genitori dai figli. Tuttavia, all’atto pratico, quando un uomo si ritrova a doversi relazionare con un’ex moglie incattivita, con la quale generalmente i figli vivono, deve combattere guerre quotidiane e accettare compromessi, anche umilianti, pur di poter dare anche solo un bacio al proprio figlio, davanti alla scuola. Senza necessariamente generalizzare, quante di queste situazioni osserviamo ogni giorno! Non andrebbe mai dimenticato che la figura del padre è molto importante e decisiva nella delicata fase di crescita del bambino, dell’adolescente e che questo si nutre dell’amore di entrambi i genitori. Entrambi, ognuno a proprio modo, dovrebbero avere il diritto di vederlo crescere sereno e pronto ad affrontare la vita. Allora, in questo giorno, forse molte donne dovrebbero per una volta superare le barriere dell’emancipazione fine a se stessa e del proprio egoismo e mettersi nei panni dei padri strappati e allontanati dai propri figli: nel loro dolore, nella solitudine, frustrazione e sempre più spesso, nella loro disagio, anche economico. Quello che servirebbe ad alcune donne è solo un pizzico di buon senso e di generosità che renderebbero più fluide le relazioni e più serena anche la vita di un figlio. Un padre non va mai dimenticato. Nemmeno ricordato. Andrebbe vissuto pienamente e  un figlio lo sa bene. E’ una questione importante: se ne ricordino anche le ex.

