lunedì 14 marzo 2011

Ecologia del vivere: quella strana calma dei giapponesi.

di Stefania Taruffi


5517860068 8c41f02c21 235x300 Ecologia del vivere: quella strana calma dei giapponesiSiamo tutti agghiacciati davanti alle immagini della catastrofe giapponese che in questi giorni ci scorrono davanti su video e tv: Un terremoto di magnitudo 9 e uno tsunami tra i più devastanti della storia umana, che hanno spazzato via con una forza devastante intere città. Una catastrofe che avrebbe messo in ginocchio qualsiasi altro paese e portato disperazione tra la gente, distrutto la maggior parte dei palazzi, gettato nel panico governi e istituzioni, paralizzando il presente e il futuro di un paese. Ma non il Giappone, non i giapponesi, un popolo che è educato e cresciuto con un fortissimo senso di ‘autocontrollo’, attraverso un esercizio psicofisico costante per governare le emozioni che non devono essere mostrate in pubblico in nessun caso, sia in caso di felicità sia di tristezza. Questo popolo è unito da un forte sentimento nazionalista, da un senso di appartenenza alla collettività, al gruppo, piuttosto che alle singole individualità. Costretto a vivere su una piccola terra altamente sismica ad alta densità demografica, ha sviluppato necessariamente un modus vivendi rispettoso del prossimo, degli spazi altrui, in un contesto fortemente organizzato da regole dettagliate e minuziose per ogni situazione. Un sistema basato sulla pianificazione strategica, sul training, sulla preparazione, sul controllo, sulla prevenzione piuttosto che sulla cura, a qualsiasi livello.

D’altronde la tradizione giapponese è stata sempre orientata alla creazione di un codice comportamentale al quale attenersi. Non è un caso che una delle opere letterarie più significative tramandateci dal Giappone è statoHagakure, pubblicata nel 1906 ma composta due secoli prima. L’opera incentrata sullo spirito e il codice di condotta del samurai, ebbe ampia diffusione, e dopo la pubblicazione subì la strumentalizzazione del militarismo giapponese della prima metà del XX secolo, al punto che i kamikaze portavano con sé questo testo come ultimo compagno di morte.

Il tema principale del testo è la morte, non come semplice estinzione della vita, piuttosto nel senso psicologico dell’eliminazione dell’io. Altro non è che una raccolta di principi morali ma anche di consigli pratici, norme comportamentali, notizie storiche ed episodi esemplari di valore. Alcuni sono di natura assai spicciola (come reprimere uno sbadiglio o come licenziare un servo) e di semplice etichetta, altri invece costituiscono il nucleo delbushido cioè di quell’insieme di principi che costituì per secoli l’etica di tutto il popolo giapponese.

La conseguenza pratica di quest’etica di antico retaggio, tramandata nella tradizione dei secoli, sono gli edifici che non crollano perché costruiti con seri criteri antisismici, i generi alimentari che non finiscono, perché i giapponesi si mettono in fila senza accaparrarsi tutto a discapito degli altri. Servizi che continuano a funzionare seguendo criteri d’emergenza, peraltro già ampiamente previsti; evacuazioni che riescono perfettamente dopo tante simulazioni. Tutto questo ha salvato migliaia di vite umane e renderà possibile un’accurata pianificazione della ricostruzione . Certamente alla fine i giapponesi ne usciranno lacerati, ma certamente a testa alta, ulteriormente rafforzati, come del resto hanno sempre fatto in passato.

Foto in licenza CC: Afredoilde

martedì 8 marzo 2011

Ecologia del vivere: Semplicemente Donne.