giovedì 8 marzo 2012

Ecologia del vivere: va di moda uccidere le donne


Di Stefania Taruffi
mimosa 342x256 Ecologia del vivere: va di moda uccidere le donneQuest’anno la festa delle donne avrà meno mimose, gelate nel nostro rigido inverno e duramente colpite dal Burano. Nell’entroterra della provincia di Imperia, dove c’è il 95% della produzione nazionale di mimose, si è registrato un crollo del raccolto di questo meraviglioso fiore, pari al 50-60% (Confagricoltura). Alla crisi di vendite degli ultimi anni si è aggiunto dunque il maltempo, che ha compromesso la crescita e la fioritura del fragile fiore dedicato alle donne.
E come i loro fiori, anche le donne stesse sono uccise sempre di più. Non dal caso, dalle malattie, ma dai propri compagni, per eccesso di odio, o di amore. Aumenta infatti vertiginosamente il numero di uomini, fidanzati, amanti, mariti, spesso ex , che uccidono le loro donne. Ogni tre giorni avviene un ‘femminicidio’, un neologismo nato per dire basta ad ogni forma di discriminazione e violenza posta in essere contro la donna “in quanto donna“. Perchè le donne non debbano più pagare con la vita la scelta di essere sè stesse, e non quello che i loro partner, gli uomini o la società vorrebbero che fossero. Questi ‘femminicidi’vengono perpetrati da parte di uomini colti da raptus da gelosia, abbandono, follia, dipendenza, violenza, troppa responsabilità, che crollano e ammazzano brutalmente la donna a coltellate, a botte o la freddano con una pistola e con lei, spesso, anche i propri figli. Uomini sempre più fragili e disorientati che non reggono emotivamente situazioni di crisi, sia essa economica o relazionale, di cambiamento di partner da parte della propria compagna, di abbandono e trovano dentro di sé solo una rabbia violenta, e come unica soluzione, quella di uccidere senza pietà. A volte finiscono con l’uccidere anche se stessi. Disperazione pura, gesti estremi che non sono più solo generati da uomini ’folli’. Spesso a compierli sono persone normali, definite ‘tranquille’ ed ‘equilibrate’. Altre volte la violenza nasce e cresce negli ambiti familiari fino al gesto estremo, che esplode al culmine di anni di soprusi, violenze fisiche e psicologiche, stalking. La violenza sulle donne è un fenomeno sempre più diffuso e attuale, ma molti casi non sono neanche denunciati. E il tema non sembra essere di grande attualità sui media, che affrontano il problema solo ad omicidio avvenuto, rilevando il fatto di cronaca nera. E anche gli uomini che si dissociano da tali comportamenti, fanno poco o nulla per sostenere le donne in questa lotta per la propria tutela morale e incolumità fisica.1327413776 mano violenza donne 410x307 1 1 150x113 Ecologia del vivere: va di moda uccidere le donne
Il problema resta esclusivamente delle donne, ed è serio. I fondi destinati ai centri Antiviolenza sono stati tagliati, per poi essere ritirati fuori in extremis, dal Ministro Carfagna prima della caduta del governo Berlusconi. Molti centri hanno chiuso, altri sopravvivono grazie a donazioni private. L’importanza di questi centri antiviolenza è fondamentale. E’ grazie a loro, non alle Questure che non hanno dati ufficiali, che conosciamo il reale numero delle violenze e degli omicidi che avvengono ogni anno in Italia: solo nel 2010, per esempio, hanno perso la vita 127 donne, di cui 114 sono state uccise da membri della famiglia, 68 erano partner, mentre 29 ex partner. Da questi centri sappiamo anche che la maggior parte di questi omicidi avvengono in casa, non in strada. Molti casi di violenza domestica non arrivano alla morte fisica della donna, ma sono ancora peggiori, perché la devastano interiormente, fino a spegnerla. Che, a volte, è peggio di morire.
Quello del nostro paese è principalmente un problema culturale dei rapporti uomo-donna.  Ciò che resta è una cultura, cristallizzata nel tempo, di rapporti fra i sessi fondata su legami di subalternità dell’universo femminile nei confronti di quello maschile, di cui la violenza è solo l’espressione estrema, più bestiale.
Gli uomini hanno costruito nei secoli un legame di dipendenza dalle donne molto forte. Sono in stretto contatto con il corpo femminile fin da piccolissimi, sviluppando in seguito negli anni un legame che si forma nella figura della donna-madre. Che poi evolve nel rapporto donna-compagna. Questa evoluzione dovrebbe essere accompagnata da un reciproco rispetto delle individualità, senza dipendenze. La donna però è cambiata, c’è una maggiore libertà da parte sua, di scegliere, rifiutare, di non accettare passivamente l’ingerenza o la sopraffazione dell’uomo, tanto meno di stabilire dipendenza. La nuova consapevolezza femminile rende le donne più indipendenti, mentre la dipendenza degli uomini dalle donne, resta. In un nuovo contesto in cui l’uomo non riesce più a comprendere i nuovi modelli femminili, adeguandovisi, ecco che scatta la violenza, a vari livelli, insita nel nostro retaggio culturale, così radicato da secoli di cultura profondamente maschilista.  A volte resta cristallizzata nella violenza verbale; altre volte accade che degeneri in fisica o psicologica. Poi c’è il gesto estremo.
Si dovrebbe dibattere di più su quest’argomento così importante. Non è da paese civile ed evoluto avere le cronache dei giornali piene di omicidi di donne, come l’ultimo, perpetrato dal camionista 34enne Mario Albanese che ha ucciso l’ex compagna, il nuovo fidanzato e sua figlia, per gelosia. C’è ancora molto da fare, temo, per quanto riguarda l’emancipazione della donna, intesa nella sua forma più elementare, quella cioè del rispetto della sua persona, delle sue scelte. Anche quella di non amare più, senza per questo essere uccisa, dallo stesso uomo che diceva di amarla.