di Stefania Taruffi


Ammettiamolo: ci piace essere festeggiate. Perché dobbiamo nasconderci dietro a un dito. D’altronde siamo nate donne ed è nella nostra natura la femminilità, che ci rende oggetto di desiderio, passione, gentilezza, riguardo, attenzioni. Allora, approfittiamone.1419163452 cf1bfabf73 225x300 Ecologia del vivere: Semplicemente Donne Prendiamoci tutti gli auguri, le mimose, le dediche, le gentilezze degli uomini. Sempre che questi arrivino! A forza di reclamare parità stiamo raffreddando anche il loro potere seduttivo-affettivo che un tempo, era anche affidato a un fiore. Poi smettiamola di lamentarci solo della mancanza di parità. Il femminismo ci avrà dato qualche legge in più, sacrosanta, ci ha aperto nuovi orizzonti e ha rimesso in gioco la nostra posizione nella società e nel mondo del lavoro. Tuttavia, sono sempre i risultati e i fatti quelli che contano: i posti di potere restano degli uomini e le donne arrancano nelle loro vite piene di troppe cose, tanto da non riuscire più a farne bene nessuna. Poche fanno carriere importanti, specie se hanno famiglia. Oppure pagano care le loro fatiche e rinunce, a danno della propria femminilità, dell’equilibrio personale o familiare. Se invece di reclamare la parità assoluta con l’uomo, impresa impossibile, avessimo chiesto maggiore tutela della famiglia, delle madri-lavoratrici, con programmazioni del lavoro in linea con le esigenze familiari, come nell’Europa settentrionale, oggi non ci troveremmo a dover delegare alle tate anche il nostro ruolo di madri. Il risultato è che non riusciamo neanche più a seguire i nostri figli, noi stesse, o il partner. Anche perché, per quanto palestrate, poche riescono ad avere l’energia fisica di un uomo. In quanto ad energie mentali invece andiamo meglio: un uomo più di un paio di problemi insieme non li regge. Noi riusciamo a far fronte a mille pensieri, problemi, necessità, risolvendone gran parte senza entrare in panico.

Insomma, siamo diversi. E’ nella natura. Non per questo siamo di meno, spesso siamo anche migliori degli uomini. Tuttavia è mio parere che non siamo e non saremo mai come loro. E in certi casi è anche meglio, visto che la maggior parte delle donne li critica continuamente. Mi domando perché dovremmo fare le stesse cose, alla stessa maniera, quando con la nostra creatività e il nostro savoir faire partoriamo stelle danzanti? Già, partoriamo. Magari lo facessero tutte le donne. Molte hanno rinunciato anche a questo grande dono, unico, solo nostro. Spesso per scelta. Guai a perdere anni di carriera, essere penalizzate nel mondo del lavoro, a livello relazionale e privato. D’altronde non ci sono ammortizzatori sociali adeguati che ci permettano di fare figli senza rinunciare al lavoro e alla gratificazione. E’ roba da ricchi. Molte donne non riescono a rinunciare alla manicure, alle borse firmate, al viaggio alle Maldive. I figli sono sacrifici e molte non sono più disposte a farne. Ci siamo così emancipate che siamo riuscite anche a cambiare i modelli comportamentali maschili. In un paese di cocchi di mamma, troviamo i maschilisti sfegatati oppure, genere in aumento, l’uomo-zerbino. Ex cacciatore ab origine, diventato in seguito preda di donne seduttrici, e di mogli isteriche e rompiscatole. Pur di non sentire lamenti, lava, stira, cucina meglio di noi e in genere ha una terribile paura di non essere all’altezza. Questo cambiamento dei modelli femminili e di conseguenza, maschili, sono spiegati in maniera perfetta dallo psicologo Franco Bolelli in “Con il cuore e con le palle”. Siamo diventate esigenti. Troppo. E gli uomini scappano disorientati per non essere inglobati in un girone infernale dal quale non ne escono più per tutta la vita. Hanno paura.

Dov’è la nostra femminilità, la capacità di ‘accogliere’, di rassicurare, di compenetrare l’uomo con le nostri doti e capacità infinite in ogni campo. Insieme saremmo una forza della natura. Eppure, siamo sempre più soli, donne e uomini. E noi, sempre più oberate di responsabilità e doveri, senza benefici concreti, se non in busta paga. Poi sui media arrivano trionfanti di gloria le cortigiane che da sempre sollazzano i potenti, solo che ora ci sono le casse di risonanza che ne amplificano le gesta. Spesso queste donne fanno carriere fulminanti, alla faccia nostra che studiamo, ci distruggiamo di lavoro e siamo anche scontente. Tutto sommato, tanto di cappello. Ci sono donne, che in passato, hanno governato il mondo dietro agli uomini potenti, usando solo le arti femminili. Forse tutto questo è da cercare nella cultura del nostro paese, piuttosto maschilista, ma anche nel nostro silenzio-assenso. Fino a poco fa nessuna protestava. Tutte in silenzio. Ora ci siamo svegliate. Lorella Zanardo, con il suo cliccatissimo Il Corpo delle donne (oltre tre milioni di contatti), è celebrata in Europa come un’eroina della nostra flebile resistenza femminista.

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Io prendo questo giorno per riflettere su un punto fondamentale: ma cosa vogliamo veramente? Qual è il modello familiare e sociale che vorremmo ottenere con l’emancipazione totale e in questo modello, noi, che ruolo vorremmo veramente avere? La faccia perversa dell’emancipazione è che queste “schiave radiose” (Lea Melandri, madre del femminismo italiano) alla fine sono più emancipate e intelligenti di tutte noi. Usano le armi della femminilità mettendo in ginocchio uomini potenti; ottengono cariche di prestigio senza titoli e selezioni; si sposano uomini ricchi e fanno figli nell’agio, senza privazioni di alcun tipo. Alcune volte poi, diventano anche imprenditrici e sono signore dell’alta società con rendite a vita, specie in caso di divorzio. Non sono un modello per la maggior parte di noi, ma sono anch’esse donne della nostra società, purtroppo, modello per molte giovanissime. La verità è che siamo ancora alla ricerca della nostra identità, di quello che vogliamo veramente. Basterebbe guardarci allo specchio: siamo uniche! E quindi almeno non lamentiamoci di essere festeggiate.

Foto in licenza CC: zac.gianna

martedì 1 marzo 2011

Ecologia del vivere: I nostri sensi. Un viaggio nei misteri olfattivi.

di Stefania Taruffi

Il profumo parla un linguaggio trasversale, che accomuna le persone più diverse. Quando attiviamo l’odorato, è come se si accendesse un sensore della nostra personalità capace anche di influenzare il cervello. Dovremmo imparare a educare l’odorato, assaporando gli aromi che incontriamo, a distinguerli, assimilarli, renderli parte integrante del nostro essere più profondo,

486338081 08aa91a4ac Ecologia del vivere: I nostri sensi. Un viaggio nei misteri olfattivirielaborarli in un’emozione. Il naso è principalmente il mezzo che ci permette di respirare ed è importante ogni tanto lasciarsi andare a un ritmo calmo, rilassato e silenzioso, in cui ascoltare il flusso del nostro respiro, lasciandoci avvolgere dalle emozioni. E sarà come riconciliarsi con il ritmo e il flusso della vita stessa. Perché il respiro è vita. E più è profondo, più lo cerchiamo dentro di noi, più riusciamo a stabilire un contatto autentico anche con il mondo esterno, rendendoci parte attiva e integrante dell’universo che ci circonda. Gli aromi, i profumi gli odori, hanno qualcosa di magico: ci trasportano dalla realtà a un mondo immaginario. Da un oggetto, alla nostra proiezione personale rielaborata dalla sensazione che quell’odore ci evoca. E accade che a volte sentendo un profumo, ci ritroviamo in veri e propri viaggi sensoriali che ci portano in una dimensione tutta nostra: alla nostra infanzia, alla persona amata, a un ricordo lontano, in luoghi sconosciuti, in sogni, in stati d’eccitazione ma anche di frustrazione, perché gli odori, non sempre sono buoni.