mercoledì 15 febbraio 2012

Ecologia del vivere: saggezza olimpionica


Di Stefania Taruffi
L’Italia non ospiterà le Olimpiadi 2020, ma una medaglia d’oro l’ha presa e andrebbe assegnata al premier Mario Monti che, insieme al governo, ha stabilito che le Olimpiadi non ce le possiamo proprio permettere. Onore al merito.
fiaccola Ecologia del vivere: saggezza olimpionicaEntro oggi il premier avrebbe dovuto consegnare al Cio la lettera firmata con la quale lo stato italiano offriva le garanzie per la propria candidatura ai Giochi olimpici del 2020.  Dopo un’attenta valutazione dei costi e dei benefici legati all’operazione, il premier ha dunque deciso, l’ultimo giorno possibile, che non esistono le condizioni per la candidatura dell’Italia e ha ufficializzato la sua decisione durante l’incontro con il presidente del Comitato organizzatore, Mario Pescante, il presidente del Coni, Petrucci e il sindaco di Roma,Alemanno.
Esito negativo” afferma il Sindaco sconfitto. “Mi aspettavo più rispetto da Monti”, afferma sconsolato Petrucci. Il Pd appoggia la decisione del governo mentre il Pdl è deluso. Tanta delusione nasce certamente per il mancato lustro di ospitare le Olimpiadi nella Capitale, ma anche per la mancata possibilità di investire ingenti quantità di denaro pubblico, con il guadagno di molti, aggiungerei in maniera completamente irresponsabile, viste le nostre condizioni economiche.
I motivi di questa rinuncia sono più che motivati. Spiega Mario Monti: “Il Comitato olimpico internazionale richiede al governo del Paese ospitante i Giochi, una lettera di garanzia finanziaria… tra le altre cose il governo del Paese ospitante deve farsi carico di ogni eventuale deficit della manifestazione. Non possiamo correre rischi”.
Monti ha parlato del progetto in termini molto positivi, ma ha anche sottolineato che “l’operazione potrebbe mettere a rischio i denari dei contribuenti, proprio mentre siamo sottoposti nei prossimi vent’anni a un’operazione di rientro dal debito, operazione condivisa e accettata in sede europea dal precedente governo”. L’impegno finanziario in vista di eventuali Olimpiadi, avrebbe gravato sull’Italia in misura imprevedibile negli anni. Da non dimenticare il caso di Atene 2004 e i costi raddoppiati per l’Olimpiade che si svolgerà a Londra (27 luglio-12 agosto 2012).
L’Italia versa in una crisi economica senza precedenti. I cittadini sono stati chiamati responsabilmente a fare sacrifici economici non indifferenti. Anche le istituzioni e le amministrazioni locali saranno responsabilizzate e penalizzate economicamente negli anni a venire. In un panorama di austerity generale, le Olimpiadi non ci stanno proprio. Inoltre, la Capitale avrebbe bisogno d’infrastrutture diverse, mirate più al miglioramento delle condizioni dei residenti che al temporaneo benessere degli ospiti internazionali che confluiscono da tutto il mondo in queste occasioni.

Per il premier è un no comunque doloroso, perché Monti è il primo a essere consapevole che l’organizzazione di un’Olimpiade può rappresentare una grande occasione di sviluppo, ma non in questo momento e non a queste condizioni. Purtroppo, dissipando energie costruttive e denaro pubblico negli anni passati, ora dobbiamo fare i conti con problemi seri e pensare solo a salvarci e crescere. E guardando alla Grecia, val la pena rinunciare.

domenica 5 febbraio 2012

Ecologia del vivere: neve a Roma. Dobbiamo imparare ad essere più operativi


di Stefania Taruffi
A Roma c’è emergenza neve. Che il Burano (vento delle steppe siberiane) stesse per entrare in Europa, e anche in Italia, si sapeva da più di una settimana.  Era dal 1956 che questo non accadeva, ma tutti i meteorologi l’avevano previsto. Così come era noto che avrebbe nevicato anche a Roma, con gravissimi disagi. Ne era perfettamente consapevole anche il Sindaco Alemanno. E’ tuttavia impensabile che una città come Roma sia attrezzata come Stoccolma o, senza andare lontano, Milano, dove gli inverni sono costantemente innevati.
IMG 39241 342x256 Ecologia del vivere: neve a Roma. Dobbiamo imparare ad essere più operativi
Roma- S. Pietro
Da queste parti scende una spolverata di neve ogni due anni ed è destinata a sciogliersi in poche ore. Roma Capitale non ha mezzi spargisale o spalaneve in abbondanza, tuttavia sarebbe una follia investire denaro pubblico in molte attrezzature costose e ingombranti, che negli inverni più miti, arrugginirebbero nei depositi. La Capitale ha il numero necessario di mezzi per far fronte a una temporanea emergenza di piccola entità. Polizia municipale, Esercito e Protezione civile da due giorni cercano di far fronte alle emergenze più gravi, liberare le vie consolari, salvare le persone intrappolate, spargere sale e spalare neve sulle vie principali, liberare ingressi e strade dai rami caduti sotto il peso della neve. Roma ne è cosparsa ovunque. Abbiamo pini a ombrello che male si adattano alla neve. La Protezione Civile non è la Salvezza nazionale, spesso neanche i suoi uomini con i mezzi adeguati, sono in grado di raggiungere alcune località o abitazioni, né sono tenuti a ripulire ogni singolo viottolo di raccordo tra un edificio e l’altro.
Il Sindaco Alemanno discute con Gabrielli della Protezione Civile e si rinfacciano responsabilità e inadeguatezze. La questione, come sempre, sta diventando politica. Io trovo sia questa la vera inefficienza, quella della politicizzazione di ogni accaduto. Quando il problema vero risiede nella semplice necessità di rendere meno burocratiche le comunicazioni e le azioni d’emergenza: meno protocolli e linguaggi formali che creano confusione. Più coordinamento diretto, senza passaggi della palla chiamata ‘responsabilità’.
Comunque sia andata la macchina dell’emergenza è partita e le situazioni critiche sono state affrontate. Erano un’eccezione, straordinarie, ci possono stare in una calamità naturale che non accadeva da 56 anni. Anche le Ferrovie in tilt dovranno pensare a un coordinamento delle emergenze di questo tipo, anche se molta gente non ha dormito nei treni come si racconta, ma è stata ospitata negli alberghi prossimi allo stop forzato. Anche in questi casi occorre ingegnarsi e trovare soluzioni da soli. C’è bisogno solo di buon senso, spirito d’adattamento e una buona dose di pazienza. Non è uno tsunami!
Non bisogna pertanto escludere anche una certa responsabilità dei cittadini, poco avvezzi a sopportare disagi, all’operatività, a rimboccarsi le maniche o contribuire con delle soluzioni concrete ed efficaci, quanto piuttosto molto solerti a criticare o aspettare gli aiuti da ‘altri’. La neve non si sta sciogliendo, le scuole restano chiuse, ancora non si può circolare senza catene a bordo o pneumatici termici. Così è facile! L’ordinanza doveva prevedere una certa discrezionalità per zona, non tutte sono paralizzate. Nella maggior parte delle vie si circola, mentre in altre c’è ancora ancora tanta neve, che diverrà presto ghiaccio viste le temperature, sulle macchine, nelle stradine, tra le autovetture parcheggiate. Che cosa facciamo se nevica ancora, ci fermiamo per un mese? Appena fuori Roma la situazione è ancora peggiore. I cittadini sono indignati e protestano, anziché seguire il suggerimento sensato del Sindaco di procurarsi una pala e spalare per conto proprio la neve, per liberare il proprio orticello.
Non possiamo lamentarci sul trasporto urbano: laddove le strade erano agibili, gli autobus circolavano fin dalle prime ore di sabato 5 febbraio, anche dopo la nevicata ininterrotta della notte, muniti di gomme termiche. Il passato a volte, insegna qualcosa anche alle amministrazioni locali più reticenti. Insomma non è stato facile, ma i romani l’hanno presa con la solita filosofia godereccia: hanno riscoperto che è bello passeggiare. Si sono riversati per le strade con i dopo sci e finalmente hanno percorso chilometri a piedi guardando con nuovi occhi le meraviglie della città, stretti nella morsa di un clima nordico, ma allegri e felici come non li vedevo da qualche tempo. La fortuna ci ha aiutato facendo nevicare nel fine settimana. Alla fine saranno saltati molti impegni ma poco importa. Li rimanderemo. Teniamo duro, spaliamo, andiamocene a lavorare con il bus o a piedi. Fissiamo dentro di noi le emozioni che questa nevicata ci ha donato perché passerà presto anche questo momento, verrà la primavera e ci ricorderemo la bufera siberiana a Roma per  il resto della nostra vita magari, senza mai più poterla rivedere, perché se e quando accadrà nuovamente, potremmo non esserci più.

domenica 29 gennaio 2012

Ecologia del vivere: torna il Burano. Ci darà ancora una mano?