L’istinto, il coraggio di intraprendere sempre nuovi sentieri per esplorarne le sfumature, i misteri, gli odori, un giorno mi ha condotto per caso in un luogo che sognavo da qualche tempo, magico e misterioso, Profumum, la bottega di un maestro di profumi, ma uno vero. Uno che gira il mondo alla ricerca di materie prime rare e naturali e le sa amalgamare con tale maestria da riuscire a vendere insieme all’essenza anche un viaggio sensoriale, evocando il mistero dell’emozione che l’ha fatto nascere. Entrando in quel luogo ho ritrovato una parte di me, dando un senso al senso dei sensi: l’odorato. Là dimora il mistero olfattivo, una delle vie che conducono all’anima. Ho chiuso gli occhi e assaporato profumi. Il primo viaggio è stato in un bosco. Il maestro mi descriveva quello che io respiravo e per magia sembrava tutto vero! Ho chiuso gli occhi e affondato le mani nell’umida terra feconda, sfiorato il mistero del muschio selvaggio umettato e sfuggente, raccolto la lacrima di brina di un salice, ascoltato il respiro di un fungo solitario in un coro pulsante d’innumerevoli vite danzanti in equilibrio cosmico. Mi sono immersa nello scorrere delle linfe vitali, avvolta nelle essenze ancestrali. Il vortice di profumi mi ha ricongiunto con l’energia della Terra, con il suo cuore pulsante, con la sua potenza creatrice. La terra e la sua vita sono entrate in me ed io in loro. Un respiro denso di caffè per terminare questo viaggio e iniziarne un altro e mi sono ritrovata a solcare mari madidi di sale, respirando profumi di cedro e mirti aromatici, toccando terre lontane e irraggiungibili. Ci sa fare il maestro. Mischiati in una boccetta, non ci sono solo aromi rari, ma anche sogni. Che penetrano nel nostro naso per arrivare dritti all’anima e ai suoi desideri più nascosti.

In un mondo maleodorante in cui si sta cercando di annientare anche gli odori meravigliosi della natura, che spesso è più sintetica della plastica, come certe rose che non profumano più, ben vengano i profumi inventati e creati ad hoc, da portare addosso, discretamente, come parte integrante del nostro essere. Tuttavia, da buona ecologista e amante della natura e dei suoi doni, ritengo che non ci siano odori più buoni e autentici di quelli che solo la natura sa donarci: l’odore dell’erba tagliata, dei fiori, del mare salmastro, della quiete dopo la pioggia, della terra bagnata, della legna nel camino, delle bucce del mandarino, di un tappeto intrecciato, del tek. Per non parlare del buon cibo appena sfornato o di un buon vino corposo. Alcuni odori ci gratificano solo al sentirli. Per non parlare delle stagioni, anche quelle della vita, intrise di odori. Tra poco usciremo dall’uscio di casa e respireremo la primavera, con tutti i suoi aromi densi di speranza. Un respiro di rinascita. E ci sentiremo più vivi che mai.

http://www.italiamagazineonline.it/archives/6763/ecologia-del-vivere-nostri-sensi-3


venerdì 25 febbraio 2011

Ecologia del vivere: quelli delle ‘liste’.