Di Stefania Taruffi
Sta per accadere qualcosa che accadde nel lontano 1956: tornerà in Europa e probabilmente anche in Italia, il Burian (Burano), il vento delle steppe Russeche da allora, non è più riuscito ad entrare nelle nostre latitudini.
orso polare 342x256 Ecologia del vivere: torna il Burano. Ci darà ancora una mano?Nel 1956 accaddero molte cose. Mentre da soli due anni la Rai aveva iniziato le proprie trasmissioni televisive, limitate al Programma Nazionale, l’odierna Raiuno, ma già Lascia o raddoppia spopolava al punto di doverlo spostare dal sabato al giovedì per non lasciare i locali pubblici desolatamente vuoti nel giorno più importante della settimana.
L’Italia, e il mondo che la circondava, erano molto diversi da oggi, quasi incommensurabili. La seconda guerra mondiale era finita da poco e le contrapposizioni da essa generate si facevano sentire, eccome. L’ex Unione Sovietica mandava l’Armata Rossa a normalizzare un’Ungheria che, a seguito della Rivoluzione, voleva uscire dal Patto di Varsavia, provocando laceranti ferite non solo al popolo ungherese ma anche, metaforicamente, all’interno del fortissimo Partito Comunista Italiano, dove importanti voci dissidenti si levarono contro la linea ufficiale del Partito.
Mentre Fidel Castro approdava a Cuba per iniziare la guerriglia contro il Presidente Batista, anche la destra italiana, all’ombra della dicotomia allora imperante tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, in quell’anno alleato con il Partito Socialista di Nenni, si lacerava a seguito dell’uscita di Pino Rauti dal Movimento Sociale per fondare Ordine Nuovo, non esattamente una forza che definiremmo oggi moderata.
Non ci furono però solo separazioni. Il Principe Ranieri di Monaco sposò la bellissima Grace Kelly e Marilyn Monroe il terzo marito Arthur Miller, mentre l’Andrea Doria entrava in collisione non con uno scoglio, ma con un transatlantico svedese, generando uno dei maggiori disastri marittimi della storia, clamorosamente aggiornata dalle vicende della Costa Concordia 56 anni dopo.
Forse, però, il 1956 venne ricordato per un altro evento, che è rimasto nella memoria collettiva e impressionò fortemente gli europei del tempo, un tempo in cui i mezzi di comunicazione di massa erano ben diversi e la documentazione di quell’evento è arrivata a noi in forma soprattutto scritta nei giornali dell’epoca e di racconto dei contemporanei, divenuto con il passare degli anni quasi mitologico. Premesso che la terra gira da ovest verso est e con essa i venti atmosferici che trasportano alle nostre latitudini le grandi masse d’aria. Normalmente, quindi, l’aria che respiriamo ogni giorno in Italia e nell’Europa Centro-Occidentale arriva dall’Oceano Atlantico, dall’Africa  settentrionale o al massimo dai Paesi scandinavi, quindi complessivamente, anche d’inverno, mai eccezionalmente fredda.
Tuttavia, nel febbraio 1956, dopo un inizio d’inverno mite e incolore, improvvisamente accadde un evento molto raro e potente. Per una serie di motivi, la circolazione atmosferica improvvisamente s’invertì e le correnti, impetuose, cominciarono a portare verso la mite Europa l’aria che normalmente soggiornava nella gelida Siberia.
Anche l’Italia ne fu investita in pieno e durante il mese di febbraio del 1956, a più riprese, molte località italiane di pianura e di mare vennero investite da ricorrenti bufere di neve e il ghiaccio s’impossessò di luoghi normalmente intrisi dei profumi della macchia mediterranea, lasciando temporaneamente spazio ai silenzi delle steppe russe.
Questa eccezionale ondata di gelo fece vittime e danni, ma segnò un’epoca e ci piace pensare che l’inversione delle correnti atmosferiche generò anche un’inversione dei nostri destini, trascinando un Paese ancora sofferente per le ferite della Guerra, litigioso e disunito, verso il miracolo economico della decade successiva.
Dopo quel febbraio, il grande inverno russo se n’è tornato nei propri luoghi d’origine e l’aria della steppa non è più venuta a farci visita, se non per brevissimi periodi e in maniera poco convinta.
56 anni dopo, è pronta a tornare dalle nostre parti, difficile dire per quanto tempo, ma l’orso siberiano ha deciso nuovamente di fare una vacanza in Europa e l’aria delle steppe si sta già mettendo in moto verso di noi, dove giungerà questa settimana facendo parlare di sé intensamente in un mondo dove la comunicazione è la prima risorsa di massa.
Ancora una volta farà vittime e danni, non risparmiando con il suo alito gelato il nostro Paese, ancora una volta, come 56 anni fa, litigioso e disunito.
Anche in questo caso, però, ci piace pensare che possa preparare una nuova epoca, quella del miracolo economico prossimo venturo. Come negli anni ’60.