Di Stefania Taruffi
Lo diceva anche Freud nella ‘Psicopatologia della vita quotidiana’ che “Se dimentichiamo, significa che non abbiamo voglia di ricordare”. E dove non arriva la memoria, esistono le liste. Oramai siamo tutti schiavi di pezzetti di carta, post it, blocchetti, quaderni, agendine in cui ogni giorno redigiamo diligentemente le nostre liste: quella della spesa, delle visite mediche, dell’ordine del giorno per priorità e urgenze, delle telefonate, azioni, cose da fare. Quella giornaliera, settimanale, mensile e perfino quella annuale, piena di buoni propositi per finalizzare la piena realizzazione della nostra vita. E tutto ciò che non è stato fatto, va riscritto e riportato al giorno, alla settimana, mese, all’anno dopo. Certi obiettivi poi, che ci sembrano irraggiungibili, decidiamo addirittura di posticiparli nella prossima vita. Dopotutto anche se gli elenchi non ci piacciono, tutti ne abbiamo bisogno, alla fine. Secondo il filosofo Bernard Sève, le liste hanno giocato un ruolo determinante nell’evoluzione della società e in “De haut en bas: Philosophie des listes (Seuil, su www.amazon.fr), ha analizzato i meccanismi che spingono a compitare liste, arrivando alla conclusione che esse non sono rivolte al presente, quanto al futuro (la to-do-list) o addirittura al passato, per non dimenticare quello che abbiamo fatto. La mania del ‘list making’ è stata riportata sotto i riflettori dalla trasmissione di Rai 3 “Vieni via con me”, dove Roberto Saviano e Fazio hanno catalizzato l’attenzione di 9 milioni d’italiani con i loro elenchi. E ora non si parla d’altro. Un tormentone, almeno è utile. Le liste sembrano un atto paranoico, ma in realtà sono un ottimo mezzo per concentrarsi su se stessi, interrogarsi, riflettere, confrontarsi con i propri desideri profondi, mettere nero su bianco un’idea, una necessità, un bisogno. Un aiuto concreto a focalizzare obiettivi e averli sempre in tasca per non dimenticare di realizzarli. Una specie di ‘richiamo all’ordine’, alla precisione, un compitino che ci dà il nostro super Io per non farci dimenticare priorità e necessità della nostra vita. E quanti di noi riescono davvero a raggiungere gli obiettivi prefissati? Pochi. Già è tanto che se ne riusciamo a raggiungere un paio. Ci vuole organizzazione, precisione, puntualità e ipercontrollo, che pochi riescono ad avere, con poco tempo e poca volontà. Però che soddisfazione quando vediamo quella crocetta su un obiettivo raggiunto, su una cosa fatta!. E cosa daremmo per vedere tutte le voci depennate su quel foglio al termine della nostra giornata!

Tuttavia non dobbiamo essere troppo ambiziosi, con obiettivi troppo difficili o ‘alti’. Ci sono cose indispensabili (o inevitabili, dipende dal punto di vista); quelle possibili; e poi quelle impossibili, da evitare accuratamente! Anche in questo caso vale il principio di prefiggersi un obiettivo ‘Co.Mi.Co.’ ( Concreto, Misurabile, Compatibile), come affermano gli esperti di marketing. Occorre però fare attenzione a non perdere poi le liste redatte, o peggio, dimenticare di leggerle o di portarle con sé al momento giusto. La lista di cui più sento la mancanza, quando la dimentico, è quella della spesa: sapere che da qualche parte in casa c’è il frutto di tanta fatica, di sportelli aperti, di giri per casa, di consultazioni familiari, di uno screening accurato del frigo e non averlo in tasca, è scoraggiante. E come dice un saggio detto popolare: “Chi non ha testa…ha gambe”, con un’enorme perdita di tempo e di pazienza. E tanti buoni propositi per la prossima volta.

Foto in licenza CC: lucaturinelli.wordpress.com

lunedì 14 febbraio 2011

Ecologia del vivere: lasciamo fluire l’amore e abbracciamoci.


di Stefania Taruffi
Oggi è S. Valentino, la festa dell’amore e per l’occasione migliaia di persone confluiranno nelle piazze di tutto il mondo agli appuntamenti organizzati dall’Amma, l’organizzazione umanitaria internazionale di Mata Amritananda Mayi (Amma), semplicemente per abbracciarsi. Su Facebook è chiamato il Free Hugs S. Valentine, il giorno degli abbracci in libertà.

Amma Embracing the World è l’evento che prende il nome dalla straordinaria vocazione di Amma, una donna indiana, poiché il più semplice dei gesti – l’abbraccio di una madre – è stato il catalizzatore ed è il simbolo di tutti i progetti umanitari realizzati dall’organizzazione che porta il suo nome, oltre che dell’attitudine al servizio disinteressato che ne è parte integrante. Quale gesto d’amore più grande, infatti, che il prendersi cura degli altri, assicurandosi che ogni essere umano abbia diritto a cibo, casa, istruzione, assistenza sanitaria e sostentamento affinché tutti possano vivere in dignità, sicurezza e pace. L’associazione è composta solo da volontari che sono attivi nel corso dell’anno prestando servizio e organizzando iniziative per la sensibilizzazione e per la raccolta di fondi da devolvere completamente a sostegno di Embracing the World.

Tutto nasce da una donna, Amma. Nata in un remoto villaggio nello stato del Kerala, nel sud dell’India, Amma dice di avere sempre saputo che c’è una realtà superiore oltre questo mondo di nomi e forme. Fin da piccola dimostrò di sentire amore e compassione per tutti affermando: “Un ininterrotto flusso d’amore fluisce da Amma verso tutti gli esseri dell’universo. Questa è l’innata natura di Amma“. Fin dall’infanzia s’interrogava sul perché le persone in questo mondo debbano soffrire e cominciò da subito a entrare in confidenza con i disagi e la povertà del suo villaggio, ascoltando chi aveva problemi e condividendo il loro dolore. “Amma notò che quando i figli erano giovani e dipendevano dai genitori, pregavano che essi avessero una vita lunga e senza malattie, ma che, una volta cresciuti, consideravano un peso i loro vecchi genitori. Pensavano: ‘Perché dovrei lavorare tanto per i miei genitori?’. Nutrirli, lavar loro i vestiti e trattarli con amore diventava un peso per quegli stessi figli che prima avevano pregato per la lunga vita degli stessi genitori”.

Allora, Amma si chiedeva: ‘Perché ci sono così tante contraddizioni in questo mondo? Perché non c’è vero amore? Qual è la vera causa di tutta questa sofferenza e qual è la soluzione?”. (Fonte Amma Italia). All’inizio Amma credeva che il dolore fosse un karma per tanta gente, ma poi scoprì che non era così, che era dovere di tutti, ma soprattutto suo, quello di cercare di alleviare le sofferenze altrui, con amore. Oggi, Amma trascorre la maggior parte dell’anno viaggiando per tutta l’India e il mondo, proprio per sollevare l’umanità sofferente con le sue parole e con il calore del suo abbraccio. Perché a volte per aiutare il prossimo basta anche solo un abbraccio, che trasmetta il calore che rassicura, riscalda, protegge. L’amore fluisce tra le persone che non lo trattengono ed è l’unica fonte creativa di sopravvivenza e di ristoro per l’anima in questo mondo. La vita è un percorso ad ostacoli, dove spesso i più grandi sono dentro di noi. Ma c’è l’amore che ci salva. E il coraggio di esternarlo e condividerlo.

E oggi, tanta gente confluirà semplicemente per abbracciarsi, per concentrare e far fluire l’energia più potente del mondo: l’Amore. Non c’è cosa più bella. Amma dice: “In fondo, l’amore è la sola medicina che possa guarire le ferite del mondo. In quest’universo, è l’amore che lega ogni cosa, e quando questa consapevolezza albeggerà in noi, ogni disarmonia cesserà e regnerà soltanto una pace durevole”.

Roma: piazza Navona davanti alla chiesa di S. Agnese sotto l’obelisco. Organizzato da Francesca Maria Salerno e Lori Dimitri che dicono: “Incontriamoci, per abbracciare il mondo! Trasformiamo S.Valentino nella vera festa dell’Amore!L’orario di conclusione è da vedere.. dipenderà da quanto amore verrà diffuso!!”

Foto: Amma www.amma-italia.it

lunedì 7 febbraio 2011

Ecologia del vivere: Assenza di giudizio e pensiero laterale.


Di Stefania Taruffi
Filosoficamente sono giustissimi questi due atteggiamenti mentali, ma come è possibile l’assenza di giudizio? Come è possibile l’assenza di pregiudizio nei confronti di persone che ti si avvicinano con le stesse modalità di chi ti ha ferito in passato? Cosa vuol dire allora assenza di giudizio? Significa non avere pregiudizi, lasciare che gli altri sbaglino nei nostri confronti senza alcuna difesa da parte nostra, non imparare nulla dal passato? No! L’assenza di giudizio significa non porre limiti, non presupporre, osservare senza esprimersi, senza esprimere giudizi. Ed è qui che interviene il “pensiero laterale”: andare ‘oltre’, guardare da più angolature, da diverse prospettive, considerando chi ci sta di fronte come un microcosmo con le sue peculiarità, il suo passato, il suo carattere, il proprio sistema di valori. Osservare, senza però giudicare!