domenica 22 gennaio 2012

Ecologia del vivere: Elogio della gentilezza

Elogio della Gentilezza” scritto dallo psicoanalista Adam Phillips e dalla storica Barbara Taylor, è un libro bellissimo e prezioso, è l’elogio di un valore sommesso e discreto declinabile in varie maniere: la gentilezza, quella capacità di ascoltare e accogliere le fragilità, ma anche le energie altrui, che è anche generosità, altruismo, solidarietà, amorevolezza. Viene da domandarsi: “Perché di questi tempi la gentilezza è così rara?” A detta dell’autore, essa è vista come debolezza e chi è gentile, chi manifesta questo sentimento, sacrificando parte di sé, è visto come uno sciocco, un perdente, un nostalgico. Un comportamento gentile è spesso visto con sospetto, nell’individualismo competitivo del nostro secolo. Troppe persone sono diffidenti, egocentriche, respingenti, aggressive, indipendenti. Bisognerebbe continuamente chiedersi: ” Ma chi vogliamo tenerci stretto?” e far fluire l’amorevolezza che è dentro di noi, verso le persone cui teniamo, rispettando con ’gentilezza’ tutte le altre che ci sono indifferenti. Che la gentilezza sia un valore, è approvato in pieno da tutti, ma “non siamo mai generosi come vorremmo e niente ci offende più delle persone che non lo sono con noi. Non vi è nulla di cui ci sentiamo più defraudati che di una gentilezza non ricevuta…”. Allora dobbiamo ammettere che ne sentiamo il bisogno nella nostra più intima fragilità, perché “in un mondo gentile ci sentiamo più al sicuro e, quindi, più liberi”. La principale funzione della gentilezza è di farci sentire più connessi con le altre persone, ma anche quella di renderci più contenti, non solo quando riceviamo gentilezza, ma anche quando la usiamo con gli altri: “Le persone hanno bisogno degli altri non solo per avere compagnia o sostegno nei momenti difficili, ma per portare a compimento la loro umanità” scrive Phillips. Questo pensiero era diffuso già tra gli antichi, soprattutto tra gli stoici, che propugnavano una psicologia morale basata sull’attaccamento agli altri. Allora se l’amorevolezza, che è gentilezza pura, ci apre ai mondi delle persone e noi lo desideriamo, perché tanto terrore? Perché siamo vulnerabili e abbiamo paura di riconoscerla e mostrarla, di mescolarla alla vulnerabilità degli altri, attraverso la generosità. E pensare che la gentilezza è dentro di noi da secoli. In questo dovremmo ‘rieducarci’(detta alla Freud) alla gentilezza, che ci tenta ogni giorno, ma alla quale opponiamo una dura resistenza. E pensare che può renderci così felici, darci tanto equilibrio. “Un indicatore della salute mentale” scriveva Winnicot nel 1970, “è la capacità di un individuo di entrare in forma immaginativa e in maniera accurata nei pensieri, nei sentimenti, nelle speranze e nelle paure di un’altra persona; e anche di concedere a un’altra persona di fare la stessa cosa con lui”. La gentilezza non va, però vista con sospetto, come una forma di narcisismo camuffato, per mascherare l’autocompiacimento. No e chi è gentile, non è pazzo, pericoloso, non ha secondi fini, è solo un animo educato e sensibile che si prende cura degli altri, che usa toni pacati e educati, che rispetta il prossimo e il mondo interiore di ciascuno, anche le sfumature più delicate, che non teme l’intimità e l’incontro con l’essere più profondo che è in sé e quindi nell’altro. Non possiamo più prescindere dal fatto che ‘ci apparteniamo reciprocamente’, scrive il filosofo Alan Ryan e una vita buona è quella che rispecchia questa verità. Se la gentilezza è una via che conduce al benessere interiore, alla felicità e migliora le relazioni fra persone, popoli, nazioni, allora perché temerla e non farne alla sua insegna, uno stile di vita?