Se ad ogni relazione, problema, riuscissimo ad applicare questo metodo, ci renderemmo conto di come la realtà sia meno spaventosa dei nostri fantasmi mentali che invadono il campo ogni volta che ci troviamo di fronte a situazioni e comportamenti che ci feriscono nel profondo. Riuscire ad avvicinarsi a questo atteggiamento, ci preserva dalla necessità di mettere continuamente sulla bilancia i comportamenti altrui e ci dà un livello d’equilibrio, con il quale osservare le persone e il mondo con più chiarezza e distacco emotivo. E per chi è molto sensibile? Per coloro la cui sfera emotiva assorbe ogni piccolo dettaglio è più facile arginare il giudizio, ma più difficile il raggiungimento del distacco emotivo. Ma nulla è impossibile.

Le relazioni sono la parte più difficile della vita privata, sociale e lavorativa. La più grande fatica quotidiana è la gestione delle complesse relazioni tra noi esseri umani, così diversi, così unici, sempre più introversi e individualisti e sempre meno proiettati verso ‘l’altro’. Non serve essere psicologi. Per migliorare le relazioni basterebbe un costante lavoro su di sé. E un dialogo continuo e aperto con il prossimo, perché senza dialogo non esiste chiarezza e quindi equilibrio. E se non esiste l’equilibrio, la trappola del giudizio facile è sempre in agguato. La cosa più triste è che alla maggior parte delle persone tutto questo non interessa. Sono pochi coloro che cercano di comprendere le sfere altrui e cosa succede in queste sfere in relazione ai comportamenti, senza dare perentori giudizi. Invece questo è’ un metodo efficace e positivo per capire meglio il prossimo, migliorando anche se stessi. Vogliamo provarci?

Foto: Andrea Figallo

lunedì 31 gennaio 2011

Ecologia del vivere: I ‘nonni civici’, angeli delle scuole.


di Stefania Taruffi
Li incontro ogni giorno davanti alla scuola, vestiti di giallo e con il loro dolce sorriso. Si danno un gran da fare i ‘nonni civici’, a proteggere i nostri bambini, accompagnandoli per attraversare la strada, fermando le macchine con foga e passione, grati di essere stati scelti per svolgere questo compito. Sono sempre di più in Italia i Comuni che aderiscono ai progetti “Un amico per la città” o “Nonno vigile”, che offrono un impiego di servizio civile ai pensionati di età compresa fra i 60 e i 75 anni, con idoneità fisica per il volontariato. Il progetto tende a valorizzare il ruolo degli anziani-nonni nel paese, con l’obiettivo di offrire una maggiore protezione e sicurezza ai nostri bambini e ragazzi, negli orari di entrata e uscita degli istituti scolastici. Si parla molto dell’emergenza giovani nel nostro paese, con pochi riferimenti al fatto che il nostro è un paese invecchiato male: sono 12 milioni gli anziani a oggi, che diventeranno 20 milioni nel 2050. Lasciare il lavoro a 65 anni diventa un lusso per la previdenza e un dramma per chi ha ancora voglia di fare.

Tra i tanti progetti di reinserimento degli anziani questo è veramente interessante. Essere così vicini ai giovani, alle famiglie che passano ogni giorno di corsa davanti alle scuole, dà modo alle persone anziane di stare in compagnia e rendersi ancora utili, dando un significato alle loro giornate: alzarsi presto, vestirsi, affrontare qualsiasi tempo ma esserci, servire ancora a qualcosa. Perché il dramma dei pensionati è proprio quel senso d’inutilità, di malinconia, di vuoto, di abbandono che implode nelle loro vite da un giorno all’altro. Sono tanti, capelli bianchi, qualche doloretto, ma ancora tanta energia, voglia di fare ed esperienza da poter mettere a disposizione della società. Quello degli agée è un mondo variegato e una risorsa incredibile per un paese. Non avendo più aspirazioni economiche e traguardi lavorativi, sono disposti a dare tanto, senza chiedere nulla in cambio: a loro basta un sorriso al giorno.

Foto in licenza CC: 7 giorni